“Diana Salieri: dottoressa in psicologia, specializzata in trattamento di Sindrome da stress post traumatico.” di Altea Alaryssa Gardini

Semplicemente, donne.

“Diana Salieri: dottoressa in psicologia, specializzata in trattamento di Sindrome da stress post traumatico.” di Altea Alaryssa Gardini

“Diana Salieri: dottoressa in psicologia, specializzata in trattamento di Sindrome da stress post traumatico.” di Altea Alaryssa Gardini

 

Fuori sta piovendo, è sera. Saranno circa le 18.30.

Mi trovo nello studio di questa giovane terapista, non molto alta e con i capelli corvini legati dietro alla nuca. Mi ricorda incredibilmente mia madre.

È davvero giovane. Prima di prendere questo appuntamento mi sono informato: Diana Salieri, 33 anni, dottore in psicologia e specialista nel trattamento della sindrome da stress post traumatico.

Ha una voce setosa, calma e accogliente. Un po’ come lo studio.

Mi aspettavo uno studio bianco, con un tappeto rosso, un divano di pelle trapuntata o uno di quei lettini che tanto ricordano quelli da tilt test, magari entrambi. Pensavo che avrei trovato una finestra dalla quale non potessi vedere fuori perché coperta da una rigida tenda come quelle che si vedono negli uffici della centrale di polizia.

Sapevo che sarei entrato mentre la terapista mi degnava appena di uno sguardo, la tenda si sarebbe chiusa e io sarei stato in trappola: spiegare il problema oppure rimanere lì, chiuso per sempre con una signorina dallo sguardo severo.

Beh, la signorina Salieri non ha uno sguardo severo. Sembra appena uscita da un parco giochi.

Anche da bambino, quando facevo qualche pasticcio, la mamma mi guardava in quella maniera: quasi maliziosa.

Sorride, come se avesse appena visto suo nonno. Incredibile, somiglia veramente a mia madre.

Quando sono entrato, mi è stato offerto di accomodarmi su un divano blu. Niente pelle trapuntata, solo stoffa e morbidezza, forse mia moglie avrebbe chiamato questo tessuto con il suo nome. Sono sicuro che lei lo sapesse, io di queste cose non mi sono mai interessato.

Ho accettato di sedermi.

Sembra di volare su una nuvola nel cielo.

Mi sarei aspettato di vedere una di quelle classiche felci che vendono solo agli psicologi, altrimenti non mi spiego per quale ragione debbano tutti possedere la stessa, quasi identica, pianta.

Nessuna pianta, solo spartiti musicali appesi alle pareti.

Forse la signorina Salieri è diversa. Credo davvero che lo sia.

Ero così concentrato a cercare di rapportarmi con questo ambiente e trovare le differenze con quello che mi aspettavo, che non ho fatto caso alla finestra.

Mi aspettavo fosse piccola e coperta. Invece è enorme e con una tenda, ma sottile, della stessa tonalità del divano e degli occhi della signorina Salieri.

Questo studio ricorda il mare che si poteva vedere dalla camera da letto di mia madre.

Fuori da questa finestra non c’è il mare, ma l’acqua sta scendendo davanti ai miei occhi. Che strano, ero convinto che piovesse. Quando ho iniziato a piangere?

Prima o dopo aver collegato l’azzurro al mare? O, forse, quando mi sono reso conto che la signorina somigliava così tanto a mia madre?

In realtà vedo i tetti della città, potrei quasi contarli se volessi. Lo facevo sempre da bambino quando mi portarono a vivere dalla nonna.

La nonna viveva in uno scantinato che si era usato, durante la guerra, come rifugio e si era rifiutata di andarsene in un appartamento più confortevole. Quando la signorina Salieri morì… non la Salieri ma mia madre. Si somigliano così tanto, sono entrambe molto belle.

Io, appena potevo, salivo sul tetto del palazzo e contavo i tetti, immaginando di saltare su ognuno di essi e scappare via.

La Salieri si è appena seduta davanti a me, su una sedia, a mio avviso di gran lunga più scomoda della seduta data a me. Ha incrociato le gambe e ha messo le sue candide mani, prive di fede nuziale o altri fronzoli, sulle ginocchia.

Quanto devono essere soffici…

Credo mi stia suggerendo, in maniera implicita, di iniziare. Da quando sono qui: mi ha sorriso, augurato il buongiorno e chiesto di accomodarmi. Nient’altro.

Ora, mi chiede di spiegarle perché sono venuto qui.

Ha ragione, devo sembrarle ridicolo, un uomo di settanta anni non avrebbe motivo di dolersi della sua esistenza, soprattutto se in buona salute.

