Murad Murad di Suad Amiry

Semplicemente, donne.

Murad Murad di Suad Amiry

Murad, Suad Amiry

Murad Murad di Suad Amiry

Recensione di Elvira Rossi

Murad, Suad Amiry

“Suad, sei sicura di volerlo fare? Basta che ti sparino una volta sola. Una volta sola e sarai morta e non avrai mai più modo di scrivere questo maledetto libro…”

Suad Amiry, autrice di “Murad, Murad”, così si era interrogata in silenzio poche ore prima di immergersi in un viaggio difficile, iniziato prima dell’alba di una qualunque giornata,  in compagnia di alcuni braccianti palestinesi, che dai territori occupati si sarebbero diretti verso Israele alla ricerca di un lavoro.

Convinta che tra l’immaginazione e la realtà restasse comunque un divario, aveva progettato di percorrere il medesimo cammino dei manovali palestinesi, perché il loro racconto non aveva esaurito la sua voglia di conoscere.

Murad, Suad, Amiry

Il desiderio di condivisione era irrefrenabile e a nulla erano valse le parole di chi aveva provato a distoglierla dal suo proposito.

Il romanzo “Murad Murad” è ispirato a una storia autentica vissuta da Suad Amiry.
Donna, giornalista, palestinese: connotazioni che si fondono nel profilo di una scrittrice che offre una testimonianza diretta dei tormenti quotidiani di un Popolo, al quale è stata negata la dimensione della normalità da una occupazione, che sembra non lasciare speranza di soluzione soprattutto a chi non ha la libertà di scegliere tra il restare e l’andare via.
Murad, Suad, Amiry

La scrittura di Suad Amiry incontrando la storia della sua gente esprime ribellione alla cancellazione del passato  e, andando oltre la brutalità degli eventi, proietta il presente in direzione di un futuro di libertà.

Il connubio tra parola scritta e realtà storica, così amato e ricercato dagli scrittori palestinesi, trova una conferma nel libro di Suad Amiry.

Di fronte al dramma, le divagazioni non sono ammissibili e su tutte le ragioni prevale l’impegno a rinsaldare la memoria collettiva attraverso i racconti.

Le vicende, che siano reali o verosimili, attestano il potente attaccamento dei Palestinesi alla propria Terra.

La parola d’ordine che tocca tutte le espressioni dell’arte palestinese si riconosce nella resistenza e nella salvaguardia della propria identità.
Murad, Suad, Amiry
La letteratura diventa specchio di una realtà inquieta e violenta, che offre numerosi spunti di ispirazione agli scrittori, che assistono allo scontro di forze contrapposte di distruzione e conservazione.

L’autrice non è interessata alle dissertazioni teoriche, non denuncia, non emette sentenze.

Della politica degli stati si rendono manifesti solo gli effetti sui Palestinesi, che sprigionano la loro forza di volontà e si affannano a vivere per non cedere all’occupazione.

La scrittura dà forma alla vita che non vuole arrendersi.

Ad attrarre l’attenzione di Suad Amiry è l’umanità sofferente, rappresentata senza toni drammatici e talvolta persino con leggerezza o ironia.

È compito della letteratura raccontare la storia?
Assolutamente no!

Eppure la letteratura penetra negli umori nascosti dei più umili che spesso la cronaca e gli storici ignorano.

Gli scrittori svelano il dolore delle singole persone, che la storia la vivono, la soffrono, la subiscono, la cambiano.

Nelle espressioni dell’arte le masse si scompongono in volti e agli individui viene restituita la dimensione umana smarrita tra i numeri delle statistiche.
Il letterato con il linguaggio che gli appartiene stimola la curiosità del lettore, insinua in lui dei dubbi, lo spinge a interrogarsi e spesso destabilizzando gli stereotipi finisce con il mostrare l’altra faccia della luna, quella meno appariscente e visitata.

Nel romanzo,  lo stile asciutto ed essenziale convive con una struttura narrativa resa più dinamica da parti dialogate e micro narrazioni, che si muovono su diversi piani temporali.

Tutto questo è “Murad Murad”, il romanzo di Suad Amiry,  scrittrice palestinese tra le più note in Italia per essere stati i suoi libri tradotti nella nostra lingua.

