Murate vive. Marianna de Leyva e le monache di Monza –  di Bruna K. Midleton

Murate vive. Marianna de Leyva e le monache di Monza –  di Bruna K. Midleton

Murate vive. Marianna de Leyva e le monache di Monza

di Bruna K. Midleton

Recensione di Federica Sanguigni

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Murate vive. Marianna de Leyva e le monache di Monza è un romanzo storico scritto da Bruna K. Midleton ed edito da Bonfirraro Editore nel 2019.

Basta il titolo del libro a rievocare la figura della monaca di manzoniana memoria.
E come lei, chiuse nei conventi, tante altre ragazze che, contro la propria volontà, furono obbligate a
vestire l’abito monacale e a subire una serie di ingiustizie e di soprusi che le segnarono a vita.

Nel monastero di santa Margherita, dove le suore del romanzo erano recluse, accaddero fatti e misfatti da far accapponare la pelle, con la complicità di suore e preti privi di scrupoli e con l’aggravante di un’autorità ecclesiastica che, dopo aver privato le giovani della propria libertà e averle fatto subire prepotenze e comportamenti lascivi di ogni tipo, inflisse loro il calvario della tortura negandole, infine, il conforto di una possibile redenzione.

Marianna aprì il pacco regalo.
Un grande stupore serpeggiò tra i presenti.
Sorpresa, seria, lei reggeva delusa una bambola… vestita da suora, con un lungo velo nero e le mani giunte in preghiera.
Il padre la guardò con fierezza.
“Sarai la più grande madre badessa di Monza!”, le predisse.

È già segnato il destino della piccola Marianna.

L’avaro, superbo e disumano padre ha deciso per lei e così, a soli tredici anni, il 15 marzo 1589, la fanciulla entra nel monastero delle Benedettine Umiliate di Santa Margherita di Monza.

Ma l’indole romantica e la giovane età della sfortunata ragazza, mal si adattano al clima austero e ricco di privazioni del convento.

Marianna fatica ad accettare la religiosità, troppo innamorata della vita all’esterno delle alte e fredde mura del convento. Nonostante ciò, dopo poco più di due anni, insieme ad altre sventurate, compirà la professione.

“Il mio crudele destino si è compiuto… non sarò mai una monaca santa e contenta… piango la mia bellezza imprigionata a imputridire sotto questi veli neri… invidio le fanciulle che possono godere dei beni e dei piaceri del mondo…”

Marianna, ormai suor Virginia, è infelice e si strugge al pensiero delle rinunce cui è costretta.
Ben presto scopre che una delle educande rinchiuse nel convento amoreggia con un giovane rampollo di nobile famiglia, un tipo poco raccomandabile la cui casa confina con il monastero.
Suor Virginia rimprovera la ragazza ma cade anche lei nella fitta rete tramata dal giovane (dal quale, in seguito, avrà una figlia), complice anche il padre spirituale delle ragazze, don Paolo Arrigone.

Senza fare sconti, l’autrice del romanzo scoperchia pentole in cui cuociono pasti raccapriccianti i cui ingredienti principali vanno dalla menzogna alla lussuria.

Il peccato, nella sua forma più abietta, trova posto stabile in un luogo dove gli unici valori che dovrebbero abbondare sono la fede, la preghiera, la spiritualità e il perdono e dove invece convivono gli aspetti più turpi dell’animo umano.

In un crescendo di atti vergognosi di cui si macchiano i protagonisti della vicenda, il libro narra, poi, il processo che venne aperto per analizzare e condannare i fatti.

È questa una parte molto interessante del romanzo dove, pur di difendere la propria persona, gli imputati non risparmiano bugie e accuse gli uni verso le altre, nonostante le torture cui vengono sottoposti.

Le testimonianze sono dettagliate e scrupolose e la condanna che arriverà per suor Virginia e le altre monache sarà atroce e senza speranza: murate vive.

Attraverso una narrazione molto scorrevole e lineare, l’autrice del romanzo ci fa conoscere una realtà della quale, forse, abbiamo solo sentito parlare sommariamente.

Entrare in questo mondo apparentemente ricoperto di fede ma intriso fino in fondo di peccato e di violenza, è un aprire gli occhi su qualcosa di orribile che, purtroppo, corrisponde a verità.
Quante ragazze erano costrette a ubbidire a genitori egoisti e malvagi che, pur di difendere i propri interessi, non esitavano a condannarle a una vita fatta di rinunce e sacrifici?

Quanto dolore nelle lacrime di quelle fanciulle che, loro malgrado, spesso erano costrette a sottostare agli squallidi piaceri di perversi ecclesiasti che non esitavano a usarle per i propri comodi.
Tra le mura di quegli antichi monasteri, tra le preghiere sussurrate sotto il velo, si insinuavano volgarità e vizi che le giovani, molto spesso, non potevano rifiutare di condividere.

Fede e peccato, bontà e malvagità, amor sacro e amor profano, redenzione e tentazione.
Una continua lotta tra bene e male che, il più delle volte, vedeva quest’ultimo con lo scettro in mano.

La durissima punizione inflittale, condurrà suor Virginia a un lungo percorso di redenzione e rinascita.

Nel terribile periodo da murata viva, avverrà in lei, infine, la trasformazione.

La sofferenza le aveva insegnato cos’è l’amore, ed era orgogliosa di aver aumentato la capacità di dare.

Le esperienze tragiche e dolorose della vita erano state medicine repellenti ma salutari e necessarie. […]

Aveva imparato ad amare la parte peggiore di sé, quella che le aveva stravolto l’esistenza e fatta tremendamente soffrire, perché la parte migliore era facile amarla.

Si era immersa anima e corpo in quella straordinaria energia rigeneratrice che è l’amore, e ora era per sempre.

Link d’acquisto

https://www.mondadoristore.it/Murate-vive-Marianna-de-Bruna-K-Midleton/eai978886272207/

 

Sinossi

Marianna De Leyva, la monaca di Monza de I promessi sposi del Manzoni non era certamente sola nel monastero di Santa Margherita, con lei c’erano molte altre fanciulle forzate al velo claustrale contro la propria volontà.

Le vicende che le coinvolsero s’inquadrano in un microcosmo di sortilegi e malefici, lussuria e pratiche ascetiche, disciplina e corruzione del clero.

Le fanciulle venivano sacrificate a calcoli d’ambizione e d’interesse, d’avarizia e d’eredità, trasferite dai sogni dorati dell’adolescenza ai silenzi austeri delle celle, dai nascenti amori alle privazioni e all’isolamento della clausura, cui si contrapponevano i fantasmi d’una cupa disperazione, d’un irrefrenabile desiderio, d’una perversione della natura.

Sotto l’abito claustrale si celavano le tentazioni, s’insinuavano i peccati, si profanavano i corpi e le anime.

Se la Religione ne fu oltraggiata, la colpa va ricercata nell’infamia della nobiltà e del potere civile e religioso arroccato nei propri privilegi e nell’uso ignobile delle fanciulle.

La più vergognosa delle ingiustizie s’era abbattuta sulle monache di Monza forzate al peccato e alle quali era stata chiesta una tremenda riparazione alla santità pretesa e violata.

Il silenzio e il buio sono scesi per sempre su quella tragedia umana e religiosa che ha consegnato alla storia le monache di Monza.

 

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