I Libri della Giungla – di Rudyard Kipling

Semplicemente, donne.

I Libri della Giungla – di Rudyard Kipling

I Libri della Giungla

di Rudyard Kipling

Rubrica “Favola sarà lei!”

a cura di Mirella Morelli

giungla, Kipling
I libri della Giungla di Rudyard Kipling vengono pubblicati alla fine degli anni ’90 dell’Ottocento, inserendosi pertanto nel volgere del secolo imperiale del lungo regno vittoriano.

Più precisamente il Primo libro della Giungla viene pubblicato nel 1894 e il Secondo nell’anno successivo.

In questo periodo Rudyard Kipling può essere considerato un giovane anglo-indiano già noto come giornalista ma anche come scrittore di poesie e racconti. Ha esattamente trent’anni.

Problematiche di salute agli occhi lo portano, per terapia consigliata dal suo medico, a girare il mondo visitando i maggiori territori dell’Impero quali il Sudafrica, la Nuova Zelanda, l’Australia e per l’ultima volta l’India – dove lo scrittore era nato e vissuto fino ai sei anni, quando i genitori lo avevano allontanato inviandolo a studiare nella Madrepatria.

Quest’ultima cosa lo aveva fortemente fatto soffrire di senso di abbandono e, a detta di molti critici, gli aveva ispirato il personaggio di Mowgli cresciuto solo nella giunga.

Kipling viene identificato come il cantore dell’imperialismo britannico, di cui sicuramente esalta gli ideali, ed è proprio questo che gli preclude le simpatie e la stima di molti intellettuali contemporanei, per esempio di Henry James, oscurando perfino l’importanza del premio Nobel che gli viene assegnato nel 1907.

Ma per tutti è fuori discussione che i due Libri della Giungla siano un complesso narrativo incredibilmente ricco, tanto da rappresentare uno dei punti più significativi della letteratura imperiale.

Il romance imperiale, così come lo stesso imperialismo, nel corso del tempo ha perso in ideologia ed etica, ma inizia a riscattarsi sul piano del mito e della favola: ce ne accorgiamo in molti autori, quali Stevenson de L’isola del tesoro o Haggard de Le miniere di re Salomone.

Infine arriva Rudyard Kipling e il romanzo di avventura o di ambientazione coloniale perfeziona e continua la sua strada migliore: quella che si allontana dall’imperialismo rapace, dall’imperialismo della vita reale fatto di amorali avventurieri che spadroneggiano nelle colonie.

Un altro elemento va considerato al fine di comprendere fino in fondo l’aria respirata dallo scrittore: la sensibilità culturale dell’epoca ha scoperto e valorizzato il “puer”, ossia un fanciullo innocente e incontaminato, bramoso di conoscenza e pieno di curiosità sull’esistenza.

Un “puer” capace di imprese eroiche, generose, straordinarie.

Si pensi all’Huckleberry Finn di Mark Twain o al Jim Hawkins del già citato L’isola del tesoro di Stevens: la letteratura per ragazzi ha fatto un grande salto di qualità grazie a siffatti protagonisti.

In quello stesso periodo si afferma un romance sul mondo della natura, sempre di ispirazione fanciullesca, ma ancor più delicata, con i coniglietti di Beatrix Potter o il Rospo e i topi campagnoli de Il vento tra i salici di Kenneth Grahame.

Si aggiunga anche una letteratura di “piccole donne” come la Dorothy ne Il meraviglioso mago di Oz di Frank Baum e la stessa Anna dai capelli rossi della Montgomery.

Rudyard Kipling, intellettuale coltissimo e a tutto tondo, respira quest’aria ma se qualcosa prende – il fanciullo del suo libro Kim – da molto altro si allontana.

Egli ha in mente e predilige uno scenario più virile, in cui applicare leggi darwiniane.
Un mondo dove il più debole è sempre destinato a soccombere, proprio come nella metaforica giungla di Mowgli.

In tali scenari anche il ruolo femminile è relegato a comparsa: si limita a quello materno, in cui la donna tutt’al più assiste alle prodezze guerriere dei figli, magari con forte spirito di abnegazione (come Mamma Lupa che difende il suo ranocchio) ma solo per amore del figlio, giammai per proprio eroismo.

Laddove vige la legge del più forte le azioni possono essere solo efferate.

