Il tè del venerdì con Silvia Rosati

Il tè del venerdì con Silvia Rosati

Il tè del venerdì con Silvia Rosati

Oggi è con noi Silvia Rosati, giornalista pubblicista e scrittrice, che con noi  parlerà del suo romanzo “Era sola quel pomeriggio”, una storia al femminile che ci propone tematiche importanti.

Ciao Silvia e benvenuta al tè del venerdì!

silvia rosati era sola quel pomeriggio

Prima domanda personale, raccontaci un po’ chi sei. Come sei arrivata alla scrittura? Quali autori ti hanno ispirata maggiormente?

Innanzitutto desidero ringraziarvi anticipatamente per la vostra ospitalità!

La scrittura ha da sempre esercitato su di me un potere terapeutico. Ho iniziato  a scribacchiare quando ero ancora una ragazzina, un’adolescente introversa e silenziosa che preferiva starsene con la testa nei libri e ascoltare musica classica piuttosto che andare a ballare in discoteca con gli amici. Insomma, ero un caso disperato! Negli anni della formazione ho avuto modo di leggere molti dei grandi autori della letteratura, dai classici della letteratura russa come Tolstoj, Dostoevskij, ai maestri francesi Flaubert, Balzac, al“nostro” Pirandello, fino ad arrivare a Pavese, Bassani, La Capria. La maturità classica  mi fece avvicinare in particolare al Manzoni dei Promessi sposi, che lessi per necessità a scuola ma che ho poi riletto con passione altre volte anche in anni recenti, e a un grandissimo della letteratura statunitense, Philip Roth. Fin qui ho citato solo autori e non scrittrici ma alcune sono state per me delle vere maestre, penso a Doris Lessing e alla Gordimer e alla grande ispirazione che ho potuto trarre dalla Nemirovsky, ma anche dalla Munro, due autrici che amo moltissimo. Devo poi confessare che conosco a memoria Memorie di una ragazza perbene, di Simone de Beauvoir, un’altra autrice che ha avuto una grande importanza nella mia formazione  sia culturale che letteraria. In tempi più recenti, sono stata folgorata dalla durissima scrittura di Agota Kristof, che mi ha portato a perdermi nella sua Trilogia della città di K. Ammetto di essere una lettrice bulimica e inarrestabile!

A sei anni scrissi la mia prima poesia d’amore Soli in una quercia, nella quale feci un po’ di confusione con gli avverbi di luogo… In seguito mi cimentai con racconti e storie brevi che terminavano tutti tragicamente, lasciando il mio sparuto pubblico, di solito la mia amica del cuore e i miei genitori, senza parole, di sicuro preoccupati dalla mia visione piuttosto deprimente e pessimistica della vita. Con l’età adulta non ho avuto più il tempo da dedicare alla scrittura avendolo dovuto sostituire con quello indispensabile per il lavoro e per fare la mamma, rientrando a pieno titolo nella nota casistica della “mammachelavora” ovvero della donna immersa in una vita dal ritmo frenetico che si concludeva immancabilmente in prossimità della notte fonda. Una volta passato questo guado, quando cioè le mie figlie sono cresciute e hanno iniziato loro a occuparsi un po’ di me, e delle mie necessità, ho finalmente ripreso a scrivere. Mi sono ritrovata così di colpo a usare la tastiera di un computer e non più le amatissime carta e penna: soprattutto da questo ho percepito la quantità e il senso del tempo trascorso. Sono ripartita esattamente da dove avevo lasciato trent’anni prima, riprendendo il viaggio più difficile che una persona possa intraprendere, quello interiore. Le storie che scrivo mi appartengono tutte, raccontarle è l’unico modo che conosco per rinnovare gli episodi della mia vita, sebbene impastati nella fiction e nella narrazione, e incontrare infine me stessa, ricostruendomi e imparando a volermi bene.

donna computer scrivere writer woman

Era sola quel pomeriggio è il primo libro che hai scritto, pubblicato da Italic Pequod nel 2017: come è nata l’idea di quest’opera?

È stata la mia prima prova d’autore, il mio romanzo di formazione ispirato in parte da fatti e vicende reali, che ho poi trasmutato per renderli funzionali alla narrazione, storie che in un primo momento ho scritto soltanto per me e che solo in un secondo momento sono diventate un romanzo. Alla pubblicazione sono arrivata grazie alle insistenze della mia amica del cuore, sempre la stessa dai tempi del liceo, e delle persone care che hanno avuto la pazienza e la voglia di leggere il manoscritto.

