“Nodi al pettine” di Maria Grazia Casagrande

“Nodi al pettine” di Maria Grazia Casagrande

“Nodi al pettine” di Maria Grazia Casagrande

Nel cuore della notte il lungo corso si tinge di giallo e a prima vista parrebbe quasi un dipinto.
Ogni suono e’ attutito, tutto appare immobile; i merli osservano, muti, mentre gli alberi respirano lievi e si avverte nell’aria lo sbocciare tenero delle foglie.
Osservo le strade deserte ai cui estremi s’innalzano anonimi condomini, tutti allineati, tutti uguali; edifici sorti su prati incolti dove un tempo pascolavano greggi di pecore, e la domenica famiglie e vicini di casa improvvisavano chiassosi picnic con tovaglie quadrettate stese sull’erba, intanto che i bambini facevano squadra giocando a pallone.

Com’erano le famiglie, a quei tempi?
Fondamentalmente come quelle di adesso. Forse un po’ meno ‘social’ – seppure non mancassero le foto di gruppo in bianco e nero a ricordo della giornata di festa – ma con gli stessi problemi riguardo il fine mese, i figli da crescere, le dicerie nei riguardi di certi mariti troppo donnaioli o di altri decisamente un po’ cornuti…
Perché le cose si sapevano e le voci giravano in fretta, anche senza Facebook.

Era facile sentire urla e bisticci attraverso pareti che sembravano di cartapesta.
Si sapeva chi molestava, chi picchiava e chi comandava. Si sentivano i toni alti – “Tanto lo so cos’hai fatto, ma io un altro figlio lo voglio, e lo voglio maschio!” urlavano le voci cui seguivano scariche di pugni date sui tavoli, porte sbattute, sedie scaraventate in terra; e poi le s’incontrava per strada quelle donne un po’ meste, che passando con le borse cariche della spesa tenevano gli occhi bassi nascondendo i capelli dentro un foulard.
Si sapeva che alcune erano ricorse a donne ‘esperte’ in grado di farle abortire senza troppi scrupoli e nessuna sicurezza: una, due, anche tre volte; e qualcuna infine, ci aveva rimesso la pelle.

Ricordo una mia compagna della prima superiore che una mattina era giunta in classe con gli occhi gonfi e una scatoletta nascosta in borsa.
Era corsa nei bagni seguita da un nugolo di compagne e di curiose, ed era tornata con una provetta fra le mani: un piccolo oggetto che, nel giro di poche ore, avrebbe deciso del suo destino.
Nessuno ascoltava le lezioni quella mattina, perche’ noi tutte eravamo ossessionate da quella dannata provetta appoggiata sul davanzale accanto ai banchi, seminascosta da libri e astucci. Aspettavamo che desse un segno, un colore, una risposta; e purtroppo la diede…

Non si parlò d’altro in quelle settimane, in quei mesi. Spaventate eravamo, ma anche incuriosite nell’attesa di veder lievitare quella pancia che invece non lievito’ mai.
Lei voleva portare a termine gli studi e i suoi genitori, suo padre soprattutto, non dovevano sapere nulla, se no l’avrebbero sbattuta fuori di casa – questo aveva detto.

E quindi si era fatta aiutare, da chi e in che modo non ci era concesso sapere, ma non mi era certo sfuggita l’espressione del suo viso diventato improvvisamente adulto e quell’inquietudine dell’anima, di chi aveva vissuto un’esperienza difficile da dimenticare.

Mi pesava il suo dolore non condivisibile e mal sopportavo quell’atmosfera, fatta di oppressione, ignoranza e derisione che aleggiava fra le mura della scuola.
E al contempo ero sempre più infastidita dagli atteggiamenti maschili della quotidianità, votati ad una presunta superiorità che li autorizzava a primeggiare sempre, a sentirsi padroni indiscussi, a poter dire e fare ogni cosa in quanto uomini.

Un fastidio che mi portava a covare un odio profondo nei confronti degli uomini, a prescindere.
Perché da loro ci si doveva sempre difendere, scalciare per dar fine a sgraditissimi palpeggiamenti su pullman affollati, alzare la voce di fronte a manifestazioni di esibizionismo, scappare quando inseguite a causa di una gonna un po’ più corta del solito.

Era un continuo sentirsi ostaggio, preda, e ricordo ancora con disagio la mia prima esperienza in proposito, risalente all’adolescenza; un’eta’ già di per se’ fitta d’inquietudini in cui mi trovavo, mio malgrado, costretta ad allontanarmi da casa pur di sfuggire ad un insospettabile ‘dottore di famiglia’ che volentieri allungava le mani.
Ma il dottore era ‘il Dottore’ e dunque un uomo che aveva studiato, e poi era innanzitutto
un ‘padre di famiglia’; dunque, ad uno sguardo esterno, i miei racconti risultavano ben poco credibili e furono bonariamente classificati come ‘semplice frutto della mia immaginazione.’

Ho imparato a difendermi, col tempo sempre un po’ meglio, senza per questo rinunciare all’Amore, e ho trovato davvero lodevole l’idea del recente allestimento, a Milano nel Palazzo di Giustizia, per una mostra in cui esporre gli abiti indossati dalle vittime di stupro; un abito a fiori, un grembiule per le pulizie, una tuta da ginnastica; in tutto diciassette abiti normalissimi, legati a storie di abusi raccolte negli anni da educatori e psicoterapeuti.

Abiti che certo non potevano essere la causa scatenante della violenza subita e che vogliono essere la risposta alla domanda che spesso viene rivolta alle donne quando denunciano gli abusi: “Com’eri vestita?” – una domanda che già di per se’ contiene pregiudizi e arcaici stereotipi maschili.
Non possiamo dunque che ringraziare e fortemente supportare chi lavora nell’ombra a fianco delle vittime di violenza; chi combatte per mantenere vivi quei diritti cosi’ faticosamente ottenuti; chi si batte per l’uguaglianza, la libertà, la dignità degli esseri umani. Senza distinzione di classi sociali o indirizzi sessuali, senza definire chi è sano e chi no, o chi può amare chi.

 

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