“Histoire d’L.” di Zantedeschia Schwarzwalder

“Histoire d’L.” di Zantedeschia Schwarzwalder

“Histoire d’L.” di Zantedeschia Schwarzwalder

 

Se noti quando è assente, se è insopportabile il solo pensiero che possa esserlo, è presenza.

Giovedì.
È buio, lo spiraglio di luce è davvero sottile, Steve può solo fidarsi di lei.
È inconfondibile il rumore prodotto da una chiave che si infila nella toppa della serratura. Uno, due, tre… sono i giri che fanno ritrarre il chiavistello mentre gli ammennicoli appesi al mazzo tintinnano. Le onde sonore si propagano ramificandosi per raggiungere ogni angolo dell’abitazione.
Nel silenzio assoluto, quando la felicità non ha bisogno di alcun contorno, anche il suono più debole si presenta come un colpo di cannone. In perfetto contrasto all’euforia, scricchiolii, tonfi e imprecazioni spaccano la quiete come i primi tiri di schioppo di un’imminente battaglia.
È perfettamente conscia di chi farà la sua comparsa da un momento all’altro, è preparata. Lei sa sempre ciò che può accadere, prevede gli scenari possibili in ogni occasione, proprio grazie alle sue titubanze, i suoi infiniti dubbi, le sue negazioni, i suoi silenzi, i suoi errori, le sue paure. Quando decide di muoversi lo fa con intenzione, lei è l’intenzione, in tutte le sfumature, nel bene e nel male.
Nonostante questo, Elle sussulta quando la porta della stanza si spalanca e picchia contro la parete. Si ricompone, riprende posizione come se nulla fosse, cerca di non far trasparire il terrore sopraggiunto inevitabile.
«Sei ancora a letto»
Non è una domanda, non è nemmeno una constatazione. Sono parole casuali estratte dall’osservazione dell’attimo, servono solo a svilire. È un modo per offendere senza avere il coraggio di farlo apertamente. Elle lo sa, Elle non è una sciocca e sa che, questa volta, le parole sono intrise dal disgusto del grugno che la osserva.
«Insultami! Fallo una buona volta, oggi ne avresti un motivo» vorrebbe rispondergli urlando, ma decide di tacere. Elle ha perso ogni speranza da tempo, dopo più di un decennio di scuse che si è costretta a fornire a un’ingombrante presenza assente. Eppure le si legge in viso ancora adesso: non ha mai chiesto la luna, Elle. Desiderava solo qualche attenzione in più, qualche dettaglio, poche briciole di comprensione e conferma.
Alec ritrae la mano che ancora afferra il pomello ottonato della porta. La infila in tasca proprio come l’altra, passandola sotto l’orlo del doppiopetto gessato. Il suo fare impettito è alterato irrimediabilmente da qualcosa, come se risentisse di un peso che lo schiaccia. Sembra addirittura meno alto di quello che già non è. Si sposta lentamente, circumnaviga il letto.
Elle sposta solo la testa, lo segue con lo sguardo. Le ciocche di capelli le si allargano intorno al viso; adagiate sul cuscino, formano spirali astratte come ricami eseguiti con fili di seta. Indossa solo lo slip bianco merlettato dallo stesso colore. Aveva a disposizione tutto il tempo per rivestirsi, ma ha voluto farsi trovare così. Ha lasciato gli abiti a terra, gettati alla rinfusa secondo il volere del caos e delle emozioni; Alec deve fare attenzione a non calpestarli mentre si sposta. Il cotone delle lenzuola in cui si è avvolta le copre a tratti il lato sinistro del corpo. La gamba destra è piegata a ostacolo con la pianta del piede che tocca il ginocchio coperto; il braccio nudo è disteso lungo il fianco senza veli. Ci sono segni di un epilogo ovunque, persino il profumo dell’aria è per lui un presagio terribile.
