Il tè del venerdì con Federica Santini

Semplicemente, donne.

Il tè del venerdì con Federica Santini

federica santini andòrax

Il tè del venerdì con Federica  Santini

di Antonia Romagnoli

Buongiorno Federica, e benvenuta nel nostro salottino!

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Partiamo sempre con domande personali, perciò… ci racconti chi sei attraverso cinque cose che ami?

Buongiorno, Antonia, e un grazie di cuore per questa opportunità.

Ecco le cinque (e solo alcune) delle cose che amo.

Amo visitare i castelli diroccati per toccare le pietre fredde di cui sono fatti e camminare nelle stanze di cui resta solo lo scheletro, dove posso immaginare e respirare le vite che lì sono state vissute.

Amo la rilassatezza di un caffè o di un tè presi nell’intimità dell’angolo di un bar in compagnia di una cara amica, per raccontarsi e ascoltarsi, la conferma di potersi confrontare con un’anima affine.

Amo le scogliere: stare in piedi sull’orlo di un mondo e guardare la graffiante vastità del mare, e immaginare tutto ciò che di conosciuto quel confine contiene e tutto ciò verso cui ancora si proietta.

Amo osservare quella felicità estrema che i miei cani sono capaci di dimostrare nel loro eterno presente.

Infine, amo le cotolette con il purè, un infantile abbraccio di felicità.

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Scrivere Fantasy: che cosa significa per te? Qual è il giusto equilibrio fra realtà e fantasia (se… ne esiste uno?).

Scrivere fantasy significa immaginare e immaginarsi. Sembrerà strano, ma non scrivo fantasy per una scelta consapevole, perché un giorno ho deciso di farlo di mia libera iniziativa e l’ho progettato. Scrivere è farsi possedere dalla storia: è sempre la storia a cercarmi, e nel mio caso si è trattato di una storia fantasy. Ho accolto l’ispirazione e l’ho accompagnata dove mi voleva portare, senza forzature né imposizioni da parte mia. Scrivere è abbandonarsi all’ispirazione, lasciarsene colmare, diventarne un tutt’uno e sublimare qualsiasi cosa io sia.

Il giusto equilibrio tra realtà e fantasia secondo me esiste e nella mia ottica personale coincide con un fantasy basato su elementi realistici molto forti, come può essere un contesto culturale o un momento storico (come appunto il medioevo), attorno al quale però si sviluppano elementi prettamente magici che quindi riportano al genere in sé. Il realismo crea delle  fondamenta stabili su cui poi è possibile costruire. Non amo i fantasy troppo lontani dalla realtà, totalmente immaginari e improbabili; al contrario, riuscire a trascinare i lettori fin dentro un mondo che è a loro estremamente familiare, farli sentire a loro agio, quasi a casa, per poi stupirli con un immaginario sottile e delicato per me è il mix perfetto.

federica santini andorax

Chi è Andòrax? Com’è nato questo personaggio?

Andòrax è il nome dell’ultimo capo dell’ordine di stregoni che nel mondo medievale di Alghend custodiscono la conoscenza e i segreti sui quattro elementi naturali e sulla magia. È nato come tutti gli altri personaggi dei romanzi: da sé. In realtà, è uno dei personaggi meno attivi nei romanzi perché è stato ucciso secoli prima rispetto a quando si svolge la storia e quindi è presente pochissimo e solo come riferimento. Andòrax è diventato, per traslato, un mondo, una realtà, una casta. Andòrax è un’isola e un’idea di magia. È al tempo stesso la paura e l’aspirazione, l’eletto e il maledetto.

federica santini andòrax

Hai scelto, per la tua scrittura, la dimensione della saga. Come ti poni di fronte al foglio, alla costruzione delle tue storie?

Mi piace molto sottolineare sempre come io non abbia scelto nulla nella creazione di questi romanzi. Si sono creati da soli perché le storie, le vite che raccontano è come se per me esistessero già, a prescindere dal mio scriverne. Andòrax non è stata pensata come una saga. Quando ho capito che il primo libro non ha concluso le vicende dei protagonisti, che hanno continuato a raccontarmi e mostrarmi le loro vite, sono andata avanti a scrivere i successivi.

