Elogio dell’amicizia femminile e della sua follia. Katia, la fotografa che guarda attraverso l’obiettivo con l’occhio del bene.

Elogio dell’amicizia femminile e della sua follia. Katia, la fotografa che guarda attraverso l’obiettivo con l’occhio del bene.

Elogio dell’amicizia femminile e della sua follia.

Katia, la fotografa che guarda attraverso l’obiettivo con l’occhio del bene.

intervista a Katia Sorrenti

di Sabrina Corti

Katia Sorrenti

Una bella foto può suscitare emozioni diverse: gioia, rabbia, dolore, commozione. Il soggetto è certamente fondamentale ma l’occhio del fotografo è imprescindibile. Due medesime foto, scattate da occhio diverso, possono dare risultati differenti.

Oggi, incontriamo Katia Sorrenti, una carissima amica le cui foto hanno il potere di entrare nel profondo e di tirare fuori sentimenti fortissimi.

Ciao Katia, è un piacere averti qui nel salotto di Cultura e Letteratura al Femminile.

Prossimamente presenterai una tua mostra fotografica.

Ci dici dove e quando?

In Villa Mazenta, a Giussano in provincia di Monza e Brianza.

L’inaugurazione sarà il 15 giugno alle ore 17.

Katia, tu nella vita fai tutt’altro: non lavori nel mondo della fotografia. Ci parli un po’ di te e della tua passione per la fotografia?

Si, è vero, io faccio l’insegnante, sono una professoressa di Italiano, insegno alle scuole Medie “Puecher” di Erba e credo che la fotografia non sia poi così distante dalla mia professione, perché il mio lavoro mi obbliga ad avere sempre uno sguardo attento e di osservazione, soprattutto sui ragazzi e sulla realtà, per portare poi la realtà all’interno dell’insegnamento.

Quindi il mio lavoro è abbastanza affine a questo hobby, che ho scoperto non tantissimi anni fa, ed è arrivato in un momento molto difficile della mia vita.

Circa cinque anni fa ho vissuto un momento molto duro e casualmente qualcuno mi ha proposto un corso di fotografia, per distrarmi. Ho aderito con poco entusiasmo e anche un po’ di reticenza perché non avevo desiderio di impegnare la testa. Ho seguito però l’istinto.

Ammetto di essere uscita dal corso di fotografia un po’ perplessa: si trattava di un corso molto tecnico e per me, che non sono affatto tecnica, era un’ulteriore fatica. Ho iniziato a fotografare “a casaccio” e allora ho capito che potevo guardare la realtà con un altro occhio, più sottile e, devo dire, che mi ha aiutata molto ad uscire dalle mie problematiche: ho quindi scelto un corso più affine a me.

Io sono molto appassionata di storia della fotografia. Sono innamorata dei fotografi e cerco di imitarli, di imparare da loro.

foto di Katia Sorrenti, tratta dalla mostra dedicata alla senilità

Katia, io ho visto un paio di tue mostre fotografiche. Ne ho vista una sugli anziani, che mi ha colpita molto, e una sulla immigrazione che mi ha fatto piangere. Ora invece, a Giussano, ci presenti una mostra completamente diversa con un tema decisamente più femminile e leggero, mostra dal titolo “Il vezzo”. Come è nata questa idea?

L’idea è nata un po’ di anni fa. Volevo celebrare le mie amiche perché credo molto nel valore dell’amicizia. Nella vita sono stata sempre molto fortunata con le amiche, perché trovare qualcuno che ti vuole bene, fuori dalla tua famiglia, che ti vuole bene  così come sei, è davvero difficilissimo. Io non ho tantissime amiche, ma quelle che ho mi vogliono bene a prescindere dal mio stato d’animo.

Ma come celebrare l’amicizia con la fotografia? L’amicizia è un concetto così astratto.

Qualche tempo fa, ho provato, sperimentando un’idea che avevo in mente, con due amiche, ma l’idea è fallita perché non è venuto ciò che desideravo.

Poi, un giorno, al telefono con una di queste mie amiche, ho pronunciato una frase ripeto spesso loro… “Voi però non siete normali!”

In effetti a me, un’amica “normale” nella vita non è mai capitata.

Quelle poche che ho sono folli. E siccome la follia è un elemento che le accomuna tutte, mi sono interrogata su questo aspetto che è ciò che le collega e ho scoperto che il capo di questo invisibile filo sono io. La domanda che tornava era:”Perché ho scelto delle amiche così?”

Il lavoro che ne è uscito celebra le mie amiche e la loro follia, ma nello stesso tempo parla anche di me: io adoro le mie amiche proprio perché la loro follia fa emergere la mia.

Ritengo che “la follia” in una donna sia una marcia in più che le permette di distinguersi dall’uomo che, spesso, è più razionale.

Ma perché sono folli?

