“Càrola e Sabella” di Mirella Morelli

“Càrola e Sabella” di Mirella Morelli

“Càrola e Sabella” di Mirella Morelli

Quella mattina Càrola era entrata nell’ambulatorio dove lavorava guardando le pareti come le vedesse per la prima volta.
Era andata verso lo spogliatoio, aveva infilato la divisa bianca da infermiera, aveva cominciato ad allineare gli strumenti sterilizzati e ancora sigillati.
Il dottore era entrato nella sala d’attesa a passi veloci, vestito con quella divisa candida e immacolata come sempre, ancora odorosa di lavanderia.
Càrola lo aveva seguito senza ascoltarne l’eloquio tagliente, come ogni giorno era passata con lui davanti all’acquario, dove pesci multicolori si agitavano, simili a chiazze colorate nel pallore della stanza asettica.
Oltre la voce del dottore, il silenzio.
E così, in quell’assenza di suono, d’un tratto si era fermata.
I pesci non cantano, aveva pensato assurdamente Càrola. E neanche piangono, si sarebbe detto…
Ma in fondo chi puó dirlo, giacchè vivono nell’acqua?
In quel momento la porta dell’ambulatorio si era aperta ed era entrata Sabella, muovendosi a scatti fluidi e nervosi proprio come i pesci nell’acquario, e aveva una sciarpa color cremisi. Era importante, questo.
Anche Càrola quella mattina aveva messo una pashmina dal color cremisi predominante, che coicidenza.
Gli occhi di Sabella avevano agganciato quelli di Càrola.
Un minuscolo brevissimo attimo, un pulviscolo di vita, come un granellino che riluce al sole, in cui entrambe avevano portato la mano alla pancia.
E in quel minuscolo brevissimo attimo i pesci erano sembrati immobili come in un fermo immagine, immobili perfino le loro piccole pinne.
Al contrario le bolle dell’acquario erano sembrate gorgogliare come un rivolo, o forse un grido strozzato.
Càrola osservava le bolle senza staccare la mano dalla pancia.
Sabella invece guardava i pesci, che però nuotavano lenti – pareva prendessero tempo.
Uno di loro aveva iniziato a mordicchiare un’alga finta mentre Sabella si mordicchiava il labbro.
Fu Càrola a muoversi per prima, lasciando il dottore nella sala adiacente e uscendo dell’ambulatorio senza neanche togliere la divisa.
Le scale adesso odoravano ancor più di pulito.
Sabella la seguì, semplicemente, così.
All’incrocio c’era un chiosco minuscolo che vendeva caramelle e zucchero filato, Càrola prese un lecca lecca e lo porse a Sabella, in silenzio.
Poi prese dello zucchero filato per sé.
Lontano si udiva il suono di un treno e lei pensò che non fosse un caso, era rassicurante. Non sapeva perché, sapeva solo che lo era.
Si avviarono insieme verso la stazione, ancora in silenzio.
“Dicono che non si possono mangiare troppi dolci, quando si è incinte” meditò quasi tra sé, ma ad alta voce, con un piccolo sorriso indisciplinato.
“Già… ” convenne pensosamente Sabella, e sorrise seguendo il suo sorriso.
In silenzio salirono sul primo treno, certe che il controllore avrebbe fatto loro un biglietto scontato.
Entrambe avevano ancora la mano sul grembo.

 

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