Il sole di fine maggio entra prepotente dalla finestra appoggiando il suo chiarore sulla pelle appena ambrata della donna. L’infisso è aperto, le tende di trina color mélange ondeggiano. Il suo seno è tondo, non è grande, è sodo. I capezzoli di Elle sono inturgiditi dal contrasto fra il tepore della luce e il fresco della leggera brezza mattutina. Sono frutti maturi, le acerbità appartengo a una stagione da dimenticare. Ha i fianchi di una dolcezza fertile, così come è il ventre. Elle possiede delle belle gambe, impreziosite da una muscolatura attiva. Non è più una ragazzina, ma non ha mai smesso di avere cura di sé. Si nota subito dalle mani, dalle unghie dipinte e ben curate, dalla pelle idratata. È una forma di riguardo, come d’altronde lo è di controllo di tutto ciò che di esterno, in superficie, si concede di aver cura. Dentro è rigata Elle, sono i solchi dell’erosione scavati dalle lacrime che hanno smesso di uscire. Quando piange lo fa di nascosto, Elle.
Alec non le vede quelle righe mentre si sposta verso la finestra, Alec non le ha mai volute vedere. Quando ancora Elle aveva la forza di mostrargliele, quando ancora le importava farlo, lui chiudeva gli occhi. Ad Alec non interessano. Anche adesso, lui che non si lascia scappare certi dettagli, sembra non sentire lo sfrigolio delle ultime gocce intrise di sale che Elle versa per lui. Bruciano sulle cicatrici dei graffi che i bocconi di vetro ingoiati le hanno inferto.
Dirigendosi alla finestra, l’uomo, il grand’uomo, ha osservato con attenzione tutta la stanza, ha tergiversato sulla cassaforte a muro posta accanto all’ingresso. Lo sportello lasciato aperto mostra lo stesso vuoto che si allarga nel suo stomaco. I suoi occhi si sono affannati a ispezionare ogni angolo della camera da letto e adesso, prima di distogliere lo sguardo, Elle li sente sulla pelle nuda.
La desidera, lei lo sa, non le ha mai dato modo di dubitarne. Alec vorrebbe far suo quel corpo, la cui superficie lo eccita, la immagina già in suo possesso. Elle ha un pensiero che per la prima volta la disgusta: è pronta a scommettere che, nonostante tutto, il cazzo di Alec sia già duro, pronto a penetrarla, se solo lei facesse finta di nulla, ancora una volta. Alec fugge dalle imperfezioni che stanno dentro a quel corpo, che adesso circondano anche lui, che sono ovunque, perché non gli interessano, non le apprezza, lo annoiano, le detesta: preferisce far finta che non esistano. Per questo è già eccitato. Alec non osa osservare le asimmetrie, Alec non vede le cicatrici. Forse proverebbe ripugnanza se si sforzasse, se riuscisse a metterle a fuoco.
La guarda, la guarda dappertutto, tranne che negli occhi. Attraverso questi ultimi correrebbe il rischio di spiare l’interno dell’involucro. Si volta, scosta la tenda e perde lo sguardo verso un punto indefinito. È agitato, ha appoggiato le mani tozze sul davanzale, le dita tamburellano sulla pietra al ritmo crescente con cui i pensieri di rabbia si agitano nella sua testa.
Il panorama di cui gode l’appartamento toglie il fiato. L’antico ponte scavalca il fiume con le sue cinque arcate in pietra. Per un bizzarro effetto della prospettiva sembra reggere il peso dell’imponente basilica sullo sfondo, lontana centinaia di metri. Quello in cui vivono è un quartiere di lusso.
Povera, ricca: per Elle non è cambiato niente. I soldi, gli eccessi, la bella vita non hanno consegnato quel valore aggiunto a una felicità troppo sfuggente per percepire la differenza.
«Dov’è la pistola?» le chiede senza voltarsi. Gli trema la voce.
«Qui, sotto il mio cuscino» risponde lei con un sussurro che non rivela indecisione.
Alec comprende, si obbliga a capire. Gli sussultano le spalle d’improvviso e si mette a piangere come un bambino. L’inespressività svanisce dal volto di Elle quando se ne accorge.
Steve trattiene il respiro, sta tremando. Ha paura, ha paura di Elle.

