“Eva” – di Barbara Leardini

“Eva” – di Barbara Leardini

“Eva” – di Barbara Leardini

Recensione di Lisa Molaro

Eva“, di Barbara Leardini non è un vero e proprio romanzo bensì un memoriale familiare  ambientato nella Riviera Romagnola tra gli anni ’50 e gli ’80.

Davanti ai miei occhi, una copertina in bianco e nero, dalle sfumature di un cielo invernale in cui i raggi del sole sono nascosti da nuvole pregne di linfa. Una donna cammina verso l’orizzonte, i suoi passi –  adesso che ho terminato il libro, lo so – sono sicuri e decisi, porta con sé un grande cesto di vimini, un contenitore da riempire; il suo capo è coperto da un fazzoletto di stoffa dalla tipica fantasia retrò.

Lei è Eva e leggere attraverso le parole di sua nipote, Barbara Leardini, il suo vissuto, mi ha emozionata e portata in tempi precedenti alla mia nascita.

Senza fronzoli, svolazzi lessicali o architetture sintattiche, l’autrice, con molta semplicità, ci porta al cospetto della sua famiglia e dei personaggi che ne coronano l’esistenza.

Ognuno di loro un baccello da sgranare, una pallina di nocciolo di ciliegio o un grano della “corona del Rosario.

Storie, storie inanellate.

Ricordi che si palesano su carta, creando magici aromi di spezie che escono dai calderoni sul focolare.

Pagine di tempi in cui madri potevano impazzire dal dolore, davanti alle culle  in cui i loro infanti giacevano freddi, ancora stretti nell’abbraccio delle serpi. A Cesarina è successo.

“Quando guardando nella culla aveva visto i corpi lucidi e scuri di quelle orribili bestie ancora avvolti intorno al suo bambino in un abbraccio viscido, pulsante e mortale, era rimasta come paralizzata. Aveva urlato, poi il buio, più nulla, non sentiva più nulla, se non voci lontane, qualcuna la riconosceva ma non riusciva ad associarla a nessun volto. Non voleva più guardare, dopo che hai visto una cosa così hai talmente paura che vorresti startene solo al buio. Altre voci per lei senza volto le dicevano che sì, la sua era una disgrazia biblica, ma non doveva farsene una colpa, le bisce erano state attirate dall’odore del latte, aveva altri bambini piccoli a cui badare e con il tempo il dolore di sarebbe affievolito. Non se ne sarebbe andato, per carità, semplicemente, facendosi strada dentro di lei, passando dal cuore per arrivare alla testa, avrebbe percorso martoriandoli tutti i suoi organi, fino a trovare il suo cantuccio per annidarvisi, come in una sorta di angolo segreto che lei doveva aver cura di non visitare mai se non quando se la sarebbe sentita di ricordare. “

Perché vivere, umilmente, in campagna, non ti concedeva la possibilità di sederti dentro al tuo dolore. C’erano bestie da accudire, campi da zappare, erbe da sradicare, secchi da riempire, pietanze da cucinare e fuochi da tener accesi se si voleva poi cuocere il pasto.

Le stagioni dettano il ritmo del quotidiano.

E con le gonne, nei campi, le gambe si graffiano. Eva lo sa, ma la sua determinazione si fa quasi felina e, all’alba, quando in pochi possono scorgerla, si incammina nei campi indossando sotto alle gonne un paio di pantaloni del marito.

Ho ammirato, ammirato con sincerità, questa donna dal nome così importante!

Trova spazio, in questi ricordi familiari, persino Marcello, il giovane venditore di stoffe fiorentine, che cercava i clienti andando di casa in casa – in special modo all’avvicinarsi di qualche matrimonio o cerimonia importante – portando scatole da cui, come per magia, uscivano merletti e pizzi impreziositi da perle bellissime.

Eva non ricama, quelle sono attività per donne di città, signorine – o signore – che devono ingannare la noia di lunghi pomeriggi in casa, oppure dimostrare al marito il loro essere rimaste affaccendate dentro le mura domestiche.

Eva, tra le altre mille cose – non ultimo, ovviamente, l’accudire i figli – cucina e lo fa talmente bene da venir richiesta come cuoca in vari alberghi o ristoranti.

Lei non si spaventa, si rimbocca le maniche e acconsente a trasferirsi, da sola, lontano da casa, per portare uno stipendio in più, uno stipendio non governato dalle intemperie, dalle forti gelate, dalla grandine o dalla siccità.

Non importa l’estrazione sociale, la nobiltà è capace di trasudare da dita che ancora profumano di terra concimata.

La fierezza e l’onestà di una persona colta, piena di saggezza popolare, funge da specchio e rimanda sguardi e attenzioni di dignitoso rispetto.

Semina bene e del bene riceverai.

Eva, in questo caso, è stata la nonna dell’Autrice ma, in fondo, è una donna importante proprio perché Donna come tante altre.

Donna figlia di tempi difficili ma densi di vita.

L’importanza di ascoltare gli anziani, raccoglierne i ricordi, tesserli all’interno di una tela utilizzando filati robusti capaci di reggerne il trascorrere del tempo, ecco, questa è una delle poche salvezze: tenere viva la memoria del tempo, senza perdere le proprie radici, senza lasciarle marcire o diventare secche in luoghi senza passato.

Come vorrei poter avere le mie nonne ancora al fianco, le ho perse presto, troppo presto, e vorrei poter sentire, attraverso la loro voce, i dettagli del loro crescere, del loro divenire Donne.

Anche una delle mie nonne era cuoca, portava il grembiule sopra i pantaloni, fumava, andava a pesca e giocava a carte. Rimasta vedova giovanissima non si è più, per sua volontà, risposata e ha fatto diventare donne due bambine, le sue figlie, da sola, divenendo madre e padre al contempo.

Donne come mia nonna, come la Eva che ho da poco conosciuto attraverso queste pagine, donne capaci di sfidare la sorte, nel bene e nel male.

Noi tutte siamo il loro frutto, è bene ricordarselo.

 

Consiglio questa lettura che sa di terreno fertile e di genuina semplicità.

Lisa.

 

Titolo: Eva
Autrice Barbara Leardini
Editore: self

 

 

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