“Caro Gesù Bambino” di Elvira Rossi

“Caro Gesù Bambino” di Elvira Rossi

Caro Gesù Bambino

“Caro Gesù Bambino” di Elvira Rossi

Contest Lettere al Femminile

Caro Gesù Bambino

Caro Gesù Bambino,
la mia lettera sarà breve e forse un po’ bizzarra.
La tua singolare innocenza, infondendomi una sensazione di libertà, smantella ogni censura e mi permette di abbandonarmi al flusso spontaneo dei pensieri.
Metterli in ordine mi affaticherebbe, protesa come sono a salvaguardare una riserva di energie che si stanno assottigliando.
Lascio a te, piccolo Bambino, il compito di orientarti nel labirinto delle mie sensazioni arruffate.
Una serie di avvenimenti imprevisti ha costruito una babele dalla quale non è stato facile riemergere e di volta in volta cercare il bandolo per sciogliere i nodi è risultato una operazione complessa.

Caro Gesù Bambino

Alcuni nodi sono stati sciolti, altri sono rimasti in una situazione di attesa, altri sono stati recisi.
Sì, proprio così: li ho recisi senza alcuna esitazione.
Ho scelto la soluzione più radicale.
Una soluzione che ho adottato come uno stile di vita. Il mio. Improntato alla difesa di una identità che si ribella alla violenza delle parole.
I nodi, costruiti meticolosamente per svalutare, osteggiare, non meritano tanta cura, vanno lasciati alla loro sorte.
Certi nodi congegnati a arte si ammantano di una volgarità che reclama l’abbandono.
Sarebbe insensato voler ricostruire la lineare compostezza di fili ormai spezzati, lacerati, strattonati.
Chi rispetta, chi ama, porge alla mano dell’amico un filo, lungo o corto che sia, ma senza nodi, per raggiungerlo facilmente all’altro capo o per essere lui stesso ritrovato.
Le parole, usate in maniera avventata e irresponsabile, stringono grovigli che ostacolano la comprensione, opprimono, inducono alla solitudine.

Caro Gesù Bambino

Nella pratica della parola violenta si ritrova una sorta di guadagno emozionale, che partendo dal rifiuto del dialogo e della reciprocità approda al principio di superiorità e all’affermazione del dominio.
Una esuberanza di furioso individualismo corrompe la funzione stessa della parola, che anziché agire come elemento di connessione altera le relazioni fino a disgiungerle.
La parola che non dubita è arrogante.
La parola che ignora il silenzio è inerte.
La parola che non conosce l’ascolto è inattendibile.
La parola che sentenzia è immorale.
Nella lotta quotidiana la rabbia incontrollata, che si nutre di fragilità e impotenza, predilige i bersagli occasionali, facili, indifesi.
La violenza come una calamita attira la violenza.
La Terra su cui viviamo si definisce come il regno della incomunicabilità.
Il dono della parola è trasformato in una arma micidiale.
Ehi, dico proprio arma, perché attraverso di essa si riesce a nuocere.
Tu, Gesù, avresti voluto che si parlasse di amore e fratellanza e invece la parola è usata come una freccia avvelenata che atterra.
Perché non provi a riprendertela?
Sarebbe sorprendente svegliarsi un mattino e scoprire che non si possiede più la capacità di proferire verbo!
Le parole private del suono si tradurrebbero in un sorriso o in un ghigno.
Le frecce acuminate si spunterebbero.
Se la parola che ha sancito la sovranità del genere umano venisse meno, gli uomini sarebbero obbligati alla sottomissione.
Agli umanoidi spetterebbe zittire e ascoltare.
In un mondo alla rovescia, ad acquistare voce sarebbe la natura, a lungo brutalizzata e violentata.
Gli alberi sussurrerebbero storie antiche di tronchi scorticati come volti femminili scolpiti da acido criminale.
Le sorgenti gorgoglianti evocherebbero un’infanzia turbata da scorie di umana malvagità.
Il Lupo di Cappuccetto rosso si vendicherebbe raccontando fiabe popolate da mostri dalle fattezze umane.
Lo scambio delle parti impedirebbe alla furia inarrestabile delle parole di scorrere come magma incandescente, che obbedisce al proprio impeto distruttivo.
Le eruzioni verbali cesserebbero di favorire l’inaridimento e la desertificazione.

Caro Gesù Bambino

Piccolo Bambino, lo sfavillio esasperato delle luminarie, che si accendono per la tua festa, non riesce a nascondere l’oscurità che si annida nell’asprezza delle parole e nell’indifferenza al dolore cagionato.
Primeggiare diventa doveroso e per imporre il proprio potere, non si esita a ricorrere a parole irritanti, grossolane, sprezzanti.
La mente anestetizzata dalla cultura della sopraffazione ha normalizzato l’esercizio della competizione fino a definirla sana, come se fosse una condizione favorevole al progresso.
La contesa va vinta.
Ma il successo, la vittoria non sempre incontrano la giustizia.
Avanzare con gli altri e andare incontro agli altri appartiene all’immaginario.
Retorica, affermerebbe qualcuno; ingenua e irrealizzabile utopia insinuerebbe un altro.
Lo spazio dei sogni tende a rimpicciolirsi.
Oggi persino i bambini cercano la realizzazione dei desideri nei centri commerciali e ignorano la magia delle fiabe.
Eppure numerose invenzioni e scoperte si sono configurate nell’immaginario, all’interno di percorsi che sembravano inseguire mete impossibili.

Caro Gesù Bambino

Gesù, dopo essere stato introdotto nei cunicoli irrazionali della mia mente, ti aspetteresti che io esprima qualche desiderio.
Ti sbagli.
Non ho nulla da chiederti.
Non so neppure se il 25 dicembre verrò a trovarti.
Non contare su di me. Potrei non partecipare alla tua festa.
Tu però mi insegui, mi sorprendi, mi vieni incontro.
Che cosa vuoi da me?
Vuoi forse scuotermi dall’egoismo?
Credi che non ti abbia riconosciuto?
Alla tua ingegnosità nel nasconderti corrisponde la mia destrezza nello scovarti.
Ehi sì, proprio così!
Sai, ti ho riconosciuto dietro il volto sdentato di un giovane immigrato, che quando è emerso dalla pattumiera dove scavava è apparso stravolto, quasi terrorizzato.
Incredibile! Quel povero ragazzo era spaventato dall’apparizione improvvisa di una inerme signora, che di fronte a lui restava ferma nella propria immobilità provando un senso profondo di colpa e vergogna.
Gesù, quella sera ci siamo parlati!
Ti ho pure riconosciuto dietro il volto lacrimoso di una bimba piccolissima che, respinta malamente dalla madre, lungo le scale della stazione, si è aggrappata a me e mi ha preso per mano per farsi aiutare a superare i gradini troppo alti per le sue gambette minute.
Il distacco è stato difficile per entrambe.
Due occhi lucenti, che splendevano su un visino nero come la pece, hanno fatto riemergere la nostalgia per uno stato d’innocenza rimosso dalla coscienza collettiva.
Gesù, mentre si è immersi in una disputa sui danni del mondo virtuale, non ci si avvede che a rendere fittizi i contatti del mondo reale è l’uomo stesso con la sua volontà di dominio.
E la violenza verbale si pone al suo servizio.
Chissà se un giorno noi terrestri impareremo a vivere in pace!
Sarebbe proprio un bel regalo di Natale.

 

 

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