“Il tram dei desideri” di Maria Luisa Malerba

“Il tram dei desideri” di Maria Luisa Malerba

“Il tram dei desideri” di Maria Luisa Malerba

Era un pomeriggio d’autunno freddo e piovigginoso, una di quelle giornate grigie e uggiose tipicamente milanesi. Ma la città, sotto quelle nubi grigie e quella nebbiolina opaca, non perdeva il suo incanto. Giorgia amava Milano, la sua città. Viveva vicino ai Navigli che, in giornate umide come quella, si riempivano d’insetti.

A lei piaceva soffermarsi a guardare le libellule danzare un valzer d’amore sfiorando quelle acque molto poco trasparenti. Milano, con il suo stile, gli aperitivi, i negozi alla moda, il freddo pungente, rappresentava un po’ il suo modo di essere: lei era una giovane donna dinamica, indaffarata, colta, elegante e un po’ fredda, ma con tanti amici e contatti.

Giorgia studiava Medicina alla Cattolica. Dopo aver fatto lezione, le piaceva incontrarsi con gli amici a Sant’Ambrogio e poi tornare a casa a cenare e a studiare per i prossimi esami. Ma, quel giorno, decise di rompere la routine e di andare a trovare sua nonna, perché gli impegni universitari non gliel’avevano permesso negli ultimi tempi. Ora che finalmente aveva superato l’esame di anatomia patologica, si sentiva più libera. Così prese un tram per Via Torino, vicino casa di sua nonna.

La signora Clara viveva in un delizioso appartamento d’epoca che un giorno avrebbe ereditato lei. Le piaceva trascorrere il suo tempo con lei, aveva novant’anni ma era una vecchina arzilla e chiacchierona, aveva sempre qualcosa da raccontare. Quando sapeva che la nipote le avrebbe fatto visita, le dava il benvenuto mettendosi a preparare la sua specialità: biscotti al cioccolato e alla vaniglia. Anche in quel tardo pomeriggio di novembre, Giorgia fu avvolta dall’odore caldo e intenso dei biscotti di sua nonna che si propagava fino all’ingresso.

La vecchina accorse ad accoglierla con fare festaiolo e quasi saltando dalla gioia. L’abbracciava, la baciava e si complimentava per l’esame andato bene. Giorgia si chiedeva dove trovasse l’energia per compiere tutti quei movimenti. Sapeva che le sue cellule neuronali erano ormai in fase di declino. Quando, a volte, sua nonna non ricordava nomi, date e persone, Giorgia si rispondeva da medico e si diceva: “a novant’anni suonati sta benissimo, è un decadimento lento e graduale, è stata fortunata”. Questo l’aiutava a combattere il dolore di una perdita inesorabile che un giorno avrebbe sofferto. La nonna prese posto sulla sua poltrona in velluto rosso e indossò uno scialle di lana bianca che indossava sempre in autunno, inverno e primavera. Poi, fece accomodare la nipote sul sofà altrettanto bianco che aveva a fianco e chiese a Ortensia, la cameriera, di portare la teiera e i biscotti.

– Allora, bambina, che voto hai preso a quest’esame difficile? -.
– Trenta -. Giorgia pensò che quel giorno sua nonna era particolarmente lucida perché ricordava l’esame di cui avevano parlato diversi giorni prima.
– Bravissima! E allora perché sei triste? Ora basta studiare, devi divertirti un po’-.
– Sì, esco, tranquilla, sto bene -. Sorrise Giorgia.
– A me non mi inganni, sai? Come va col giovane col ciuffo biondo sull’occhio? -.
Giorgia ebbe un tuffo al cuore e la nonna lo percepì. Ebbene sì, quel giorno sua nonna era più che lucida! Sembrava una maga! Il giovane col ciuffo biondo era il suo ex fidanzato Filippo, ex da circa venti giorni. Giorgia l’aveva cacciato con forza dalla sua vita perché lui l’aveva tradita con un’altra. Messa alle strette, la ragazza rispose: – L’ho lasciato. Si è comportato male con me e non voglio saperne più nulla-.
– Finalmente! Ero stanca di vedere quel damerino che ti ronzava intorno-.
– Ma pensavo ti piacesse! -.
– Niente affatto, non mi è mai piaciuto, bambina. Quel ragazzo era tutta scena, tutto fumo e niente arrosto. Non ti ha saputa corteggiare come meritavi e non ti ha saputa tenere legata a sé. Non ti merita. Tuo nonno sì che ci sapeva fare. Chissà quando mi ricongiungerò a lui nell’aldilà… -.
– Vi siete amati molto? -.
– Moltissimo. Ti ho mai raccontato come ci siamo conosciuti? -.
– Non credo. -.