Elle aveva poco più di vent’anni quando ha conosciuto Alec. Si è trasferita in città dopo il matrimonio. Steve ed Elle, invece, si erano incontrati alcuni anni prima. Lui ha qualche anno in più e ha passato le estati nel piccolo borgo di mare dove viveva lei: un luogo in cui puoi sederti sulla spiaggia ad aspettare l’alba in silenzio, coi gabbiani che ti camminano accanto, tra le barche in secca su cui le reti da pesca consunte sono appoggiate come lingue affannate che leccano la sabbia; un posto in cui la mattina di Ferragosto gli adolescenti ritornano a casa a piedi nudi, con le scarpe da ginnastica in mano, con nelle narici l’odore del fumo dei falò, ubriacati dall’euforia della prima notte bianca, da cui torni a casa con la sabbia nelle tasche e sulle labbra senti ancora il gusto di un bacio rubato.
A volte è bizzarro il destino, non lesina con l’ironia e il sarcasmo. C’è però qualcosa di maligno, o qualcosa di tremendamente giusto, così corretto per l’esattezza illogica dei sentimenti da farlo sembrare diabolico.
La sera in cui Alec ha chiesto Elle in sposa è la stessa sera in cui Steve e Elle si sono rivisti dopo tanto tempo. Si sono riconosciuti all’istante, merito del pezzo di mare che ti rimane incollato addosso quando ci sei cresciuto: ti identifica come puoi distinguere a occhi chiusi il gusto delle labbra che hai sfiorato con un bacio mai dimenticato.
La sera in cui Alec ha chiesto Elle in sposta c’era una festa. Hanno ballato Steve ed Elle quella sera, sono rimasti in silenzio per tutto il tempo della canzone. Susan, la donna che a quel tempo era moglie di Steve, li ha osservati in cagnesco e così ha continuato con lui per i giorni seguenti. Ma a Steve già non importava più nulla di quel matrimonio, comunque non così tanto da intaccare una felicità inaspettata, incomprensibile, durata il tempo di una musica. Finito il ballo hanno fatto un passo indietro entrambi, storditi dalla sorpresa per l’incontro e dal ricordo di un solo e unico bacio. Poi è arrivato Alec, si sono presentati e si sono scambiati i numeri di telefono prima che il fidanzato la trascinasse via afferrandola per il polso.
Alec si è attenuto fedelmente a un protocollo anacronistico: davanti a tutti si è inginocchiato, le ha teso l’anello e l’ha chiesta in sposa al padre di Elle, che ha acconsentito senza indugio. Elle ha solo sorriso. Non che non lo desiderasse, ma il tempo e lo scostamento tra le aspettative e la realtà inducono a formulare molte domande, specie in chi non riesce ad ammazzare un’essenza che deve ancora maturare, una coscienza di sé scomodissima con cui convivere. Elle si è poi chiesta molte volte quale sarebbe stata la reazione di suo padre se avesse rifiutato, esprimendo un’opinione nemmeno richiesta. Tutto è stato dato per scontato quella sera.
Steve ha assistito alla scena, ha applaudito e brindato come tutti gli altri ospiti tra cui si è trovato per un evento voluto dal caso.
Elle e Steve hanno in seguito ripreso i contatti, hanno iniziato a frequentarsi senza potersi opporre al desiderio di farlo. Hanno instaurato un’amicizia fortificata dalla scoperta di saper parlare, via via dipendente dalla semplicità con cui qualsiasi argomento è riuscito a scorrere tra di loro senza ostacoli. Qualche anno più tardi, Steve le ha raccontato la fine del suo matrimonio. Elle all’inizio gli ha confessato i suoi dubbi, le sue ansie e gli ha fatto vedere senza bisogno di scoprirsi le cicatrici procurate delle delusioni. Il primo taglio le è stato inferto proprio il giorno del matrimonio, solo che Elle non ha sentito il bruciore del bisturi, anestetizzata dall’euforia dell’inconsapevolezza. Steve invece lo ha notato nella fessura sottile degli occhi di Alec: un ghiaccio affilato, insensibile. Steve ha percepito una perfezione ostentata come i fasti del sontuoso ricevimento, una maschera da indossare in pubblico e togliere nella discrezione delle mura domestiche. Ma ha taciuto Steve, si è convinto che un bavaglio alla sincerità è d’obbligo quando la priorità è la felicità altrui. Ed Elle era felice quel giorno, anteprima di un abbandono graduale e mimetizzato nella più completa solitudine.
Steve ed Elle si sono visti nei momenti liberi. Non si può certo dire che Elle abbia vissuto da reclusa. Alec è un uomo che conta: ricevimenti, congressi e obblighi di rappresentanza non sono mai mancati. Elle e la loro primogenita, Imogen, hanno presenziato a quasi ogni evento, non certo per il desiderio di un marito e di un padre di trascorre tempo con la propria famiglia, ma perché ci sono schemi da seguire, modalità in cui apparire e c’è un ordine preciso che le cose devono avere, come dice sempre Alec. Lui è una persona influente, rispettata, abile nella sua professione. È ritenuto una brava persona, molti hanno richiesto il suo aiuto e in molti l’hanno ricevuto, perché Alec è effettivamente un brav’uomo. Ma tutto questo non è bastato ad Elle, che si è fatta schifo per questo, si è sentita un mostro, un essere disgustoso che ha desiderato un amore delirante, travolgente, indispensabile. Per questo ha smesso di parlare dei suoi bisogni, dei suoi sogni sciocchi e ormai non lo fa più nemmeno con Steve, che la capisce nonostante lei non dica più una parola. Forse proprio per questo Elle non lo fa più.
