Madri. Tre pièces  – di Grazia Frisina

Semplicemente, donne.

Madri. Tre pièces  – di Grazia Frisina

Madri. Tre pièces  – di Grazia Frisina

recensione di Emma Fenu

madri frisina

Madri. Tre pièces è un’opera teatrale composita di Grazia Frisina, poetessa e scrittrice, edita da Oedipus nel 2018.

“Sono nata per condividere non l’odio, ma l’amore.”

Antigone, Sofocle

Sono parole.

Sono lamentazioni, salmi, proverbi, cantici, versi nati dal grembo della Dea.

Sono tragedie greche con Antigone in testa, a insegnare che nel sangue non c’è catarsi.

Sono laudi e ballate nei secoli bui di una Storia che si ripete.

Sono i versi sussurati dove nessun angelo ferma la mano perché Isacco non muoia, offerto in olocausto in una camera a gas.

Sono le melodie cantate da chi “muore nel dire addio”, quando si credeva, appena dopo il ’68, che ci fosse una nuova Storia da intonare.

Le parole di Grazia Frisina danno voce a quattro madri bibliche facendo riecheggiare parole e note che si rincorrono nel tempo, raccontando la storia di Eva e dei suoi figli partendo dal primo urlo di dolore per tirare fiato fino all’ultimo.

Agar e Sara, rispettivamente concubina e moglie di Abramo, raccontano cosa è essere solo ventre, quando perfino Dio scrive i comandamenti sul corpo delle donne, incidendone l’utero.

Obbligate ad essere madri per avere la dignità di essere donne, le due, apparentemente agli antipodi (fanciulla vs anziana; schiava vs padrona; fertile vs infertile; matriarca degli ismaeliti vs matriarca degli ebrei), evidenziano il laccio comune che le porta a fare propria una guerra in cui sono entrambe ostaggi.

Rizpà, la concubina di Saul che veglia i figli, non solo quelli da lei partoriti, impiccati e poi lasciati esposti alle intemperie e agli animali, racconta cosa è generare un popolo, educandolo al valore della vita.

E, infine, Maria di Nazareth, la voce più attuale fra le quattro, che non risparmia riferimenti precisi al “dopo” e alle infiniti croci per infiniti Golgota, nello strazio di non essere altro che un medium, un corpo, un utero preso in prestito, surrogato, da uomini, da maschi.

“Perdonali se non ti lasciano solo,
se sanno morir sulla croce anche loro;
a piangerli sotto non han che le madri,
in fondo son solo due ladri.”

La via della croce,

Fabrizio De Andrè, 1969

Sono tutte sotto la croce e inchiodate ad essa, queste donne.

Hanno chiodi nella carne, spada nel costato, corona di spine.

E poi dalla stessa croce devono discendere, detergersi le ferite, vestirsi di un sudario, attendere nel sepolcro, finché non sarà ora di risorgere non alla destra del padre ma al centro, nell’ombelico della madre, dove tutto ha origine e tutto ritorna.

Il testo di Grazia Frisina è denso, grumoso, ferroso.

Sono parole di sangue che fuoriescono dalle ferite della Storia per raccontare che le donne sanno partorire figli, generazioni, popoli e nazioni e sanno nutrirli con il latte della libertà e della pace, in un mondo in cui non serve un Dio degli eserciti, ma una Dea madre di soldati.

“Per me sei figlio, vita morente,
ti portò cieco questo mio ventre,
come nel grembo, e adesso in croce,
ti chiama amore questa mia voce.”

Tre Madri.

Fabrizio De Andrè, 1970

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Sinossi

Per secoli e secoli, nella Chiesa, delle donne hanno parlato solo preti e teologi, abati e cardinali, monaci e predicatori.

Fin dagli inizi dell’avventura di coloro che avevano creduto che il Nazareno crocifisso fosse risorto, in modo progressivo la tendenza è stata sempre la stessa: togliere loro la parola, soprattutto quella autorevole in ambito giuridico o liturgico e, in modo indirettamente proporzionale, costruire una retorica su di loro ad ampio spettro.

Prefazione di Marinella Perroni.

Titolo: Madri. Tre pièces
Autore: Grazia Frisina
Edizione: Oedipus, 2018

 

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