Sicché I Libri della Giungla, nella versione originale non edulcorata per bambini o nella sceneggiatura del cartone Disney, lasciano scorrere immagini forti e scenari violenti.

Mowgli, il cucciolo d’uomo che per gli abitanti del villaggio è un fantasma dotato di facoltà soprannaturali, applica semplicemente le leggi apprese dagli animali della Giungla.

Lì ci sono altre regole. Egli pertanto è implacabile nello scatenare la distruzione: per esempio quando congegna un ottimo piano che lo porterà ad uccidere e scuoiare il nemico di sempre, Shere Khan, o quando istiga gli elefanti a radere al suolo il villaggio degli umani, affinché quel territorio possa essere destinato agli abitanti della giungla.

La giungla, regno di violenza, ma non del caos.

La vera protagonista de I Libri della Giungla è l’India, tanto amata e tanto rimpianta.

Si è fatto notare da più parti che trattasi pur sempre di India imperiale, il Raj, ossia l’India governata dagli inglesi.

E benché Kipling nutra forte amicizia e affetto per gli indiani, con cui aveva vissuto da piccolo; e benché non approvi la presunzione con cui molti funzionari inglesi governano la colonia, è innegabile che ritiene i nativi incapaci di governarsi da soli, poiché inferiori intellettualmente e culturalmente ai loro governanti inglesi.

Mowgli è la personificazione di questo concetto.

Mowgli, il Figlio dell’Uomo, per gli abitanti della Giungla è colui che incute timore con uno sguardo, anche nella belva più feroce.

Mowgli è il capo indiscusso delle tribù degli animali, tribù conflittuali e litigiose proprio come le popolazioni indiane.

La sua superiorità è dovuta al fatto che egli non appartiene alla Giungla, è altro pur vivendo in essa, proprio come i britannici in India, “costretti” a una missione civilizzatrice.

Questa è “la teoria del fardello dell’uomo bianco”, dal titolo di una delle raccolte di Kipling, The Five Nations, 1899: secondo questa teoria la colonizzazione è una necessità morale per i popoli occidentali civilizzati rispetto al più selvaggio Oriente.

Teoria che ancor oggi contribuisce a rendere inviso Kipling ai più, e rigettata dalla storia successiva.

A dettare tale teoria non è, in Kipling, l’adesione fiduciosa alle teorie sociali darwiniane, ma la sua formazione intellettuale, che non riesce a prescindere dalla visione di un colonialismo britannico di tipo mistico, che da sempre si regge sull’idea di una missione civilizzatrice.

In questa Giungla violenta ci sono intensi e continui momenti di comunione e fratellanza, e sono proprio questi a rendere i due libri speciali a uno sguardo attuale.

Mowgli che si lascia abbracciare fiduciosamente dalle spire di Kaa il pitone o che si sdraia serenamente sui peli di Baghera la pantera nera rappresenta uno scambio di ruolo e di esperienza tra esseri umani ed animali che li arricchisce a vicenda: metafore, secondo Kipling, di quanto avviene o dovrebbe avvenire tra britannici e indiani.

Leggere i Libri della Giungla come una mera esaltazione della superiorità britannica sulle colonie, e dunque una celebrazione del Raj come i denigratori di Kipling vogliono, è corretto ma può risultare assolutamente riduttivo.

Un’altra etica è rintracciabile in questa potente e difficile favola.

Si può cambiare ottica.

Andare oltre.

E così, in alcuni dei racconti, per esempio ne La foca bianca, si resta ammaliati dal senso della morte.

La caducità dell’esistenza e il suo carattere effimero, la precarietà di ogni vita, la casualità o fortuna di rimanere in vita o soccombere: anche e soprattutto questo è il forte insegnamento della Giungla!

Nella Giungla si nasce, si cresce, si caccia e infine si muore, se si è fortunati in battaglia. Così accade ad Akela, il Lupo Solitario che ha accolto Mowgli nel branco. Come Rikki-Tikki-Tavi, che schiva d’un soffio il colpo mortale del cobra; o il piccolo Toomai, sfiorato dalle zampe degli elefanti, Mowgli e i suoi fratelli sanno bene il confine sottile che divide predatori e prede, la vittoria o la distruzione.

Alla fine, I Libri della Giungla diventano un canto funebre…”

(dalla Introduzione di Carlo Pagetti a I Libri della Giungla, La Biblioteca de L’espresso, 2013)

Non mancano altri punti di vista più lievi.