– Era il lontano maggio del 1955… – la nonna scandì queste parole molto lentamente, soprattutto la data. Sembrava che volesse accompagnare la nipote in un viaggio nel tempo. – Avevo ventun anni ed ero una giovane di paese. Ero appena arrivata a Milano dalla Calabria e, contro il volere della mia famiglia, avevo lasciato il paesello e il mio futuro sposo. Sai perché? Era andato con un’altra, forse più di una – sorrise la nonna -. Io volevo essere felice e dare un senso alla mia vita. Non ti dico come è stata dura racchiudere tutto il mio mondo in una valigia di cartone e immergersi nel caos di questa metropoli! All’epoca non disponevo di molto denaro. Mio padre, fortemente contrario alla mia partenza, mi amava molto e, a modo suo, mi assecondò. Mi diede i suoi ultimi risparmi per consentirmi di mantenermi a Milano i primi tempi, convinto che, dopo questo capriccio, sarei ritornata a casa con la coda tra le gambe e avrei sposato il giovane che mi aveva umiliata, perché lui era un avvocato e rappresentava un buon partito per la nostra umile famiglia. Anche il mio ex promesso sposo ne era convinto ed era sempre intenzionato a sposarmi (e a “mettermi i cornetti”, ovviamente). Un tempo, se le corna le metteva un uomo era un furbacchione e un Don Giovanni con tanto fascino; se, invece, lo faceva la donna era una donnaccia da diseredare e allontanare dalla società. La mentalità era questa. Ma in realtà io sapevo che lui non faceva per me… come si chiamava lui? Ho dimenticato il suo nome, scusa, Giorgia, è l’età che mi gioca brutti scherzi. Dicevo… dunque, mi installai in una palazzina di un quartiere popolare, a Lorenteggio. Condividevo l’appartamento con due brave ragazze senza troppe risorse economiche e con voglia di vivere, esattamente come me! Il quartiere non era pericoloso, però dovevo stare attenta a non farmi notare troppo dai giovanotti che giravano da quelle parti, ce n’erano di poco seri. E sai, ero un bel bocconcino! Trovai lavoro come centralinista senza aver fatto nessuna esperienza perché ero loquace e di bell’aspetto. Mi piaceva tanto l’ambiente che si era venuto a creare con le mie colleghe di lavoro. Al sud, una donna che lavorava non era vista di buon occhio perché il suo ruolo era accudire la casa, i figli e il marito. L’uomo doveva occuparsi di tutto il resto. Ma, qui a Milano, le cose stavano già cambiando da un po’. Con i primi soldi, iniziai a indossare vestiti alla moda, collant e borsette sfiziose. Se penso a quei camicioni che indossavo nel paese, che orrore! A Milano mi sentivo viva dentro e sapevo che stavo cambiando e stavo diventando una persona più forte e determinata, mi piacevo di più. Ogni mattina, prendevo il tram 2, mi portava da Lorenteggio al Duomo, nel vortice della Milano elegante, alla moda. Io lavoravo presso la Galleria Vittorio Emanuele II, dove c’era la sede della Stipel . In una giornata grigia e piovosa come questa, in quel tram, vidi tuo nonno per la prima volta. Com’era bello! Il primo sguardo ci fulminò. Lo incontravo ogni mattina alla stessa ora. Lui saliva alla fermata di Via Torino, dopo di me che salivo a Lorenteggio. La sua fermata è a due passi da questo palazzo dove siamo ora, che apparteneva alla sua famiglia. Saliva e mi cercava con lo sguardo, mi si avvicinava e non mi diceva nulla. Poi, come me, scendeva al Duomo.