Hanno passeggiato tante volte lungo il fiume, sotto le fronde degli alberi del parco che Elle preferisce. Gli ha parlato sempre meno dei suoi problemi, dei suoi patimenti, della sua vita consumata da un’aridità di attenzioni di cui ha vergogna. Eppure Steve ha visto ogni crepa aprirsi nel suolo arso su cui poggia la felicità di Elle. Ha preferito lasciar parlare Steve, ascoltare i racconti delle sue notti brave. Gli ha persino chiesto di inventarsi storie di scorribande notturne tra locali della città e letti sfatti da passioni mai esistite. Elle ha ascoltato con attenzione, sorridendo con indifferenza nel riconoscere quanta fantasia o quanta realtà ci fosse in quei resoconti. Ha preteso dovizia di particolari, compresi quelli piccanti. Si è immersa tra ricordi che non le appartengono e irrealtà, un po’ come pensare di potersi nutrire tramite il solo gusto di una goccia, succhiata con ingordigia dalla punta di un dito. Quelle fantasie hanno superato le eccitazioni della realtà.
Si sono detti che si vogliono bene Steve ed Elle, hanno continuato a dirselo fino a che lei ha potuto sostenere il peso di sentirselo dire, poi la sua nave ha iniziato a imbarcare da nuove falle troppa acqua, che è pura e trasparente ma ha un carico che ti trascina a fondo. Per Elle, proprio quell’affetto è diventata violenza, così Steve ha smesso di esternare. Ed è proprio questa negazione che ha cambiato tutto, l’impossibilità di poter esprimerlo si è trasformata in lontananza, che da distanza è diventata tortura.
Nella testa di Steve le domande, le responsabilità e i desideri hanno preso le sembianze di un tarlo insistente. Quanto avrebbe potuto andare avanti tutta quella farsa? Quanto avrebbe retto, partecipando come terzo incomodo attore, a quel mondo di apparente perfezione preteso da Alec e accettato tacitamente da Elle? Il proprio silenzio era corretto, ma fino a che costo? Stava rispettando la scelta di Elle o perpetrando un crimine?
È stata solo questione di tempo, per trovare il coraggio di ammettere di aver sempre conosciuto le risposte.
Elle ha indossato un abitino di chiffon quel pomeriggio, splendida come solo Steve riusciva a vederla. Si sono seduti al tavolo di un dehor ad ammirare la bellezza di quell’angolo di città. I passanti transitavano veloci, ipnotizzati dagli schermi degli smartphone, incapaci di godere delle meraviglie che il luogo serve loro su un vassoio d’argento, ogni – santo – giorno.
A dir la verità, anche Steve è stato attratto da altro quel dì: Elle ha accavallato le gambe elegantemente, lui non si è perso nemmeno un secondo delle sue movenze, così come si è concesso di osservare con bramosia il profilo di quel viso e, con desiderio indegno, quelle labbra tinte di rosso.
Elle si è accorta dell’azzardo di quegli sguardi, ha composto con un gesto istintivo, arrossendo, la parte alta della gamba incorniciata dal ricamo dell’autoreggente. Steve ha estratto l’ultima sigaretta dal pacchetto e l’ha accesa, forse per compensare con la nicotina la mancanza inflitta agli occhi. Aspirando la prima boccata, con ancora l’accendino in mano, ha alzato gli occhi e incrociato quelli di lei, intravedendo la tristezza affacciarsi, respinta con forza in un attimo, com’era solita fare.
«Elle… che c’è che non va?» le ha chiesto dopo aver soffiato via il fumo verso l’alto.
«Nulla» ha risposto lei, sapendo di mentire, sperando che lui fingesse di crederle come sempre aveva fatto.
«Non mi parli mai di te» ha replicato.
Un bel ragazzo è passato accanto a loro interrompendo il discorso. Ha rallentato la camminata dedicando doverosa attenzione alla bellezza di Elle. Lei gli ha sorriso, felice di piacere.
In quel momento Steve ha capito tutto e ha trovato il coraggio di parlare, di dire ciò che da tempo avrebbe dovuto esternare. Ha disteso il braccio sul tavolo e ha posato la mano su quella di Elle.
«Perché non lo lasci?» le ha detto tutto d’un fiato.
«Ma che stai dicendo?» gli ha risposto indispettita, ritraendo il braccio di scatto.
Steve ha fatto centro, lo ha capito subito. Non ha più potuto tirarsi indietro. «Lo ami?»
«Che domanda è questa?»
«Bastava un sì o un no»
«Ma certo che amo mio marito» ha esclamato con voce alterata dopo aver tergiversato.
Steve le ha sorriso in maniera impertinente. «E lui ti ama?»
Elle è impallidita e ha iniziato a sistemare le sue cose nella borsetta prima di alzarsi.
«Non mentire a me, non trattarmi come uno stupido. Lo vedo quando soffri» le ha detto serio.
«Tu non sai nulla… tu non fai nulla. Non potrò mai perdonarti per questo. Tu…. Tu sei come lui»
Il paragone è arrivato a Steve come una coltellata a un polmone. Non è riuscito a parlare dopo quell’affondo.
«E dimmi, amico mio…» Elle ha sottolineato l’ultima parola con sarcasmo «Perché mai dovrei lasciarlo? Dammi un motivo». Si è voltata, non gli ha dato tempo di rispondere, ha avuto paura di ascoltare.
«Perché puoi trovare la felicità!» le ha gridato Steve, osservandola correre e salire su un taxi per scappare via da lui.