Per esempio quello di Robert Baden-Powell, che de I libri della Giungla fa uno strumento pedagogico per lo scoutismo, tanto che i piccoli che svolgono attività scout vengono oggi chiamati “lupetti”.

Il ritratto di Mowgli, anche per stile e linguaggio, è quello di un qualsiasi bambino indisciplinato e capriccioso il quale, attraverso le regole o leggi della Giungla, si vede costretto all’obbedienza per poter apprendere la vita. Eccone alcuni esempi:

Vengo per te, Bagheera, e non per te, vecchio Baloo grassone!”

Sicuro, e tirerò i rami e la sporcizia addosso al vecchio Baloo!”

Esse (le scimmie) non mi picchiano con le zampe dure. E giocano tutto il giorno. Cattivo Baloo, lasciami andare su! Voglio giocare ancora con loro!”

Sono solo alcune delle frasi insofferenti alla disciplina che Mowgli pronuncia, lamentandosi degli insegnamenti severi e della rigidità dell’orso Baloo nelle sue prime esperienze e prime conquiste, anche se crescendo gliene renderà merito.

Un’altra interpretazione, lineare e adatta ai fanciulli quanto la precedente appena esposta, vede in questa favola degli apologhi sull’età dell’innocenza, con Mowgli che viene accettato dagli animali in quanto “uomo naturale”: è evidente una certa eco roussoviana e della sua etica di antitesi tra lo stato di natura contro lo stato di cultura, dell’uomo  non ancora civilizzato che si raffronta con quello contaminato dalla civiltà.

Nei suoi romanzi e in particolare nella favola I Libri della Giungla le avventure e lo scenario coloniale riescono tuttavia a rendere originale una morale altrimenti stantia, una morale che per l’ennesima volta rinnega la moderna società industriale, considerandola fonte di corruzione e decadimento per l’essere umano.

Potere dell’osservazione, originalità dell’immaginazione”: così citava la motivazione ufficiale dell’assegnazione del Nobel.

In questa rubrica “Favola sarà lei!” si è parlato più volte di come questo genere letterario sappia essere specchio della società del tempo in cui viene scritta.

Essa riesce a rispecchiarne vizi e virtù nella magica forma stilistica della metafora; talvolta riesce a porsi addirittura avanti nel tempo, cogliendo e anticipando umori e sentori sociali che diverranno espliciti nei decenni successivi. Altre volte sbeffeggia difetti e decadenza della società che osserva.

Così abbiamo visto per Goethe, così per Andersen e lo stesso Kierkegaard, così per Collodi…

Ora ci prova Rudyard Kipling a imbellettare un impero coloniale che degenera nelle mani rapaci di scaltri avventurieri.

Con la metafora della vita nella Giungla lo scrittore rappresenta l’imperialismo che continua il suo percorso, mai giustificandone le aberrazioni ma dandone un’immagine moralmente sana, nella sincera convinzione che la civiltà occidentale potesse consentire eticamente il progresso dei popoli pressoché primitivi delle colonie.

La supremazia dell’uomo bianco e della razza eletta anglosassone, insite nella missione civilizzatrice, erano scuse predatorie degli avventurieri, mentre Kipling ci credeva davvero.

Giuste o sbagliate che fossero le sue convinzioni, la sua favola una volta di più ci restituisce un’epoca – quella vittoriana e imperiale – più e meglio di molti documenti storici.

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Sinossi

Nei racconti del “Libro della giungla” troviamo l’India con la sua natura prorompente, la sua natura simbolo, i suoi animali antropomorfizzati.

E, soprattutto, troviamo quello che per Kipling è il fondamento del suo credo morale, ovvero la legge, intesa non come legge della giungla del “vinca il più forte”, ma come un sistema di valori assai pratico e non misterioso, a cui ogni uomo, come ogni animale, deve sottostare.

Mowgli non può diventare un uomo se prima non apprende la legge della giungla.

Un individuo non può dirsi tale se non risponde, liberamente e nei limiti di quello che è il suo ruolo, a un sistema di valori riassumibili a grandi linee con coraggio, generosità, fedeltà, onore, obbedienza, rispetto per gli anziani, disciplina…

Età di lettura: da 10 anni.

Autore: Rudyard Kipling
Titolo: I Libri della Giungla
Editore: Universale Economica Feltrinelli, 2014

 

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