I fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij

I fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij

I fratelli Karamazov, il dramma della verità fragile

di Paola Caramadre

Ritratto di Fedor Dostoevskij

Alla voce ‘saga familiare‘ ci si immagina un fitto intreccio che si snoda attraverso il tempo e che coinvolge generazioni diverse. Investigare nel rapporto tra consanguinei e rappresentare ogni componente del nucleo familiare come un ‘carattere’ è altrettanto similare all’idea di saga familiare. Per questo, nella ricerca che abbiano intrapreso nel solco dei ‘classici’ mi sono lasciata trasportare dalle rotaie di una strada ferrata che conduce in un distretto della Russia zarista del 1800. Fin dal titolo si evocano rapporti di sangue e il nucleo della vicenda narrata si fonda su un fatto di sangue: un parricidio. Di quale romanzo si parla? De “I fratelli Karamazov“, l’ultima opera di Fëdor Dostoevskij che racchiude tutto il complesso universo filosofico di uno degli scrittori russi più rappresentativi.

Storia di una famigliola, è il titolo della narrazione che serve all’autore per presentare sulla scena i singoli protagonisti della vicenda. Ognuno, compare, proprio come emergendo dalle quinte del teatro, portando la propria vicenda e il proprio carattere. Ed ecco, il volgare, furbo, lascivo Fëdor Pavlovíc, il padre. Un genitore assente, presente solo ai propri eccessi intorno al quale si dipanano le vicende dei tre figli: il maggiore Dmitrij, avuto dalla prima moglie, Iván e Aleksej, avuti dalla seconda moglie una ragazza giovanissima condotta alla malattia e alla morte dalle intemperanze del consorte. A cui si aggiunge Smerdjakov, figlio illegittimo cresciuto come un servo.

Il romanzo entra nel vivo mostrando i quattro uomini riuniti nello stesso luogo per la prima volta, ognuno mostra le proprie caratteristiche, la propria ‘maschera di scena’. Ognuno è portatore di un’idea, di una storia. Il fulcro sembra essere l’angelico Aleksej, il più giovane dei Karamazov, intenzionato ad entrare in monastero sulla scia dello starec Zosima, personaggio chiave della costruzione filosofica del romanzo.

Alesa non si domandava nemmeno il motivo per cui lo amavano tanto, si prostravano davanti a lui, piangevano per la commozione solo nel vedere il suo viso. Egli comprendeva benissimo che per l’anima umile del popolo russo, estenuato dalla fatica e dal dolore, e soprattutto dalle eterne angherie e dal costante peccato, proprio e del resto dell’umanità, non ci poteva essere esigenza di consolazione più grande di trovare un oggetto sacro o un santo cadere in ginocchio e prostrarsi davanti ad esso.

L’anima russa, lo spirito dell’immensa rurale terra, brutale e ingiusta, sono gli elementi che caratterizzano lo sfondo della scena e sono l’humus da cui si origina la trama.

La difficoltà è proprio questa: come faccio a stringere un eterno patto con l’antica madre terra? Io non bacio la terra, non le squarcio il petto, dovrei forse mettermi a fare il contadino o il pastore? Io cammino e non so dove vado verso il fetore e la vergogna oppure verso la luce e la qualità. Perché è questa la disgrazia: ogni cosa nel mondo è un enigma.

Un enigma è anche l’intreccio complesso, sviluppato attraverso l’incontro con i personaggi come se si animassero sul palcoscenico nell’istante in cui l’occhio di bue li illumina.

Si percepisce ad ogni passo la fragilità dell’essere umano, la sua insita tragedia costantemente in agguato nella notte:

Guarda la notte ha visto come è cupa, che nuvole. […] posso intrecciare una corda in un minuto, ho anche le bretelle e – basta con l’essere di peso alla terra! ma ecco che ti sento arrivare. E’ stato come se qualcosa mi investisse all’improvviso: dunque c’è una persona che io sono capace di amare, eccolo che viene, eccola qui quella persona, il mio caro fratellino.

I fratelli, così diversi l’uno dall’altro, sono l’elemento che tiene in scacco il lettore che non comprende fino in fondo cosa nascondono, chi realmente essi sono.

Questo lo capirono tutti sin dal primo passo, quando in quella sinistra aula di tribunale i fatti cominciarono a raggrupparsi intorno ad un punto e tutto quell’orrore e quel sangue cominciarono gradualmente a venire alla luce. Ognuno, forse, avvertì fin dal primo momento che quel caso non era affatto controverso.

Nel momento in cui la narrazione si sposta nell’aula del tribunale, emergono tante verità diverse e ognuna sembra assoluta per poi infrangersi nella verità putativa. Un campionario di fantasmi, una ridda di immaginazioni in cui la figura del padre assassinato emerge come un ‘mangiafuoco’ mostruoso:

Un padre come il vecchio Karamazov assassinato non può essere chiamato padre, non è degno di questo nome. L’amore filiale per un padre indegno è una cosa assurda, impossibile.

[…]

Diamo la dimostrazione che il progresso degli ultimi anni ha coinvolto anche noi, e diciamolo apertamente che colui che genera un figlio non è ancora un padre, un padre è colui che genera un figlio e se ne rende degno

Lo spirito della terra russa è il protagonista di questo terribile dramma di anime che si fronteggiano in cui lo scontro tra padre e figli diventa scontro di generazioni, si trasforma nella messa in discussione di un mondo destinato a frantumarsi e a spegnersi. Un nuovo spirito è all’orizzonte:

Lasciamo che siano le altre nazioni ad attenersi al castigo e alla lettera della legge, mentre noi ci atterremo al suo spirito e al significato, alla salvezza e alla rigenerazione degli uomini caduti! E se così è, se la Russia e la sua giustizia sono davvero così, allora avanti tutta, Russia, e non cercate di spaventarci, non cercate di spaventarci con le vostre folli trojke davanti alle quali si fanno da parte con disgusto altri popoli.

La ribellione, lo scontro, la rabbia del giovane che si sente defraudato di tutto dal padre mai diventato tale sono gli estremi tasselli di un quadro a tinte fosche in cui la vita umana appare come una indefinibile briciola di pane che si disperde in una folata di vento. Nessuno è assolto, nessuno è accusato, nessuno può essere certo di aver condannato il vero assassino.

 

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