La prosa al femminile. Le grandi signore dell’Ottocento.

La prosa al femminile. Le grandi signore dell’Ottocento.

La prosa al femminile. Le grandi signore dell’Ottocento.

Di Romina Angelici

 

Fra le donne può scattare o una grandissima solidarietà o una profondissima antipatia. Certo è che, come ogni donna è severa giudice di se stessa, ancor più riesce a essere critica rispetto alle sue consimili. Questo da sempre.

A riprova potrei citare il fatto che, quando all’interno del monopolio letterario inglese ottocentesco, qualche signora ha cominciato a far sentire la sua voce, è capitato anche che a stroncarla fossero sue ardimentose e poco tolleranti colleghe. Non mi riferisco solo ai giudizi caustici di una lettrice severa come Jane Austen o agli attacchi affatto velati di Mary Wollstonecraft; George Eliot scrisse un piccolo saggio di invettiva contro i Romanzi sciocchi di signore romanziere, che proprio lei che a quell’epoca non era né una romanziera né una signora (per dirla tutta, dato che conviveva con il suo compagno)- apertamente diffida dal non alimentare il numero degli asini della favola di La Fontaine[1].

La prosa al femminile. Le grandi signore dell’Ottocento.

Virginia Woolf, in Una stanza tutta per sé, registrava la mancanza di libri scritti da donne nei cataloghi delle biblioteche delle università dove erano per lo più nomi maschili a figurare sia tra gli autori dei volumi presenti, sia tra coloro che li avevano dati alle stampe.

Le grandi signore della letteratura non hanno solo dovuto combattere contro il pregiudizio verso il loro sesso da parte di editori maschi, ma hanno anche visto numerose porte chiudersi loro in faccia con tanto di più o meno cortese diniego. E questo sia sul Vecchio che sul Nuovo continente.

Ciò ha fatto sì che alcune di loro preferissero non esporsi in prima persona nascondendosi dietro l’anonimato o uno pseudonimo, il più delle volte maschile.

“By a Lady” risultarono così scritti i romanzi di Jane Austen e i tre fratelli Bell -Currer, Ellis e Acton- si rivelarono in realtà essere tre sconosciute signorine del Nord-Inghilterra.

Questo impedì che la grandezza di queste scrittrici venisse riconosciuta mentre erano in vita ma creò anche qualche equivoco, come ad esempio il fatto che all’inizio si pensò, per alcune coincidenze biografiche, che Jane Eyre fosse stato scritto da William Thackeray (la moglie era stata rinchiusa per problemi mentali). Anche la emancipata Louisa May Alcott, oltreoceano, sempre da un uomo, cioè il severo padre Amos Bronson, dovette nascondersi quando decise di scrivere i più redditizi racconti gotici o sensazionali nonostante si fosse recata a Boston per vivere e per mantenersi da sola. E pensare che la canadese Lucy Maud Montgomery, che definisce la sua carriera un sentiero alpino (così duro, così impervio), si vide respinto Anne of Green Gables più di una volta.

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Louisa M. Alcott

Possiamo dire che le donne hanno dovuto prima faticare per prendere in mano la penna (prendendo in prestito l’espressione di Jane Austen usata in Persuasione), e quando poi ci sono riuscite, hanno dovuto sbracciare per farsi largo tra la folla di uomini e i loro vocioni più forti, per poter essere udite prima ancora che ascoltate.

A onor del vero, l’input era venuto proprio da un uomo, il buon Richardson, che mettendo a disposizione della sua Pamela fogli, penna e inchiostro, le aveva conferito gli strumenti per raggiungere la meta della sua Virtù ricompensata, ma questo è rimasto un caso isolato e per il proseguo le inesperte letterate in erba se la sono dovuta cavare da sole.

Il fatto è che anche quando uno studioso o un editore si accorgeva di loro, questi si premurava di spendersi in consigli e ramanzine circa l’utilitario impiego di evidenti doti letterarie, invece di riconoscerne, con oggettiva franchezza, l’indiscusso valore. Questo è il caso di Robert Southey, il corrispondente di Charlotte Bronte che le consiglia di dedicarsi alla poesia e la mette in guardia dalla follia di trascurare doveri tangibili!

