La famiglia Aubrey di Rebecca West

La famiglia Aubrey di Rebecca West

La famiglia Aubrey: un mondo dissonante

di Valentina Dragoni

Terzo appuntamento con #IClassicidiLaF che questo mese vi presentano alcune delle famiglie più interessanti della letteratura classica. In questo episodio conosceremo La famiglia Aubrey raccontata da Rebecca West.

Dopo la bella introduzione di Giulia La Face e l’analisi dettagliata di un classicissimo come I fratelli Karamazov raccontata da Paola Caramadre, io vi accompagno nella Londra di fine Ottocento a per conoscere la famiglia Aubrey, un gruppo tutt’altro che ordinario.

Il libro che racconta le loro vicende è stato davvero riscoperto negli ultimi anni come uno dei grandi classici della letteratura inglese e mondiale e la sua autrice, Rebecca West, è riconosciuta come una delle maggiori penne del Novecento, forse anche meno di quanto si dovrebbe.

ritratto rebecca west

Ritratto di Rebecca West – fonte Wikipedia

Articolista, viaggiatrice e intellettuale, ha navigato lungo tutto il 20esimo secolo raccontandone le storture e le contraddizioni in modo lucido e ironico.

Rebecca West, vita da romanzo

Di origini scozzesi e irlandesi, nata nel 1892 e registrata all’anagrafe come Cicely Isabel Fairfield, Rebecca West adotta questo nome d’arte ispirandosi alla protagonista di un’opera di Ibsen, testimoniando anche la sua partecipazione al movimento per i diritti delle donne.

Il padre Charles, dopo aver partecipato alla guerra civile negli Stati Uniti dalla parte dei Confederati, era tornato in patria diventando uno scrittore di grande fama, ma senza alcuna capacità nella gestione finanziaria. Abbandonò la famiglia poco dopo, tanto che tutti dovettero trasferirsi a Edimburgo; la nostra autrice frequentò lì la scuola, anche se decise di lasciarla dopo essere guarita dalla tubercolosi perché la considerava alla stregua di una prigione.

Rebecca West iniziò giovanissima a scrivere ed ebbe subito una carriera brillante. Dagli articoli per importanti quotidiani ai diari di viaggio scritti durante le sue lunghe trasferte in giro per il mondo (Stati Uniti dove tenne diverse lezioni; Jugoslavia sulla quale scrisse negli anni 40 un lungo diario di viaggio intitolato Black Lamb and Gery Falcon, solo in parte edito in Italia; Messico e Sudafrica) fino ai romanzi, seppe toccare quasi tutti i generi senza perdere smalto e intelligenza.

La vita privata fu abbastanza turbolenta: si sposò a 37 anni con un banchiere, ma prima aveva già avuto un figlio, Anthony, da H. G. Wells, incontrato quando Rebecca aveva 21 anni e lui quasi il doppio. I due ebbero una storia lunga 10 anni e rimasero amici fino alla morte di lui negli anni 40. Il rapporto con Anthony invece non fu sereno, tanto che quando lui pubblicò una specie di autobiografia romanzata in cui criticava aspramente i suoi famosi genitori, West non lo perdonò mai.

Rebecca West morì nel 1983 dopo un lungo periodo di malattia e dopo una vita lunga e costellata di successi.

La voce affilata della Famiglia Aubrey

cover famiglia Aubrey

Cover dell’edizione in inglese della Famiglia Aubrey, Penguin, 1985

Una vita così intensa non poteva non influenzare la scrittura di Rebecca West. E anche il romanzo che sto per raccontarvi porta i segni delle esperienze vissute dall’autrice, restituendoci uno spaccato della vita in Gran Bretagna dalla fine dell’Ottocento alla meta del 20 secolo.

Un classico riscoperto

La famiglia Aubrey è il titolo italiano del primo dei volumi dedicati a questo eccentrico gruppo di personaggi (l’originale è The Fountain Overflows, 1956 pubblicato come La fontana degli Aubrey nel 1958 e poi come La famiglia Aubrey; seguono This Real Night, 1984 (Proprio stanotte) e Cousin Rosamund, 1985 (Rosamund)

Tra salti narrativi, vicende che vengono narrate con una semplicità che rasenta l’assurdo e personaggi molto difficili da decifrare, Rebecca West ci inserisce nel mondo degli Aubrey .

Il romanzo non è altro che un lungo flashback indietro di cinquant’anni in cui Rose, una delle gemelle Aubrey, ci racconta con lo sguardo onesto e crudele dei bambini gli alti e i molti bassi della sua famiglia. E si inizia con un trasloco. Questo è indicativo perché capiamo già dalle prime pagine che la vita degli Aubrey non è agiata, anche se potrebbe esserlo.

Conosciamo Clare, la madre, Cordelia, la maggiore; le due gemelle Rose e Mary e l’unico maschio, Richard Quin, coccolatissimo e viziato. Piers, il padre, verrà introdotto solo più avanti e per tutto il romanzo resterà quasi una presenza evanescente; lo vediamo comparire e poi rintanarsi nel suo studio invaso dalle carte. celebrato come si fa con coloro che per qualche ragione se ne sono andati e quindi se ne ricordano soltanto i bei gesti e le qualità.