Vero. Ma sono qui per la mia sindrome da stress post traumatico.

Mi chiede da cosa sia stata provocata, a mio avviso.

Non ho dubbi in merito. Tutto è iniziato quando la mia mamma morì e mio padre andò in prigione; non sono più riuscito a dormire da quel momento e mi sveglio spesso urlando durante la notte.

Per sicurezza, vicino al mio letto, tengo una mazza di legno. Spesso, quando mi sveglio, mi accorgo di averlo afferrato. L’ultima volta che è accaduto, mia moglie se ne è andata.

Lei annuisce e scrive sul suo taccuino. Si umetta le labbra, con quel modo che potrebbe ricordare una maestra di scuola; lo so perché anche la mia mamma lo faceva e anche mia moglie. Effettivamente, anche loro si somigliavano parecchio ma non erano giovani come la signorina Salieri, anche se me le ricorda entrambe.

Rispondo che mio padre disse ai poliziotti di aver ucciso mia madre. Confessò di averlo fatto perché era stufo di vederla svegliarsi in piena notte per venire da me. Quindi, l’ultima volta, l’aveva seguita fino alla mia camera e l’aveva colpita forte con l’abat-jour: dritto in testa, per diverse volte. Il sangue e qualcos’altro di appiccicaticcio e morbido, ma non saprei dire cosa fosse, mi sono schizzati in volto: aveva una consistenza strana, molto buona, nonostante tutto.

La vedo sgranare gli occhi.

Lo so, le dico, questa storia fa sempre lo stesso effetto.

Ero un bambino di dieci anni e mia madre veniva a dormire con me, mio padre era geloso. Lo ero anche io: era la mia mamma e voleva dormire con me, cosa pretendeva lui? Quindi, sì, non mi dispiace davvero che sia andato in prigione.

La mia mamma aveva questo modo molto dolce di farmi le coccole, aveva le mani come quelle della dottoressa qui davanti a me. Sembrano davvero morbide, proprio come mi ricordo che dovrebbero essere.

Tutte le volte che lei se ne andava e tornava da mio padre, la sentivo fare quelle cose che solo le persone sposate fanno.

Ero geloso.

Lei poteva toccare solo me.

Quindi, quella notte, le avevo chiesto di stare con me e lasciare il papà. Lei ha riso e poi è successo.

Non ricordo quanto tempo dopo sia arrivata la polizia, mio padre è andato in prigione e io sono andato a vivere dalla nonna.

La nonna non era dolce come la mamma, non si impegnava nemmeno per provarci. Quindi, quando ho compiuto 16 anni, poiché lavoravo già da due, me ne sono andato: avevo trovato un appartamento in un altro quartiere.

Ho saputo che, dopo una settimana che me ne ero andato, l’hanno trovata uccisa con il cranio spaccato. La polizia mi disse che doveva essere entrato un ladro.

Era bella come la mamma ma non così dolce e nemmeno giovane come la signorina Salieri di fronte a me. Potrei dire che la nonna fosse davvero buona al suo interno, ma non credo sia importante.

La dottoressa mi guarda dispiaciuta, mi porge anche le sue condoglianze perché comprende che nella vita ho perduto ogni affetto che avevo.

Sono un vecchietto molto triste.

Sono un uomo di una certa età ma so cosa pensano le ragazze così belle e giovani quando racconto la mia grama storia personale.

Mi chiede se voglio un bicchiere d’acqua. Certo che lo voglio, è quasi mezz’ora che parlo con la mia interlocutrice e, al tempo stesso, con il “Piccolo Me”.

Mentre racconto, spiego anche al me stesso di dieci anni di stare tranquillo. Mi hanno insegnato a farlo quando a 26 anni mi hanno ricoverato in ospedale per essermi infilzato la milza con il manubrio della bicicletta.

I due fatti effettivamente non hanno nulla a che fare l’uno con l’altro ma, dopo l’incidente, ho avuto un momento di forte sconforto. Ero caduto malamente dopo aver sterzato per non urtare un’auto, cosa che poi era accaduta lo stesso.

Andavo veloce perché volevo dimenticare che la mia fidanzata di allora si era spenta davanti a me, dopo aver urtato il cranio contro lo spigolo del tavolo. Un fatto veramente triste e destabilizzante, quindi mi hanno ricoverato in un ospedale psichiatrico.

Ci sono rimasto due anni senza risolvere nulla e il cibo non era buono.

La mia vita è un costante trauma e, nonostante io tenti di dimenticare, capita che i ricordi riaffiorino.

Quindi sì, tutte le donne della mia vita se ne sono andate in maniera tragica. Quasi tutte lasciandomi sangue e qualcosa di molliccio sulle labbra.

