“Caro diario” di Dalila Gambino

Semplicemente, donne.

“Caro diario” di Dalila Gambino

“Caro diario” di Dalila Gambino

 

Caro diario,

sono passati tanti anni dalle confidenze che ti facevo la sera pronta per andare a letto, quando
i primi amori e le prime delusioni fecero capolino nella mia giovane vita. Allora sentivo il
bisogno di raccontarmi.

Mettere nero su bianco mi faceva stare bene e crescendo quell’appuntamento con te era
diventato un momento tutto nostro a cui non volevo mai rinunciare.
Paolo negli ultimi anni invece mi aveva impedito anche questo, ormai ero una donna adulta, moglie e madre di due bambini non c’era più’ spazio per queste sciocchezze e io gliel’ho concesso.

lo lo amavo tanto Paolo.

I primi tempi, subito dopo il matrimonio, questa sua voglia di controllare la mia vita l’avevo confusa con attenzione.
Poi la sua decisione che io non dovessi più lavorare l’avevo considerata un privilegio, perché così potevo rimanere a casa con i bambini e vederli crescere giorno dopo giorno.
Le sue scenate per il taglio di capelli nuovo o per le scarpe rosse che mi piacevano tanto, le
avevo accettate perché pensavo lui avesse un gusto diverso dal mio.

Ma la verità é che non gli andava più bene che a me piacesse qualcosa che non fosse stato deciso da lui.

Ed io gliel’ho lasciato fare perché io lo amavo Paolo.

La mia personalità, la mia gioia di vivere, la mia allegria, tutte che le cose che lo avevano fatto innamorare di me, lo facevano invece irritare sempre di più ed io pian piano ho dovuto calibrare i miei gesti, le mie parole secondo ciò che fosse di suo gradimento.

Persino smettere di cantare sotto la doccia, perché a lui dava fastidio.

Per anni non ho più avuto la possibilità di condividere un caffè, uno shopping, quattro
chiacchiere con un’amica, perché chi mi conosceva bene avrebbe capito.
Sono diventata complice di questa sua follia e inerme accettavo tutto per amore dei miei figli, per paura che facesse qualcosa di male a loro.
La mia felicità minava la sua serenità così ha spento giorno dopo giorno la luce dei miei
occhi.

Diventava scontroso, irascibile, offensivo per un nonnulla, passata la rabbia poi si scusava e io lo perdonavo.
Io ero il grande amore della sua vita, questo mi diceva, ed era normale che fosse geloso perché io ero bella e lui non voleva perdermi.
Un giorno ha scoperto che picchiarmi lo calmava.

Cosi bastava un pretesto qualsiasi; il panettiere sotto casa che mi serviva sorridendo, la gonna
troppo corta, il maestro di nuoto dei bambini che mi salutava da lontano con la mano, il
rossetto di un colore troppo acceso, qualsiasi cosa lui avvertisse come una minaccia, faceva
scatenare la sua rabbia.

Lui mi spiava, mi controllava e chiusa la porta di casa, quella diventava la mia prigione.

Portavo i bambini a letto presto perché temevo sentissero.

La mia camera da letto si era trasformata in un luogo di sevizie e violenze senza fine.
“La sua gelosia era solo un amore disperato perché c’erano troppi uomini che mi
desideravano” questo mi diceva mentre mi colpiva e una volta sfogata quella furia, i suoi occhi si trasformavano, da quelli di un lupo a quelli di un povero agnello.
Mi implorava piangendo, promettendomi che non sarebbe più successo.

E io lo perdonavo sempre Paolo.
Mi asciugavo le lacrime, disinfettavo le ferite e uscivo di casa coperta da chili di fondotinta,
da un foulard e da occhiali scuri, per giorni.
Per qualche tempo rimaneva calmo ma poi c’era sempre un motivo che lo facesse arrabbiare
ancora e ancora.

Era sempre tutta colpa mia, facevo sempre qualcosa di sbagliato, mi diceva che non meritavo
un grande amore come il suo.
Io gli credevo perché aveva annientato la mia gioia di vivere, aveva alimentato i miei incubi.
aveva terrorizzato la mia anima, aveva reso la mia vita non vita, aveva ucciso quella che ero
anni prima un farfalla a cui aveva ormai reciso le ali.

Mi ero illusa sposandolo, che io fossi la sua priorità invece ero diventata la sua proprietà.
Negli anni aveva dato un’ immagine esterna di sé, di padre e di marito amorevole ma non
c’erano tracce di amore in niente di quello che faceva.

Poi la scorsa settimana Margherita si è alzata nel cuore della notte, forse svegliata dal sibilo delle mie urla nonostante lui tentasse di soffocarle dietro ad un cuscino.
Quella sera avevo fatto lo sbaglio di dirgli che me ne sarei andata via con i bambini se avesse
continuato, cosí la sua rabbia non trovava tregua.

Lei si è avvicinata alla porta della mia camera da letto e ha avuto paura di quei rumori sordi
ed è corsa via piangendo dal vicino di casa che le regala sempre le caramelle.
Non so cosa l’abbia spinta a chiamare aiuto ma mia figlia di 5 anni quella notte mi ha
salvato la vita.

Paolo ora è in carcere ma non so per quanto tempo ci resterà.

Distesa su questo letto di ospedale con diverse costole fratturate, un braccio rotto, 15 punti
sul labbro, il viso tumefatto; io sono ancora viva.

Una giovane psicologa è venuta a trovarmi stamattina, mi ha tenuto stretta la mano per tutto
il tempo, per la prima volta mi sono sentita davvero capita.

Appena è andata via ho preso questo foglio bianco con le mani che tremavano ancora,
parlarne e fare uscire tutto il dolore che ho dentro mi aiuterà a liberarmene per ricominciare
a vivere, questo almeno è quello che ha detto lei.

Ma poi c’è una promessa che voglio fare a me stessa e ai miei figli.
Voglio tornare a ridere e a cantare a squarciagola sotto la doccia per tutti i giorni della mia vita e voglio poter spiegare a Margherita e Marco, che a sua volta un giorno sarà un compagno, un marito, un uomo, che amore vuol dire rispetto, amore vuol dire libertà!

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