Corpo Felice – di Dacia Maraini

Corpo Felice – di Dacia Maraini

Corpo Felice – di Dacia Maraini

recensione di Giovanna Pandolfelli

corpo felice
Corpo felice è il romanzo più recente scritto da Dacia Maraini, pubblicato da Rizzoli nel 2018.

Storia di donne, rivoluzioni e un figlio che se ne va, recita il sottotitolo.

Un “corpo felice” quello della donna, nonostante tutto.

Poiché, traendo spunto dalle sue vicende personali di donna, l’autrice, storica femminista, si insinua nelle piaghe della società moderna che hanno tuttavia profonde radici antiche.

Si tratta di quelle piaghe che affliggono le donne, indiscriminatamente, senza distinzione di latitudine, Stato, religione, regime politico, fascia sociale, livello culturale.

Non che le differenze non vi siano, tuttavia la discriminazione di genere è una vera e propria ferita storica e globale.

Dacia Maraini in Corpo felice affronta il tema della maternità, in particolare di una maternità mancata, fallita, perduta, ed è esattamente questo l’appellativo del frutto smarrito del suo ventre, “Perdu”, “Perduto”.

Si riferisce alla perdita del bambino, allo smarrimento dovuto alla maternità fallita, alla privazione della maternità stessa per la donna.

Il romanzo è un lungo dialogo tra madre e figlio, nell’arco della vita immaginata di Perduto.

Emergono domande su ciò che sia giusto o meno riguardo alla vita e alla sua privazione, se una madre debba essere tenuta in vita dopo la morte di suo figlio, domande sulla perdita della sacralità del parto che conferisce alla donna il potere più grande: dare la vita.

Sin dalla Bibbia, così Maraini, il seme maschile è unico generatore, Eva viene prescelta per commettere il peccato la cui espiazione è giunta fino ai nostri giorni. Il parto stesso, nel suo dolore fisico, è espiazione di quella colpa atavica.

La Chiesa affligge la figura femminile con un fardello e

“Tutt’oggi le consacrate subiscono una discriminazione dolorosa: il consacrato ha diritto di voto e di rappresentanza e la consacrata non ha nessun diritto, nemmeno quello semplice di decidere chi dovrà comandarla”.

Del resto, è recente l’articolo scandalo sul mensile dell’Osservatore Romano “Donne, Chiesa, Mondo”, diretto da Lucetta Scaraffia, in cui si denuncia la subordinazione e le umiliazioni subite dalle suore rispetto a sacerdoti e prelati, nonché ad opera di questi.

Ed è la stessa Lucetta Scaraffia che nel suo saggio “La fine della madre” (Neri Pozza 2018) sostiene una tesi analoga a quella di Dacia Maraini sul ruolo della madre ormai dissolto, a causa di una società governata da parametri maschili che non hanno alcun interesse a riconoscere un potere, seppure naturale, al genere femminile.

La storia al femminile è declinata in vite di reclusione ed esclusione, anche concreta, se si pensa a luoghi come i conventi o i manicomi dove spesso le donne trascorrevano la loro vita contro la propria volontà, come documenta il prezioso saggio di Annacarla Valeriano “Malacarne” (Donzelli 2017) sulle donne internate nel manicomio di Teramo e citato da Maraini in Corpo felice.

L’opera si dipana in un morbido oscillare di affettuosi ricordi della gravidanza e di memorie immaginarie di una vita non vissuta accanto a Perdu, durante la quale la madre lo educa al rispetto della donna, gli porta esempi di donne coraggiose e meritevoli di ammirazione e, tuttavia, sembra che a nulla valga contro la natura dell’uomo predatore.

Persino Perdu sarebbe caduto nella trappola di una società che si aspetta uomini aggressivi e giudicanti nei confronti di comportamenti femminili non ritenuti idonei all’immaginario maschile.

Nel procedere tra le pagine di Corpo felice non si può non rievocare la celebre Lettera a un bambino mai nato (1975) di Oriana Fallaci.