Quando parlo con loro, che dire? Facessero una cosa normale!!!

Non fanno mai cose normali: una panifica, una la trovi nell’orto, una sta ordinando su Amazon un cembalo, una cuce le scarpe. E queste non sono affatto le loro professioni, intendo.

Ognuna di loro ha un vezzo particolare con cui le identifico.

Quando penso ad ognuna di loro la identifico con quell’elemento che la contraddistingue.

Se penso a Nicoletta la accosto indubbiamente alla sua passione per le collane: ne ha persino di incorniciate.

Se penso ad Anna compaiono la sua passione per i balletti e il suo tentativo di coinvolgere chiunque in questa sua follia.

Se penso a Lella che compra percussioni in ogni dove, non posso che associarla al vezzo del ritmo di un tamburello. E’ da quando la conosco, una vita, che mi tormenta con tintinniii vari.

Sabrina non posso che associarla alla famosa “gugia”, l’ago e il filo che tiene sempre con sé.

Davvero: il vezzo le identifica e quindi ho cercato di rappresentare la loro follia attraverso di esso, il loro tratto distintivo.

Oggi Katia, la fotografia è molto più accessibile perché la digitalizzazione fa sì che fotografare sia alla portata di tutti. Anche i social hanno contribuito alla diffusione della fotografia e i selfie hanno un po’ evidenziato la voglia di apparire di più. Però noi donne spesso siamo in conflitto tra la voglia di apparire, appunto, e di essere appagate da una bella foto e la paura che l’obiettivo possa far trapelare qualcosa di noi che non ci piace, che teniamo nascosto.

E allora dicci, Katia, cosa vedi tu, dall’obiettivo?

Se devo pensare a come ho fotografato le mie amiche non posso che dire che le ho fotografate con l’occhio del bene. Ero sicura che sarebbero venuti scatti belli perché io non vedo del brutto nelle mie amiche. Anche esteticamente le mie amiche le vedo bellissime e quindi queste foto non potevano che venire bene.

Sono molto soddisfatta di questi scatti.

Quando fotografo le persone cerco di fotografarle sempre nel bene, per me è fondamentale. Il mio è un occhio positivo e costruttivo e cerca di tirare fuori sempre il meglio e il massimo.

È vero, il conflitto di cui parli ci può essere infatti non ti nego che qualche mia amica, quando la fotografavo mi diceva “Prendimi dal lato migliore!” e la mia risposta è sempre stata: “Fidati! Perché il tuo lato migliore può essere che non corrisponda al lato migliore che vedo io.”

E devo dire che da parte loro c’è stato un affidamento totale. Per me è stato appagante e attraverso l’obiettivo ho visto tutto il bene che c’è in loro e questo nelle foto si coglie eccome! Si coglie la follia e il bene che reciprocamente ci vogliamo.

foto di Katia Sorrenti, tratta dalla sua mostra dedicata alla senilità

Ritorno, Katia, su un passaggio che mi ha colpita: la funzione salvifica che ha avuto su di te la fotografia. Alla fotografia devi dunque molto. Cosa provi Tu quando fotografi?

Onestamente devo dire che a volte ho anche paura di quello che vado a fotografare.

Mi ispiro moltissimo alle donne fotografe, come Dorothea Lange ,Margaret Bourke-White e Letizia Battaglia, che hanno fotografato problematiche sociali.

Fotografo con in mente l’idea, non solo di documentare, ma anche di denunciare, e a volte ho paura di ciò che vado a fotografare però so che lo devo fare. La spinta più forte che mi ha dato questo strumento, salvandomi da un periodo difficile per me, è la stessa che mi dà denunciando particolari problematiche e magari salvare qualcuno, raccontando le loro storie.

La fotografia mi aiuta ad essere completamente me stessa. Io non posso che essere una persona fedele a me stessa e ai miei principi. Se vedo un’ingiustizia io non posso che denunciarla, e la mia denuncia passa anche dalla fotografia.

La fotografia rispecchia esattamente quello che sono: mi sento un po’ una paladina delle miserie del mondo; finché avrò voce per denunciare le ingiustizie, anche con la fotografia, lo farò.

Mi piace, attraverso la fotografia, svelare l’umano, il lato bello, anche di coloro che vengono additati come i colpevoli di tutto.

MI piace dare voce ai miseri, agli invisibili, e, in un momento come questo, anche alle donne; donne che vengono maltrattate, che vengono umiliate e fare vedere tutto il loro bello.

Ecco, per me la fotografia è questo: è un occhio in più.

Se siete curiosi di ammirare i folli scatti di Katia e di questo elogio all’amicizia femminile non mancate di visitare la mostra “Tre donne fotografe” che si terrà a Giussano (MB) nella splendida cornice di Villa Mazenta dal 15 al 23 giugno.

 

 

 

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