Dopo un eterno gioco di sguardi, prese posto vicino a me e si presentò: – Buongiorno, signorina. Sono Edoardo Galiani, lavoro come dirigente presso la Banca d’Italia. Piacere di conoscerla -. Sembrava sicuro di sé ma sapevo che era un po’ nervoso. Anch’io lo ero, non ero abituata alla corte, e gli risposi: – Buongiorno, sono Clara, vengo dalla Calabria e lavoro come centralinista presso la Stipel.- Così, giorno dopo giorno, si parlava di noi e delle nostre vite. Lui si convertì nel mio “appuntamento” quotidiano. Ma poi arrivò a Milano il mio ex fidanzato che, non so grazie a quali contatti, mi trovò. Voleva costringermi a tornare a casa e non riuscivo a trovare il modo di liberarmi di lui. Mi accompagnava alla Stipel lui stesso in taxi e, per tre giorni consecutivi continuò a ripetermi che dovevo lasciare il lavoro e tornare con lui in Calabria perché anche i miei mi aspettavano lì. Ero furiosa, mi stava strappando la mia nuova vita. Al terzo giorno, dopo il turno di lavoro, trovai tuo nonno fuori dalla Stipel. Era venuto a prendermi. Si avvicinò, mi prese le braccia con dolcezza e mi disse: – Signorina Clara, da quando l’ho vista per la prima volta, il tram 2 è diventato il tram dei desideri. La prego, non smetta di prenderlo! Altrimenti i miei sogni svaniranno per sempre -. Mi stavo innamorando di lui. Così gli raccontai la mia storia, dell’arrivo di quest’uomo che avevo fatto uscire dalla mia vita e che voleva portarmi via da lui e da tutto ciò che stavo costruendo. Edoardo, tuo nonno, mi disse: – Gli diremo che siamo fidanzati e che vogliamo sposarci -. Arrossii, ma convenni che poteva funzionare. Quando il mio ex venne a prendermi e mi vide, era fuori di sé dalla rabbia ma capì che aveva perso. Edoardo era un uomo ricco e molto potente, e riuscì a farlo tornare al paese senza nulla di fatto. Io e Edoardo ci sposammo, con il beneplacito delle nostre famiglie, sebbene la sua fosse un po’ restia all’inizio perché non ero la ragazza che si erano immaginati per il figlio. Non vivemmo una vita perfetta perché questa non esiste, ma fummo molto felici e innamorati. L’amore ti incontra per caso, Giorgia. Quando trovi quello vero tutto fluisce e si incastra perfettamente, non ci sono ostacoli che non si possano superare. Sorridi, bambina. L’amore ti troverà, non cercarlo -.

Giorgia tornò a casa serena e si rimise a studiare per l’esame di anatomia II, altro scoglio difficile da superare. Diversi giorni dopo, uscì di casa e si appropinquò alla fermata di Porta Genova, vicino casa sua. Vide passare il tram 2 e, con un sorriso, si ricordò di sua nonna. Il tram 2 si fermò esattamente di fronte a lei e si rese conto che era una vettura storica, di quelle tradizionali, con panche in legno e livrea arancione, restaurata e riportata allo stato d’origine. E se si fosse trattato dello stesso tram dove si conobbero i suoi nonni? Spinta da un impulso di curiosità, salì a bordo e si lasciò trasportare dal movimento delle rotaie, senza sapere dove sarebbe scesa. Voleva rivivere nella sua immaginazione quegli istanti in cui il destino mise i suoi nonni sullo stesso cammino.

Ad un tratto, qualcuno la destò dal suo stato ipnotico. Era un ragazzo alto e bello con una Lonely Planet in mano che, in un italiano stentato, le chiese: – Ciao, scusa, io sono cercando per la Pinacoteca di Brera, Il Cenacolo e il teatro La Scala. E la City con l’architettura moderna dove è? Aiuto, per favore. Come vado io a questi luoghi? -.
– Ma li devi visitare tutti oggi? -.
– No. – Sorrise lui. – Ho tanto tempo. Io qui per lavoro. Io sono architetto americano e devo imparare la lingua e la città. Tu aiuti me? -.
Il tram dei desideri li condusse al Duomo. Scesero, presero la Galleria e iniziarono il tour con una visita al teatro La Scala.

 

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