Finché non è capitato a me – di Laura Saija

Finché non è capitato a me – di Laura Saija

 Finché non è capitato a me – di Laura Saija

“Se succede corri, grida, strilla da farti male in gola, spacca il vetro di un’auto, o meglio prendi a calci
un cestino dell’immondizia: devi fare rumore, attirare l’attenzione.

Sempre meglio passare la notte in commissariato per spiegare alla polizia il motivo per cui l’hai fatto, che essere ritrovata in un pozzo a brandelli”.

Queste sono le parole che ricordo di aver sentito dalle due istruttrici del corso di difesa personale che seguii molti anni addietro.
Le ricordo come fosse ieri; me le dicevo come un bambino ripete la poesia di Natale a scuola.

Per non dimenticarle, per sapere sempre cosa fare se qualcosa fosse mai successo proprio a me.

“Segui l’istinto, se il tuo corpo ti dice di allontanarti da lì, fallo! Ti dà dei segnali precisi, ascoltali”.

Altre tecniche, come strappare le orecchie dal viso dellìaggressore o puntargli un dito negli occhi sarebbero di certo più efficaci, ma ce ne vuole di sangue freddo, per quelle!

Dovrei essere preparata per quelle cose. E io conosco il mio corpo, so che quando entra la paura il respiro si fa affannoso, la voce non esce dalle corde vocali e gli occhi mi mostrano immagini sfuocate.

Finché non è capitato a me non avrei mai immaginato potesse succedere davvero.

Quando ero una studentessa avevo seguito corsi di storia delle donne, partecipato ad attività dei comitati femministi, fatto studi sulle politiche per l’uguaglianza di genere, tanto ero coinvolta nella questione.

E purtroppo anche capito che più lottiamo per essere uguali, meno lo siamo, stigmatizzati da una società che ci tiene a separare i ruoli e da caratteristiche fisiche che ci rendono comunque diversi.

E noi donne, più fragili.

E poi ecco che arriva quel giorno.
Come un cancro, si manifesta senza preavviso in un normale pomeriggio tiepido di primavera dopo lavoro, quando sto per arrivare a casa, pronta a cambiarmi per andare a raggiungere le ragazze a un aperitivo al parco.

Nessuna delle mie amiche mi chiama per sapere dove sia finita, probabilmente dando per scontato che io abbia cambiato piani o che abbia troppo lavoro, come altre sere capita.

Invece, quel maledetto 2 Aprile all’ora dell’aperitivo, il mio corpo giace già immobile sulla secca e rasa erba di una zozza aiuola non lontano dall’autostrada.

I miei capelli annodati sono stati strappati con violenza, violentati anche loro.

Il viso è insanguinato a causa di un taglio sul sopracciglio destro, due denti scheggiati, un occhio nero.

Le mani sembrano grattugiate dall’irruenza con cui probabilmente ho cercato di difendermi, così come i piedi, le cosce, le anche, le ginocchia.

Tutto livido, graffiato, e la mia pelle è piena di un misto di terra e sangue.

Il sangue diventa nero come la terra e la terra si fa rossa con il mio sangue che cola. Il mio prezioso sangue.

Un corpo di 53 chili, nudo abbandonato come un sacco al bordo strada di una periferia industriale.

Non sono altro in questo momento, per i giornali come per me stessa.

Non ho saputo ricordare nemmeno una delle parole della poesia in quel momento. Che fallimento sono!

L’ho sempre detto che ho una corta memoria, che avrei dovuto allenarla di più. Strana la mente umana. Posso ancora ricordare il numero di telefono del primo appartamento dove vivevo quando ero bambina, ma le istruzioni della professoressa di difesa, quelle le ho dimenticate proprio quando mi servivano.
Com’era, orecchio-cestino-grida-scappa-corpo, non ci riesco, non ricordo più niente.

Ed è tardi, lui mi ha già preso e rivoltato come una mucca al macello.

Non sono morta, almeno secondo la stampa e i medici. Io invece sono morta dentro.

Difficile immaginare come si sopravviva a uno schianto dal nono piano o a un volo senza paracadute. Cosa c’è di diverso in fondo tra una caduta tanto sfortunata e le mani di un bastardo che ti rapiscono, usano la loro forza, i loro nervi su di te approfittando della tua fragilità?

Servizi sociali, polizia, avvocati, carte, soldi, ospedali, lacrime, depressione, stanchezza, disoccupazione, una vita miserabile e non perché io l’abbia scelto.

Che colpa ne ho io? Volevo solo approfittare del sole, quel pomeriggio, e bere una birra con le amiche.

A saperlo prima, avrei passato la nottata su quelle scartoffie in ufficio.

E non avevo neanche una minigonna addosso, stronzo.

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