“UNSANE” di Steven Soderbergh

“UNSANE” di Steven Soderbergh

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“UNSANE”(2018) di Steven Soderbergh

Recensione di Cristina Basile

 

 

Se Sawyer Valentini sia perseguitata o meno dal suo stalker, lo spettatore se lo chiede dall’inizio alla fine del film. Tra una smorfia di indifferenza e una postura da dura, è chiaro che la protagonista di “Unsane” soffre, ma le cause del disagio non sono chiare da subito. 

Per sfuggire al ricordo dello stalker che ancora disturba le sue notti e il cui volto si sovrappone a quello di nuovi pretendenti, la ragazza lascia Boston per la Pennsylvenia, nella speranza di ricostruirsi una vita. 

Intenzionata a tornare a distinguere la realtà dall’incubo, un giorno si reca in una clinica psichiatrica dove a sua insaputa firma un’autorizzazione all’internamento, ignara del calvario che l’aspetta. 


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La giovane si troverà così incastrata nelle grinfie di una truffa sanitaria, prigioniera della clinica e, come se non bastasse, tra il personale paramedico troverà nelle vesti di un infermiere proprio il suo stalker.

Queste le angosciose premesse di “Unsane”, l’ultimo film di Soderbergh, un thriller psicologico colorato d’horror.

A rendere ancora più alienante la narrazione ci sono messe le riprese, fatte interamente con un Iphone e nel giro di una settimana soltanto. Scelte di produzioni minimaliste il cui risultato mi ha ricordato  “Dogville”. Qui, Lars Von Trier metteva in scena le angherie fatte subire a Nicole Kidman, capro espiatorio della frustrazione del villaggio, del lato oscuro dei suoi abitanti invidiosi.

L’ambientazione e i pretesti dei due film sono diversi ma simili le intenzioni dei personaggi: stabilire, nel mare di solitudine e mobili allucinazioni, un punto fermo da cui guardare obiettivamente le cose, distinguere la realtà dall’allucinazione, tornare a comunicare.

Sottesi ad “Unsane” vi sono non pochi messaggi politici che Soderbergh fa scivolare sapientemente, senza bacchettarci: prima fra tutti la critica alla tecnologia (lo strapotere che le abbiamo assegnato di rendere di dominio pubblico la sfera intima e individuale di ciascuno) e quella al sistema sanitario che in molti casi tratterrebbe i pazienti per beneficiare delle loro assicurazioni. 

Un film dai risvolti kafkiani che trasporta lo spettatore nei labirintici meandri della mente umana, in un crescendo drammatico fatto di violenza, rabbia, impotenza.

Delle tante letture che possono essere fatte, non dobbiamo dimenticare che “Unsane” è prima di tutto una storia di stalking. Un’esperienza che va ben al di là di atti persecutori e vessazioni psicologiche, bensì un evento dalle conseguenze permanenti su una persona, (uomo o donna che sia), talmente marcante da sopravvivere al colpevole. 

 

 

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