Il leit motiv dell’opera, il principale spunto che ha dato vita all’ispirazione è derivato dai miei quotidiani spostamenti per raggiungere il mio posto di lavoro. Appena mi trovavo immersa nel tunnel della metropolitana, ad esempio, iniziavo subito a guardarmi intorno, soffermandomi sui volti degli altri passeggeri sui quali fantasticavo. E  ho “incontrato” così quelli che sarebbero diventati i personaggi protagonisti del romanzo. Dal loro aspetto, dalle loro movenze, dal loro modo di vestirsi, ho immaginato sguardi,  relazioni, rapporti innescando infine una fatale storia d’amore dagli esiti imprevedibili. Lascio ai lettori il piacere della scoperta anche perché sto rivisitando questo libro alla luce di un nuovo e più articolato percorso narrativo.

 

Prima di approfondire quest’ultimo aspetto cosa puoi dirci di Paola e Giorgia, le protagoniste femminili del romanzo? Come è nata l’ispirazione per questi personaggi?

Posso dire che Paola e Giorgia sono due sorelle, nate all’interno di una famiglia “ordinariamente” disturbata. Uso questo avverbio perché la mia intenzione non  era quella di descrivere una realtà in cui fossero evidenziate delle problematiche particolari, ma una famiglia come tante, con le sue luci e le sue ombre, per molti aspetti simile a quelle in cui molti di noi sono vissuti e cresciuti. Io per prima so quanto sia difficile fare il “mestiere” del genitore. E sia Paola che Gorgia instaureranno legami e rapporti diversi con i propri genitori, a loro volta molto dissimili tra loro, che ne condizioneranno inevitabilmente la vita soprattutto dal punto di vista affettivo. Tra le due sorelle si creerà un sodalizio e un forte  legame affettivo, nonostante la differente forma di attaccamento sviluppata con i  genitori, che si manterrà inalterato negli anni. Tutto questo porterà le due donne ad avere esistenze né facili né tanto meno felici ma molto diverso sarà il modo di vivere, affrontare e superare questo disagio, che sarà mentale ed esistenziale.

Cosa puoi dirci allora riguardo il nuovo sviluppo di questa storia?

Il libro che ho scritto dopo Era sola quel pomeriggio s’intitola Storia di Anna. Questo romanzo presenta un terzo protagonista femminile che dialogando con l’editore della casa editrice romana “Cultura e dintorni” abbiamo scoperto essere legato, come in realtà lo sono tra loro tutte le storie, a Paola e a Giorgia.

La protagonista di Storia di Anna, senza voler aggiungere null’altro sulla trama e sul contenuto, è vittima di un triste episodio di violenza e proprio la violenza è uno dei fili conduttori delle storie delle mie protagoniste femminili. Questo secondo manoscritto è stato finalista al concorso Mondadori “Romanzi in cerca d’autore” ed è stato selezionato tra i primi quattordici su circa seicento inviati. L’ambizioso progetto che abbiamo allora in cantiere con l’editore della casa editrice Cultura e dintorni Luca Carbonara è la pubblicazione di una trilogia di storie al femminile, la prima è prevista in uscita quest’anno, che avranno come protagoniste nell’ordine Anna, Giorgia e Paola, con la riedizione e la rivisitazione quindi di Era sola quel pomeriggio come ultimo romanzo della serie, da rileggere perciò alla luce di questo filo rosso che guiderà la narrazione.

Sarà un’immersione nell’umanità di tre donne dei nostri tempi, con le loro storie quotidiane che chiunque di noi potrebbe avere già conosciuto e vissuto allo stesso modo delle protagoniste che affronteranno e vivranno, ognuna alla propria maniera, gli eventi, senza esserne necessariamente né vincitrici né vinte: non voglio descrivere vicende di eroine ma storie di persone normali che conducono una faticosa lotta per vivere con dignità il loro essere mogli, madri, donne.

Le tue sono storie al femminile, ma io ti chiedo: che spazio e funzione hanno le figure maschili?

Gli uomini non fanno certo una bella figura nelle storie che racconto e sono quasi tutti portatori di sofferenza per le protagoniste, tranne che in un caso in cui uno dei protagonisti maschili sceglierà di stare accanto alla sua donna tormentata e sofferente proprio in virtù del suo amore e del suo rispetto per lei.

E tuttavia, anche laddove il protagonista è il bello e dannato della storia, è al tempo stesso descritto come una figura che dopo aver subito forti traumi da bambino ha dovuto “attrezzarsi” per non soffrire più, instaurando con il genere femminile lo stesso rapporto da lui subito rispondendo all’indifferenza e alla negazione patite con il desiderio di possedere e di umiliare chi lui stesso suppone non potrebbe mai amarlo. Uomini che conoscono soltanto l’amore per il potere e non il potere dell’amore.

silvia rosati - era sola quel pomeriggio

Cultura al femminile: che significato ha per te personalmente questa definizione? Esiste una cultura, una letteratura al femminile? Come ti collochi rispetto a essa?