Al desiderio della scrittrice di costruire un reportage si accompagna un sentimento profondo di vicinanza che la lega al suo Popolo.

Sente di essere una privilegiata a fronte di tanti Palestinesi, che soffrono una situazione di povertà e disperazione e per questo avverte un senso di colpa.

E sa bene che non basterà affrontare dei rischi una sola volta, per cancellare quel disagio interiore.

Suad Amiry si propone di raccontare le fatiche, le ansie, vissute da uomini che per lavorare  non hanno altra soluzione se non quella di entrare clandestinamente in Israele.

La narratrice vestirà abiti maschili e cercherà di nascondere le proprie fattezze femminili per confondersi con i manovali che, di notte partendo con un pulmino da Mazare’ al-Nobami, villaggio non distante da Ramallh, aspirano a raggiungere Israele.
Murad, Suad, Amiry

Inizialmente incerta e imbarazzata tra tanti uomini, giovani e vecchi, quando la sua vera identità viene scoperta, si sente sollevata dall’assillo della simulazione.

La diffidenza espressa da qualcuno nei suoi confronti non riguarda tanto il suo essere donna quanto piuttosto il suo ruolo di giornalista.

“Al-doctora pubblicherà un libro sulle vostre vite… sulle vostre sofferenze.”

C’è chi ha l’aria di rimproverarle per essere lì solo per una volta, mentre per tutti gli altri manovali ci saranno “ Le mille e una notte arabe” durante le quali, come in un gioco perverso, il destino della preda è deciso dagli umori dei cacciatori, che talvolta sparano e altre volte fingono di non vedere.

A meritare il titolo del libro è Murad, un giovane di ventuno anni,  che  si reca in Israele da quando ne aveva tredici.

Piccolo, magro, bruttino, “vigile come una volpe, paziente come un cammello”, a dettare la strategia al gruppo era sempre lui.

In maniera silenziosa era stato eletto come guida negli spostamenti notturni verso il confine di Israele.

Murad riesce a influenzare anche l’umore dei compagni, perché possiede una particolare attitudine  a fiutare il rischio, valutarne l’entità,  reagire con estrema rapidità nelle circostanze più difficili.

Al pari di tutti i giovani si concedeva un sogno, tuttavia diversamente dagli altri giovani aveva la certezza che quel sogno non si sarebbe mai realizzato.

Murad restava profondamente radicato alla concretezza dell’esistenza e la sua maggiore apprensione scaturiva dal timore di restare intrappolato nella propria Terra senza lavoro e per evitarlo era disposto ad affrontare ogni forma di rischio.

Suad Amiry affascinata dalla tenacia del giovane palestinese è pronta a seguirlo.

Quella notte avrei giocato con i big boys della Palestina.”

Murad, Suad, Amiry
Strade accidentate, sentieri sterrati, pendii scoscesi, letti di torrenti prosciugati, cumuli di macerie rappresentano facili ostacoli per gli uomini che alla guida di sgangherati pulmini Ford si destreggiano con abilità come se fossero a capo di super macchine alla James Bond.
Tuttavia la minaccia più grave deriva dai check-point israeliani.

“…trecentosessanta check-point separano la Palestina dalla Palestina”

Murad, Suad, Amiry

Suad Amiry avverte la difficoltà a raccontare segmenti di una esistenza che per la sua articolazione complessa appare regolata dalla irrazionalità.

Come potrà tradurre in parole chiare aspetti che per lei stessa sono difficili da comprendere?

Qual è la logica che domina i posti di guardia?

Qualcuno ci corre dietro, e qualcun altro ci intrappola. Certi ci arrestano, e altri ci pestano. Alcuni ci lasciano passare da un’uscita sorvegliata, e altri chiudono un occhio.

Il paradosso dei paradossi è che la parte più spinosa del viaggio si snoda  all’interno della Palestina, la propria Terra, dove si rischia di essere fermati, arrestati, picchiati dai soldati israeliani ai check-point.

Superati le barrire e il muro che divide la Cisgiordania da Israele, i rischi di essere molestati diventano minori, i braccianti confidano nella possibilità di essere considerati arabi d’Israele.

In tale contesto così ricco di contraddizioni, la percezione dei Palestinesi non può essere che confusa e incerta.