Non esiste una costruzione a tavolino delle storie. Io non pianifico nessuna delle storie che scrivo. So già come si svolgono e come terminano nell’arco di qualche giorno. Non preparo scalette; al massimo, butto giù qualche frase che mi risuona in testa, qualcuno dei dialoghi che ascolto nella mia mente, giusto perché le battute sono davvero d’effetto e non voglio dimenticarle. Ma per me la storia si racconta da sola. Mi piace dire che non scrivo storie: sono le storie a scriversi. Per scrivere, devo riuscire a “vedere” quello che accade e a “sentire” cosa si dicono i personaggi: se questo accade, so di avere la storia, è già lì, scorre sotto la superficie. Io butto giù le frasi, le rileggo, le cambio, aggiungo aggettivi, profumi, colori, tutta una serie di dettagli che a mano a mano che vengo proiettata dentro quell’istante diventano più nitidi, come se mi trovassi davvero lì e vivessi ogni evento personalmente… un po’ come un pittore che all’inizio traccia i segni a matita e poi, giorno dopo giorno, torna sul quadro e lo arricchisce fino alla perfezione.

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Cultura al femminile: che significato ha per te personalmente questa definizione? Esiste una cultura, una letteratura al femminile? Come ti collochi in essa?

Non ho mai amato molto le definizioni di genere che creano una separazione, ma devo ammettere che in linea generale esiste un tratto di scrittura femminile che si differenzia da quello maschile. È una sfumatura lieve che per fortuna molte volte si riduce a una generalizzazione banale e scontata. La scrittura femminile è intimista, attenta all’introspezione, alle emozioni, mentre quella maschile è pratica, meno “dispersiva” – anche se esistono eccezioni a non finire.

Mi trovo abbastanza al di fuori da qualsiasi letteratura al femminile. Sono una scrittrice piuttosto solitaria e indipendente. Trascorro il mio tempo libero a scrivere e mi dedico poco all’informazione culturale sul mondo letterario che mi circonda o a interessarmi a quanto e cosa si pubblica. Ho smesso di leggere fantasy (il genere letterario all’interno del quale posso inserirmi) per non farmi influenzare, ma navigando in rete leggo che molte ragazze e donne scrivono fantasy. Non conosco la percentuale rispetto agli uomini, mi spiace.

Le collocazioni? Non le ho mai amate. Mi considero un’isola felice; scrivo per me stessa, per perdermi nelle vicende dei personaggi che mi vengono a trovare, e mi piace condividerle nel caso in cui un lettore possa apprezzarle e magari venirne interpellato in qualche modo. Molti romanzi che ho letto hanno smosso qualcosa dentro di me: riuscire a fare lo stesso con chi mi legge è la massima soddisfazione a cui posso aspirare.

Io non mi colloco, non mi interessa: se serve agli altri, decidano pure dove mettermi. Io, intanto, vado avanti a scrivere.

Domanda finale, la più inutile di tutte!!! Come prendi il tè?

 

Mi piace berlo con un goccio di latte o di limone, senza zucchero. Adoro avere sulla scrivania una mug colma di tè fumante quando scrivo.

Grazie per averci fatto compagnia, a presto!

Federica Santini

federica santini andòraxAll’anagrafe Federica Zozzoli Santini, sono nata a Como da madre comasca e padre toscano. Ho vissuto per una trentina d’anni tra Verona e provincia. Nel 2008, dopo aver conosciuto mio marito, mi sono trasferita in un paese ai piedi delle colline piacentine nella Val Trebbia, dove viviamo con i nostri due cani.

Ragioniera pentita, laureata all’Università di Trento con il massimo dei voti e la lode in lingue e letterature straniere (vecchio ordinamento), quasi laureata in lingue e culture per l’editoria (seconda laurea breve per passione), ho studiato inglese e spagnolo, tedesco e francese (scolastico). Ho lavorato per nove anni per una compagnia aerea presso l’aeroporto di Verona Villafranca per poi diventare impiegata commerciale.

La scrittura per me è una terapia per la nevrosi dell’anima.

Appassionata di medioevo europeo e di armi, credo in un fantasy realisticamente curato ed accurato che non contraddica le leggi della fisica e il realismo storico.

Ardentemente innamorata della Scozia, sto studiando il gaelico scozzese.

Le sue opere su:

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Il tè del venerdì

 

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