Cosa è cambiato da allora? Cosa unisce e distingue le due autrici guerriere in difesa della donna?

Oriana parla di un ipotetico aborto spontaneo avvenuto nella vita di una giovane donna single in carriera; Dacia suona le note melanconiche di una perdita reale, quella di suo figlio, amato, desiderato e circondato dall’amorevole cura di una coppia.

Non si potrebbe pertanto comparare una vita vissuta con un’ipotesi di vita.

Tuttavia, aldilà dell’espediente letterario (se tale si possa considerare un’esperienza dolorosa come
una maternità sfiorata e poi perduta), entrambe le autrici spaziano nel vasto ambito del ruolo femminile nella storia e nella società.

Giungendo – ahimè – a conclusioni analoghe, sebbene a più di quaranta anni di distanza.
A vincere è il sempre il più forte, recita Oriana, la sopravvivenza è violenza. E la donna soccombe.

La Chiesa viene presa di mira anche da Oriana Fallaci che individua nella figura di Giuseppe il salvatore della reputazione di Maria, rimasta incinta senza marito.

Fallaci conferma il senso di colpevolezza che circonda la maternità intesa come espiazione, quando si chiede perché soffrire per una gravidanza difficile solo per aver ceduto agli abbracci di un uomo.

In Corpo felice la gravidanza è un dono, la maternità una condizione:

“La maternità non è solo un fatto naturale. È un modo di stare al mondo.”

Sebbene dunque alcune riflessioni di partenza sulla condizione della donna e sulla discriminazione di genere siano analoghe, il messaggio conclusivo che giunge al lettore è profondamente diverso.

Quello di Dacia Maraini trasmette speranza, è vero e reale nell’immaginare le difficoltà di rapporto tra madre e figlio nelle varie fasi della vita; mentre dalle parole di Oriana Fallaci emana un vento di protesta riguardo alla natura femminile stessa, costretta a donare la vita anche contro la propria volontà, e rivendica l’uguaglianza al genere maschile la cui privazione del potere generatore di vita è percepito come un vantaggio.

Quei tempi sono lontani e oggi si rivendica il diritto alla differenza; resta un punto su cui riflettere:

“si dice uomo per dire uomo e donna […] si dice omicidio per indicar l’assassinio di un uomo e di una donna.” (O. Fallaci).

Oggi abbiamo conquistato una parola per il delitto di genere: femminicidio.

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Sinossi

Una madre che non ha avuto il tempo di esserlo.

Un figlio mai cresciuto.

Tra di loro, i giorni teneri e feroci, sognati eppure vividissimi che non hanno vissuto insieme.

E un dialogo ininterrotto che racconta cosa significa diventare donne e uomini oggi.

A più di quarant’anni dai versi che hanno disegnato i contorni di un cambiamento possibile -Libere infine di essere noi / intere, forti, sicure, donne senza paura- Dacia Maraini riavvolge il filo di una storia tempestosa, quella al femminile, attraverso le parole di una madre a un figlio perduto, il suo, che cammina verso la maturità pur abitando solo nei ricordi.

È così che l’immaginazione si fa più vera della realtà, come accade per tutte le donne che popolano i suoi libri – Marianna, Colomba, Isolina, Teresa – e sono arrivate a noi con le loro voci e i loro corpi.

Corpi che non hanno mai smesso di cercare la propria via per la felicità, pieni di vita o disperati per la sua assenza, amati o violati, santificati o temuti, quasi sempre dagli altri, gli uomini.

Ed è proprio a loro che parlano queste pagine.

Agli occhi di un bambino maschio non ancora uomo.

Per ricordare a lui e a tutti noi, sul filo sottile ma resistente della memoria, che solo quando l’amore arriva a illuminare le nostre vite, quello tra i sessi non sarà più uno scontro ma l’incontro capace di cambiare le regole del gioco.

Autore: Dacia Maraini
Titolo: Corpo felice
Editore: Rizzoli, 2018

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