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Sorelle Bronte

I complimenti raramente arrivavano senza una forma di condiscendenza, ne sia un esempio questa osservazione semplicistica di Lord David Cecil sull’opera di Jane Austen: “può essere descritto come un quadro realistico della vita sociale e domestica, vista da una donna”. Lo stesso Henry James non resistette alla tentazione di bacchettare la giovane Louisa Alcott alle prese con il primo esperimento letterario, Mutevoli umori, per la sua inesperienza.

Un altro vizio tipico degli uomini è quello di fare paragoni antipatici mentre sarebbero da rifuggire sia le fazioni che le generalizzazioni. Credo che nessuno scriva con l’intento precipuo di assomigliare o distinguersi da qualcun altro ma semmai di affermare la sua verità; da parte di donne per cui l’atto della scrittura è già di per sé solo una conquista, sarebbe inoltre una sprecata velleità.

Ma c’è stato chi non ha resistito a mettere a confronto il buonsenso ordinato di Jane Austen con il mondo immaginifico e gridato di Charlotte Bronte creando schieramenti del tutto inutili.

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E. Gaskekell

La signora Gaskell è sfuggita a tutto questo, forse perché protetta dalla confortevole ala di mastro Dickens (che sapeva essere molto pretenzioso), ma non Mary Ann Evans che tutti conoscono con il nome di George Eliot e che dovette andare a rileggersi tutti i romanzi di Jane Austen, durante un’estate trascorsa sull’isola di Jersey, su consiglio del suo compagno George Henry Lewes.  Lei poi si vendicò scrivendo:

“La mente di un uomo -almeno nella misura in cui esiste- ha sempre il vantaggio di essere maschile – e perfino la sua ignoranza è più solida”.

Quando poi riuscirono a emergere, per qualcuna era troppo tardi, qualcuna conquistò ammiratori seri, come Walter Scott per Jane Austen (o coronati come il Principe Reggente, addirittura), qualcun’altra, come Charlotte vide aprirsi le porte dei salotti più alla moda di Londra (a prezzo di fastidiosissimi mal di testa), Mrs Gaskell riuscì a sovvenzionarsi tutti i suoi viaggi all’estero.

Nessuna di loro potrebbe definirsi disinteressata quel tanto da considerarsi noncurante dei guadagni, o della “grana” come la chiama Jane Austen; i tempi e l’estrazione sociale non lo consentivano proprio, e poi c’erano fratelli o mariti a gestire i loro affari. La signora Gaskell era bravissima a tenere la contabilità dei guadagni procurati con i suoi romanzi e grazie a essi riuscì ad acquistare una casa dove ritirarsi con suo marito e le figlie non sposate[2], alla ragguardevole cifra di 3000 sterline. Un po’ come tempo prima aveva fatto Fanny Burney con il “Camilla Cottage”[3].

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G. Eliot

Ciascuna obbediva però solo al suo credo che per Jane Austen era “scrivi solo di ciò che conosci”, per Charlotte Bronte significava giurare fedeltà al vero, e secondo George Eliot doveva essere assicurare la funzione educativa della scrittura. Mrs Gaskell cercò di contemperare tutte e tre le cose e le riuscì davvero molto bene, anche se i pregiudizi vittoriani guardavano con diffidenza ai coraggiosi temi da lei trattati nei suoi romanzi.

Ognuna di esse provò quella insopprimibile esigenza espressiva di dare forma alle proprie idee ed emozioni attraverso la parola scritta, scegliendo il linguaggio e lo stile più consono e vicino al proprio essere. Dal tono gridato di Charlotte Bronte a quello più composto di Jane, dall’accento materno di Mrs Gaskell a quello dotto e disinteressato di George Eliot, con il pragmatismo la Alcott e il suo mondo immaginifico la Montgomery, ciascuna ha arricchito in modo unico e imprescindibile, con lo stile che la contraddistingue, il panorama letterario dell’Ottocento.

 

 

[1] L’asino della favola afferma di saper suonare solo perché soffiando sul flauto ne sente uscire dei suoni.
[2] Lo annuncia lei tutta trionfante in una lettera del 1865 a Charles Norton: “Ho comprato una casa… dove mio marito possa ritirarsi e possano vivere le mie figlie non sposate…”.
[3] Chiamata così perché acquistata da Fanny Burney con i proventi del suo romanzo Camilla.

 

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