Altrove, in un altro momento.
È come correre a perdifiato. Prende vita in silenzio. Non è solo un cuore che sbatte nel petto, è una bolla di sapone infrangibile e delicata, si gonfia e si sgonfia. La porta si chiude contro un presente, decretandolo passato. Buio, ma passato. Le lacrime scivolano via dagli occhi, trascinate dal vento della corsa segnano una traccia luccicante sulla pelle, disperdendosi nell’aria. È un pianto, sì, ma non è l’urlo soffocato dalla rassegnazione. È speranza liquefatta che trova una via d’uscita. La cosa dentro si espande enormemente e si riduce ingigantendo e poi spremendo l‘anima. La sagoma rassicurante si materializza. È la felicità che viene incontro, fosse anche per un giorno soltanto.
Una volta Bukowski ha detto: “Accontentarsi pur di non restare soli… Se dovessi spiegare a parole l’infelicità, lo farei così” Elle ha capito che è una questione intima, sa che ognuno la cerca dove meglio crede, l’intimità. C’è chi crede stia sotto gli indumenti e chi pensa sia altrove. Non è importante il concetto, ognuno scelga il suo, ma in due è essenziale muoversi per mano, verso lo stesso posto, altrimenti non la si trova mai insieme, ed è una condanna alla solitudine.
L’uomo si è avvicinato con cautela senza staccare lo sguardo da quello di lei. Non avrebbe potuto neanche volendo, perché è bella. Oh se è bella! Bella come nessuno avrebbe mai potuto vedere senza gli occhi del suo amore. Elle ha fatto un movimento goffo. Quel gesto di coprirsi gli si è aggrappato allo stomaco nel punto in cui le farfalle prendono il volo. Elle non ha coperto le sue intimità in quanto tali, è stato solo un dolcissimo pudore dettato dall’inconscia consapevolezza di voler incartare con la timidezza un dono prezioso. Elle ha avuto vergogna delle sue cicatrici invisibili.
«Ti ho già vista nuda» le ha detto lui.
Ella ha annuito, Elle desidera qualcuno che baci le sue cicatrici.
L’uomo ha contemplato il regalo e lo ha accettato, e a sua volta si è donato. Si è chinato su di lei e ha assaggiato con gratitudine tutto ciò che gli è stato offerto. Ha leccato le cicatrici con amore e queste hanno subito iniziato a guarire.