L’incomprensibile trova la sua sintesi in una considerazione di Suad Amiry:

“ Una terra senza popolo per un popolo senza terra.”

Quando si procede a piedi nella oscurità, alla scrittrice, che non nasconde l’ansia,  Abu Yousef, il più anziano dei manovali dirà:

“No dottora, non è questa l’oscurità che mi fa paura, ma quella che loro hanno nel cuore.

La parte finale dell’itinerario si svolge a piedi:

“Cammina…cammina…cammina…galoppa…galoppa…galoppa…Un respiro lungo e profondo.”

Dopo ore faticose di un viaggio iniziato alle tre del mattino, quei pochi che sfuggendo a tutti i controlli giungono al confine tra Cisgiordania e Israele non hanno alcuna certezza di riuscire a transitare.

Suad Amiry, solo dopo aver sperimentato il rischio e l’avvilimento dei lavoratori palestinesi, si sentirà pronta a parlarne.

Dal culmine dello sconvolgimento emotivo,  che nella scrittrice esplode quando lei viene  a trovarsi dinanzi a un pezzo di muro, nascono pagine intense, che interrompono l’impassibilità della narrazione.

Timidi bagliori di poesia si affacciano con la discrezione di un fiore che fa capolino tra le macerie.

“Mi sono sentita crivellata di colpi contro quel muro.

Sono rimasta immobile e ho pianto.

Ho pianto tanto che mi doleva l’anima.

Sono rimasta immobile e ho pianto.

Ho pianto come un bambino.”

La barriera grigia è insostenibile.

Inquietudine, antiche memorie, fantasticherie, evocazioni di paesaggi sepolti si succedono e si confondono in uno stato di semi coscienza che stenta a connettersi con la realtà.

Nell’incubo rivede gli animali della propria infanzia, che si rivoltano contro la distruzione criminale che all’ambiente è stata inflitta.

Murad, Suad, Amiry

Il malessere si dirada solo di fronte ai murales disegnati da Banksy, il misterioso artista britannico che suole affidare messaggi di rivolta contro ogni forma di violenza.

La raffigurazione di una bambina, che stringendo nelle mani dei palloncini si alza in volo lungo il muro per superarlo, assume una carica rigeneratrice, diventa una promessa di speranza, che in Suad Amiry infonde quel coraggio che stava per abbandonarla.
Murad, Suad, Amiry
I muri si possono alzare ma si possono anche abbattere.

Diciotto ore sono trascorse dall’inizio della partenza e solo quattro persone attraverso un varco conquistano il suolo d’Israele.

È tardi per trovare un lavoro, non è mai tardi per resistere.
Murad, Suad, Amiry
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Sinossi

Cambiare sesso. Suad Amiry sa benissimo che è questo l’unico modo per raccontare la paradossale condizione dei lavoratori palestinesi costretti a superare il confine con Israele per trovare lavoro. E così fa.

Suad si traveste da uomo e raggiunge nottetempo un villaggio vicino a Ramallah da dove comincia il suo viaggio, lungo le strade costeggiate di olivi che conducono in Israele, insieme al fido Mohammad, a Murad – sfrontato, grezzo, tamarro, un ragazzo come tanti – e ai loro amici.

Ridono, scherzano, parlano del lavoro che, forse, li aspetta al di là del confine, ma la testa è sempre altrove: ai soldati israeliani che potrebbero arrestarli da un momento all’altro, alla diffida che riceverebbero se venissero presi e che sancirebbe una “carcerazione preventiva”, alla pallottola sparata da qualche cecchino nascosto tra gli alberi.

Quando, dopo una marcia sulle colline e una serie di traversie, riescono infine a superare il muro e a mettere piede in Israele, è tardi: il lavoro non c’è più. Si confondono con i civili israeliani e salgono su un autobus per cominciare il viaggio di ritorno verso casa.

Davanti a loro un paesaggio non ignoto ma visto forse per la prima volta con occhi diversi: tutto quello che era stato “palestinese” non c’è più, non c’è più memoria dell’architettura, delle coltivazioni, della vita quotidiana di un popolo che lì è vissuto per secoli

Titolo: Murad Murad
Autore: Suad Amiry
Editore: Feltrinelli Editore (18 ottobre 2010)
ASIN: B006E0IFR0

 

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