Il “Piccolo Me” chiede che gli siano fatte delle coccole con le mani morbide della mamma, non posso far altro che tranquillizzarlo. Presto potrò accontentarlo.

La Salieri, il nome suona quasi come una melodia, mi ricorda che ho accennato al fatto che mia moglie se ne è andata per via dei miei risvegli aggressivi.

Sì, se ne è andata. Io viaggio per passione e per lavoro, cucio a mano guanti bellissimi e quindi ho bisogno di ricercare il pellame migliore ed essere sempre aggiornato sulle nuove tendenze e tecniche di confezionamento. Quando sono fuori, nessuno si lamenta dei miei incubi: dormo sempre solo. Ma, quando ero a casa, mia moglie, che aveva delle mani bellissime e morbide come quelle della dottoressa davanti a me, mi risvegliava dal sogno con uno schiaffo e io mi riprendevo. L’ultima volta, pensava che fossi vigile e che non fosse necessario risvegliarmi, quindi si è messa a ridere.

Ricordo di essermi molto arrabbiato, quindi lei se ne è andata.

La Salieri, il nome suona come un requiem, mi fa presente che mia moglie ha e non aveva mani bellissime.

Io le sorrido e le faccio notare che, per me, mia moglie è morta. Aveva, quindi, delle bellissime mani ed era bella come lei. Era anche molto dolce, come mia madre, e come penso che una dottoressa così giovane sia.

Arrossisce.

Le chiedo se posso vedere le sue mani, potrei confezionarle dei guanti bellissimi.

Lei rifiuta, non può accettare doni dai pazienti. Io le faccio notare che non ha ancora deciso se prendere seriamente in carico la mia terapia.

Salieri non era forse la persona che terminò l’opera funebre del suo maestro? Chissà se anche le sue mani erano morbide e belle come quelle della signorina seduta di fronte a me.

Decido di farglielo notare.

Arrossisce e poi ride, ai suoi occhi sono un uomo bislacco.

L’ora è terminata e mi devo preparare ad abbandonare lo studio. Chissà se potrei saltare dalla finestra e correre sui tetti come ho sempre desiderato fare. Sulla scrivania, che ho notato solo ora, campeggia una riproduzione del busto di Mozart. Bizzarro, vero, che una Salieri abbia un busto di Mozart sulla scrivania.

Prendo la statuetta tra le mani e mi volto mostrandola alla dottoressa che si sta preparando a salutarmi.

Ha una voce così vellutata e i capelli raccolti come quelli di mia madre, sono certo che le sue mani siano morbidissime.

Lei sorride vedendo l’oggetto tra le mie mani, sembra nervosa ora. Mi dice che si stratta di un regalo di suo marito: una specie di presa in giro per il suo cognome.

Divertente, lo ammetto.

Le dico che se mi permette di restare a parlarle, pagherò le due ore e poi potrà anche non ricevermi più ma la Salieri ride. Ride di gusto perché pensa che io stia scherzando e perché aspetta un altro paziente, magari un’altra volta, mi dice.

Sono quasi certo che in questa ora, l’esperta in sindrome da stress post traumatico non abbia proprio compreso il mio problema. Peccato, aveva le mani come quelle di mia madre, ricorda ogni singola donna che io abbia amato nella mia esistenza.

Ho settanta anni e nessuno ha ancora capito.

La sveglia che ricorda che la mia ora è terminata, sta suonando sulla scrivania. La dottoressa Diana Salieri è sdraiata sul divano: l’ho aiutata a stendersi lì dopo che la sua testa ha urtato violentemente contro il busto di Mozart.

Aveva un cranio molto sottile, non come quello della mia ex fidanzata o di mia moglie: la cosa molliccia è uscita subito, senza bisogno che la forzassi ad uscire per assaggiarla.

Assomiglia davvero molto a mia madre e mia nonna.

Bene, ora, però, devo andare. Uscirò dalla finestra e volerò sui tetti come ho sempre desiderato.

Questo studio mi ricorda il mare, penso, mentre rompo il vetro con la testa di Mozart.

Mentre esco per saltare verso il tetto di fronte, penso al fatto che, con ogni probabilità, non sarò in grado di volare per la distanza necessaria, ma devo provarci.

È così fredda la strada, il volo mi ha distrutto le gambe, ma sono ancora vivo. Sono atterrato di fronte ad una donna orribile, nulla a che vedere con le mie donne dalle mani soffici.

È un bene che io non riesca tenere gli occhi aperti, questa creatura folle e tutta urli sconnessi, non merita che io la guardi.

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.