Adesso, in camera da letto.
Alec si allontana dal balcone. Sul viso ha disegnata un’espressione di rabbia e paura che Elle non ha mai visto prima. Non è l’unica sorpresa: per la prima volta la guarda dritta negli occhi.
Impettito, ai piedi del letto, passa in rassegna, alternativamente e più volte, la moglie e il cuscino da cui spunta l’impugnatura della pistola.
Nonostante la sua assenza, nonostante abbia sacrificato per l’ambizione ogni genere di rapporto, Alec è un uomo perspicace: in Elle qualcosa è cambiato ineluttabilmente negli ultimi due giorni. Una luce strana, non identificabile, assimilabile a un soffio d’insana ebrezza, la guida in ogni suo gesto, in ogni sua parola. Capisce che qualsiasi arringa è inutile: la causa è persa, il giudice Elle non avrà ripensamenti sulla sentenza.
Potrebbe fermarsi lì, con lei, posare una mano delicatamente su quel viso che non accarezza da tempo. Potrebbe tenerla sotto controllo per tutta la giornata, per il giorno seguente e per tante altre ancora. Prima o poi, però, doveva accadere, realizza con rammarico. La commedia delle parti è giunta al termine, Elle ha deciso e agirà di conseguenza, non verrà meno al suo modo di esistere.
«Non c’è nulla che io possa fare, vero?» La furia che ha guidato Alec fino a casa, a metà mattinata, sfuma lasciando posto all’accettazione, al gusto amaro della sconfitta.
Lei muove la testa negativamente.
Steve può respirare adesso, non ha più paura di Elle.
Alec la guarda per l’ultima volta, forse la prima in quella maniera. Si accorge della perfezione di quel corpo nudo. Le forme femminili accattivanti e allo stesso tempo discrete, senza eccessi. Per una volta scende sotto la pelle e si accorge che c’è un’anima sorprendentemente forte e splendente immersa nella carne di sua moglie. È ciò che non è mai stato suo, lui ha solo posseduto l’involucro. È un rimpianto pesante quanto un macigno che si porterà dietro per sempre. Alec si volta e esce dalla stanza, senza proferire altra parola. Poco dopo la porta di ingresso si chiude alle sue spalle.
Steve apre la mano e legge ancora una volta il biglietto trovato nella cassetta della posta, due giorni prima. La luce che filtra dallo spiraglio è sufficiente a illuminarlo.

“Io ti perdono. Puoi fare altrettanto?
La felicità trova chi ama, e per questo sa perdonare.
Giovedì mattina è un buon momento per perdonare e per amare?”
Elle

«Ho ancora bisogno della tua bocca sulle mie cicatrici, ne avrò sempre» la sente sussurrare. Attraverso la fessura la vede impugnare la pistola sottratta al marito. Armato, quella mattina li avrebbe ammazzati entrambi. Lei sa sempre ciò che può accadere, prevede gli scenari possibili in ogni occasione, proprio grazie alle sue titubanze, i suoi infiniti dubbi, le sue negazioni, i suoi silenzi, i suoi errori, le sue paure. Quando decide di muoversi però lo fa con intenzione, Elle è l’intenzione, sempre. Per questo Steve ha fatto ciò che gli ha chiesto, ha fede in lei.
Steve lascia cadere il foglio, spinge l’anta dell’armadio e sguscia fuori. Ora può esaudire ogni desiderio che la renderà felice.

 

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