“Se ha intenzione di scrivere romanzi, una donna deve possedere denaro e una stanza tutta per sé”. Ho sempre amato questa citazione di Virginia Woolf perché rappresenta secondo me la sola possibilità che noi donne abbiamo per poter partecipare e costruire la nostra cultura. Credo fermamente nell’esistenza della “Cultura al femminile” che dobbiamo portare avanti come una bandiera, uno stendardo che a tratti possa vedersi nelle battaglie combattute quotidianamente dal predellino di un vagone metropolitano, dietro la cassa di un supermercato o del bancone di un bar, da una scrivania davanti a un computer nel compilare data entry, da un centralino in cui si cerchi di vendere di tutto, dalla sponde del lettino del proprio figlio che non vuole addormentarsi.

Credo in una cultura al femminile che sappia rivolgersi a tutte noi e possa portare conforto a chi si trovi in situazioni di difficoltà, possa risvegliare dal dolore, possa strapparci dal nostro ruolo di specchi di un uomo o di trofei da portare come ragazzate maschili agli sguardi degli amici.

Ho prima citato alcuni nomi di scrittrici che mi sono care. Voglio pensare, non me ne vogliano i lettori, che una donna scriva in primo luogo per se stessa, senza spirito di competizione, né per ansia da pubblicazione, mentre per un uomo questo atteggiamento, più personale e intimista, sarebbe nella maggior parte dei casi impensabile.

La scrittura è nata per me come un rifugio dell’anima. La pubblicazione del mio primo romanzo Era sola quel pomeriggio mi ha fatto anche scoprire la possibilità di condividere la mia esperienza con le lettrici, in uno spirito di “sorellanza” che mi piacerebbe diventasse più intenso tra le donne. Se quanto ho vissuto, seppure rivisitato alla luce dell’invenzione letteraria, potrà diventare uno spunto utile per un’altra donna, allora i miei romanzi non saranno stati scritti invano.

Nessuno lascia questa pagina senza aver risposto all’ultima domanda. Come prendi il tè?

C’è una canzone che fa parte della colonna sonora del film “Tutti insieme appassionatamente” in cui Julie Andrews dice di amare “più che il sapore, il colore del tè” e per me è lo stesso. Mi piace perdermi con lo sguardo nelle sfumature fulve dell’acqua che si colora sempre più intensamente immergendo la bustina. Solo quando il tè è diventato forte e scuro, lo bevo, così com’è, senza latte, limone o zucchero, appena tiepido.

tea time - tè del venerdì - tè

Ciao Silvia e grazie per averci fatto compagnia!

Silvia Rosati

Silvia Rosati, romana, laureata in lettere, vive e lavora a Roma. È giornalista pubblicista e responsabile della comunicazione interna in un’azienda. Ha pubblicato, nel 2015, un racconto nell’antologia Odio l’estate (Giulio Perrone Editore).

Era sola quel giorno

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Hai mai avuto una relazione amorosa con qualcuno che diceva di amarti alla follia, ma aveva il solo obiettivo di distruggerti l’anima? Con chi perpetrava una violenza continua per ridurti in suo potere? Quante volte hai detto:

“Non accadrà mai più”?

Giorgia e Paola, due sorelle diverse come il giorno e la notte, hanno vissuto in una famiglia ordinariamente disturbata che ha segnato profondamente il loro destino di donne. Giorgia, la maggiore, ha, infatti, sposato un uomo violento con la speranza di poterlo redimere, senza riuscirci. Diventata madre, trova però in se stessa la forza di separarsi per iniziare una nuova vita accanto ad un uomo che la rispetta. Paola non è mai riuscita ad affrancarsi dalla dipendenza familiare ed è entrata nel tunnel della bulimia. A poco più di quarant’anni, conosce Alberto, che, nonostante le apparenze, è un narcisista perverso.  È Giorgia a tirarla fuori da questo rapporto malato: tra le due donne, infatti, si ricompone l’antico sodalizio affettivo e, insieme, riescono a rimettere in discussione le loro vite.

La dipendenza affettiva e la mancanza d’amore per se stesse sono il fil rouge di Era sola quel pomeriggio, romanzo di formazione che racconta la via per una salvezza tutta al femminile.

Il tè del venerdì

 

 

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