Mediazione Interculturale: intervista a Anna Lauricella

Mediazione Interculturale: intervista a Anna Lauricella

mediazione interculturale

Mediazione Interculturale: intervista a Anna Lauricella

a cura di Cristina Casillo

 

Il mediatore interculturale è una figura professionale che opera per facilitare l’interazione, la collaborazione e la convivenza negli ambienti multiculturali, sia tra i cittadini di origini e culture varie che con le istituzioni pubbliche.

L’arrivo in Italia di popolazioni di origine magrebina negli anni ’80 e albanese negli anni ’90 ha generato situazioni nuove, che richiedevano una nuova legislazione nell’ambito lavorativo, scolastico e sanitario, poi in seguito, in quelli della gestione dell’ordine pubblico e della giustizia.

Urgeva l’ingresso in campo di una nuova figura professionale, quella del Mediatore Interculturale, in grado di tradurre la lingua, spiegare la cultura, aiutare a risolvere i problemi, mediare nei conflitti.

È una figura importante ma poco conosciuta, soprattutto se si considera che il primo manuale di linee guida per un corso base per i mediatori culturali è uscito soltanto 4 anni fa.

Anna Lauricella è una mediatrice interculturale e lavora per la Cooperativa CIDAS di Ferrara.

Ho avuto il piacere di rivolgerle alcune domande per Cultura al Femminile.

Qual è il suo ruolo professionale?

Il mio ruolo all’interno della Cooperativa CIDAS è quello di coordinatrice del servizio di mediazione interculturale. Forniamo servizi di mediazione per le istituzioni, per le scuole primarie e secondarie del territorio e per i presidi socio sanitari di Ferrara.

Cosa rappresenta per lei la figura del mediatore interculturale?

È una figura centrale nel percorso di integrazione, un ponte tra le culture che permette a persone che non parlano la stessa lingua e che provengono da culture differenti, di capirsi ed entrare in contatto.

Quali sono i requisiti che ritiene indispensabili per svolgere questo lavoro?

Il requisito principale è la formazione.

Il mediatore deve conoscere non solo la cultura di riferimento ma anche il contesto culturale in cui opera e i servizi con cui si interfaccia.

È necessaria un’ ottima conoscenza della lingua italiana e non da ultima, l’osservazione di alcune regole deontologiche: il rispetto del segreto professionale e la sospensione del giudizio.

Il mediatore deve trasmettere le informazioni in modo completo senza che queste vengano distorte da valutazioni personali o da pregiudizi.

Come descrive a chi non lo conosce il suo lavoro? Gli utenti si rivolgono a voi o vengono segnalati? Come vi ponete nei loro confronti?

Le richieste di mediazione arrivano dai soggetti più vari, istituzionali e privati, quali: istituti scolastici, aziende ospedaliere, cooperative sociali.

In tutti i casi viene fornita un’informativa sulla figura e sul ruolo del mediatore interculturale, successivamente, e in casi di particolare complessità, il mediatore scelto, viene messo in contatto con il soggetto che richiede mediazione.

Talvolta si effettua un primo contatto con il destinatario finale della mediazione, al fine di avere la certezza che l’operatore sia adeguato per il tipo di intervento.

Qualora l’attività di mediazione si sostanzi in più interventi, cerchiamo di garantire la continuità tramite la presenza dello stesso mediatore, questo proprio perché si tratta di un’attività che esula la mera traduzione dalla lingua di origine.

Quali sono le difficoltà che comporta questa professione?

Il momento più difficile è quello del primo contatto tra mediatore e il servizio che lo ha richiesto.

Sono tuttavia resistenze che si vincono tramite il dialogo, l’informazione e la reciproca conoscenza.

Ritenete che ci sia una differenza di genere nel modo di fare mediazione interculturale?

Quel che è importante è creare con l’utente un rapporto di fiducia, a prescindere dalla cultura e dalle abitudini di provenienza.

Rimane necessaria, in alcuni casi specifici e circoscritti, una valutazione particolarmente attenta considerando anche fattori, quali il genere.
La formazione del mediatore ha ad oggetto tanto la normativa, quanto i modelli comunicativi che permettono di avvicinare culture diverse.

Il muro della diffidenza si abbatte solamente attraverso mediatori formati in grado di affrontare il maggior numero di possibili scenari.

Organizzate eventi per favorire l’integrazione. Sono stati utili e vi hanno soddisfatto i risultati ottenuti?

Grazie a un progetto del Fondo Asilo Migrazione ed Integrazione, abbiamo organizzato convegni aventi come tema la mediazione in ambito sanitario, la mediazione in ambito scolastico e legale.

A questi incontri hanno partecipato sia operatori dei servizi, sia mediatori interculturali: questi ultimi hanno dato un gran contributo portando la loro esperienza sul campo anche tramite l’esame di casi specifici.

È stata un’occasione di scambio reciproco che ha arricchito tutti i partecipanti.

Molti mediatori che lavorano con noi da tanto tempo, ci supportano e sostengono nell’elaborazione di corsi di formazione, rivolti soprattutto ai giovani che si sono da poco avvicinati al mondo della mediazione interculturale.

Le piacerebbe raccontare un’esperienza che ha emozionato e lasciato un bel ricordo?

I momenti più belli sono quelli in cui magari durante un corso di formazione o durante un confronto su un caso particolarmente complesso, si mettono a confronto le altre culture con la nostra e si scoprono non solo delle differenze ma spesso e soprattutto delle somiglianze e dei punti di incontro.

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