“La tua chitarra e le sue note tra le stelle” di Mirella Morelli

“La tua chitarra e le sue note tra le stelle” di Mirella Morelli

La tua chitarra tra le stelle

“La tua chitarra e le sue note tra le stelle” di Mirella Morelli

Contest Lettere al Femminile

La tua chitarra tra le stelle

C’è un rito, tra noi, da quando vivi in un’altra casa: tutte le volte che impari un nuovo brano alla chitarra me lo invii con WhatsApp; io lo ascolto, rido di tenerezza – poi un brano lo imposto come suoneria del cellulare, un altro lo ascolto mentre cucino, e sempre l’aria si riempie di te.
Ti penso.

Ti penso nella tua stanza universitaria, delicata e introversa mentre tocchi le corde, sgridi il pappagallo che ti disturba, e non smetti di provare finché quel pezzo non ti viene perfetto.

Poi però penso che purtroppo suoni solo alla domenica quando ti senti sola, e me ne fai partecipe: la tua chitarra è un ponte dalla tua stanza alla mia, dalla tua mano alla mia.

E intanto pensi, chissà a cosa pensi, e quanto. Delicata, e introversa.

Ricordo quella volta che bambina delle elementari dovevi descriverti, avevi iniziato il compito mettendo subito in chiaro: “Sono una bambina riservata, non mi piace parlare di me”.

Riservata, introversa, ma soprattutto delicata.
Perfino quando mi sorridi all’improvviso e mi abbracci, perfino allora il tuo abbraccio è così lieve, lieve lieve come i tuoi capelli che mi sfiorano il viso nell’abbraccio. Lieve lieve come i petali dei fiori di pesco che ami tanto e che mi mostri nelle mille foto del Giappone.

Ascolto i tuoi brani al cellulare, e ricordo.

Ricordo il tuo insegnante di chitarra che mi diceva sempre, estasiato, del tuo perfezionismo. Ed eri sempre tu quella a cui affidava i pezzi più difficili, o la sua chitarra più preziosa.

Ne ero felice per te ma come madre coglievo la tua insicurezza, che sempre ammanti di incontentabilità, e oggi come allora vorrei farti una carezza sui capelli pregandoti di non essere così esigente con te stessa.

Non te lo dico mai perché sarebbe inutile: esigere il massimo da te stessa è davvero il tuo marchio di fabbrica e al contempo il tuo grande cruccio.

Forse da piccola avrei dovuto dirti che ci penseranno gli altri a chiederti troppo, e insegnarti che la vita è piena di orchi forche e spade nascoste.

Invece ho sempre preferito insegnarti a cercare la bellezza e a guardare oltre l’apparenza, ti ho detto che per ogni demone devi crearti un tuo angelo, e così ti ho spiegato che “seconda stella a destra, questo è il cammino, e poi dritto fino al mattino”, perché come dice la canzone “poi la strada la trovi da te” per quell’Isola Che Non C’è…

Io ti ho promesso che c’è, amor mio, e tu mi hai creduto, e questi auguri un po’ bislacchi di oggi servono a questo: a dirti grazie per la fiducia che hai sempre riposto in me e in quello che ti insegnavo, perché quello che ti insegnavo era quello che sono, senza mai nascondermi come mamma, giammai come donna.

E se anche questo compleanno lo viviamo distanti faccio l’unica cosa che so fare da sempre: ti scrivo, e oggi come ieri ti sprono a non dimenticartela mai quella strada tra le stelle, neanche nelle notti di vertigine, neanche in quelle buie e tempestose alla Linus, neanche nell’inferno dei viventi alla Calvino…

Perché io ti ho cresciuta a latte e libri, come diceva tuo padre quando leggevo ad alta voce mentre ti allattavo, e ti ho svezzata a musica e favole, e avevo smesso di scrivere per la gioia di rotolarmi a terra sui tappeti giocando con te.
Oggi mentre tu suoni in un’altra casa io scrivo nella nostra e, invertiti i ruoli, sei tu che mi sproni a riprendermi il mio spazio mentre mi accarezzi da lontano con la musica.

Io scrivo, tu suoni.

Mi hai chiesto di non smettere più di scrivere. E io oggi ti esorto a non smettere mai di suonare, di non lasciarti mai schiacciare dagli impegni dell’esistenza, di ricordare sempre a te stessa il rimprovero che un giorno hai mosso a me.

Perché questo sarà sempre il nostro rito e ricordati: il nostro scudo nella vita.
Buon compleanno, anima mia.

 

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