L’assurda naturalezza del quotidiano

Nessun evento straordinario viene narrato nelle numerose pagine del romanzo, ma quello che appare subito chiaro è che gli Aubrey non sono una famiglia come le altre e l’atmosfera che creano intorno a loro assume la consistenza di quei sogni un po’ svagati che si fanno nel dormiveglia.

I genitori sembrano due estranei per la maggior parte del romanzo.

Clare, che forse non ha mai superato il fatto di aver abbandonato la sua passione, il pianoforte, per dedicarsi alla famiglia, sembra presa solo dal talento delle due gemelle per la musica e coccola il figlio maschio come fosse un cucciolo indifeso. Oltre a questo, è occupata a rimediare alle perdite economiche della famiglia causate dalle mani bucate di Piers: infatti, il suo enorme talento come giornalista e scrittore è bilanciato dalla passione per il gioco e per gli investimenti sbagliati (è evidente come West ritagli la figura di Piers su quella del padre).

Cordelia, orgogliosa e vanesia, è trattata con pietosa freddezza dalla madre perché non ha talento e non ha orecchio per la musica:

Noi ricambiammo la sua occhiata, cercando di trasmetterle l’intensità del nostro biasimo per essere stata così debole da non aver proibito a Cordelia di toccare il violino molto tempo prima.

Freddezza mista a durezza invece caratterizza Rose, la narratrice, che dall’alto dei suoi pochi anni giudica tutto e tutti (tranne il padre e la madre, che rimangono come una specie d’icone sacre e intoccabili), mentre non udiamo nulla da Mary, la sua gemella, troppo occupata a leggere e suonare per curarsi del mondo reale.

Non che Mary e io non amassimo la scuola, ma sapevamo che era il contrario del mondo esterno. Era l’errore più grande degli adulti, poiché immaginavano di preparare i bambini alla vita chiudendoli in un luogo dove tutto avveniva in maniera differente rispetto a qualsiasi altro luogo.

Un’educazione fuori dal comune

Una svolta, se così si può dire, nella vita degli Aubrey avviene con l’arrivo della cugina Rosamund, così diversa da tutti loro, silenziosa e senza talento per la musica, è una specie di angelo etereo che con il suo silenzio è in grado di accostarsi a ogni membro della famiglia e sanarne le preoccupazioni.

 … non era in grado di parlare agli estranei se non con un’ingenuità tale che la credevano una sempliciotta, o con una tale sottigliezza che pensavano fosse matta

Tanto che è la compagna preferita per giocare a scacchi di Piers, che non sembra provare grande interesse per i suoi figli.

Come avrete capito, questo romanzo non è scandito da fatti clamorosi o da grandi passioni, i personaggi non si sconvolgono né perdono la pazienza. Anche i dolori, come le gioie, vengono vissuti con una pacatezza che risulta piuttosto incomprensibile se non si guarda bene dentro i loro caratteri: la famiglia Aubrey non vive nel mondo degli altri. Eccetto Cordelia, quella che più smania per adeguarsi al mondo e alle sue regole, tutti i membri di questa famiglia suonano un ritmo che non segue quello delle altre persone.

I loro tempi rallentano quando il resto della società accelera. Quello che conta non è ciò che si fa o i soldi che si hanno, ma come si ascolta la musica e quali letture si fanno. I piccoli Aubrey vengono educati ad allenare l’orecchio e la mente, gli viene insegnato a leggere le persone come una partitura, a riconoscere quando una nota è stonata.

È per questo che forse, da lettori, ci viene chiesto lo sforzo di mettere in pausa il tempo e non ascoltare il rumore esterno; perché ciò che conta nel romanzo di Rebecca West non sono gli eventi, ma gli effetti che producono nei protagonisti.

Adagio con sentimento

In tutta onestà, la lettura di questo romanzo non è agevole: i tempi sono lunghi, proprio perché per molte pagine sembra non accadere nulla. Si rimane in attesa che qualcuno bussi alla porta, o che qualche evento straordinario rompa il ritmo costante del vivere quotidiano. Ma non accade. Anche le esperienze bizzarre che pure succedono vengono presentate con una semplicità che a volte si accosta all’indifferenza; in questo, Rebecca West assume in toto il punto di vista di Rose, che dimostra un interesse selettivo nei confronti del mondo: se ciò che accade rientra nelle sue corde bene, altrimenti viene liquidato come inutile.

I personaggi lasciano spesso interdetti: si vorrebbe scuotere Clare dal suo torpore e dirle che il marito si sta giocando anche la biancheria o sgridare Rose per la sua impertinenza. Ma credo che questa sia la grande capacità narrativa di Rebecca West, in grado di farci affezionare a questi Aubrey che vivono su una partitura diversa da quella degli altri.

Ma vale la pena resistere per accettare la sfida di una scrittura tagliente, senza fronzoli eppure ricca di sfumature, attenta al ritmo e alle pause. Quel genere di scrittura che ti costringe ogni tanto a tornare indietro di qualche riga per riprendere il filo di un pensiero o di una sensazione.

La famiglia Aubrey è un romanzo fatto per essere letto e poi messo da parte, ripreso e riletto. Perché ciò che conta non è cosa viene raccontato, ma l’emozione che lascia quando il libro si chiude.

Riferimenti

Biografia di Rebecca West – Wikipedia

La famiglia Aubrey, Fazi Editore, 2018

Lorna Gibb, The Extraordinary Life of Rebecca West, Counterpoint, 2013

 

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