Quello che ho da dirti – di Ilaria Notarantonio

Semplicemente, donne.

Quello che ho da dirti – di Ilaria Notarantonio

Quello che ho da dirti –

di Ilaria Notarantonio

 

Napoli, 22 maggio 1978

Cara Bambina Mia,
ti ho cucito una bambola di pezza, come quelle che faceva mia madre durante la guerra.

Ho preso un tovagliolo di cotone e riempito con del cotton fioc; ho poi cucito occhi e bocca e usato un nastro per dare forma alla testa rotonda.

A guardarla bene, sembra più un fantasmino che una bambola, ma è fatto con l’amore della mamma e per questo è prezioso.

Spero che il mio regalo ti piaccia.

E anche che tu possa capire quello che ho da dirti.
Quando sei arrivata tu, Bambina Mia, tua sorella maggiore Anna aveva quattro anni e ogni giorno mi chiedeva se fosse il suo compleanno.

Rideva, rideva tanto, anche quando apparentemente non ve ne era motivo.

Riprendevo spesso Luisa e Maria, che erano già grandi, perché la isolavano e zittivano continuamente.

Era solo un po’ più lenta di loro, pensavo bastasse la nostra comprensione.

Una mattina d’autunno, però, la maestra Lucia mi aveva presa in disparte per dirmi che, secondo lei, Anna era speciale.

Non lo disse però nel senso positivo del termine, aveva piuttosto uno sguardo pieno di pietà.

Ne avevo parlato a lungo con papà, a lungo avevamo pianto insieme per quella situazione.

Sentivo che era colpa nostra e della nostra unione incestuosa.

Io e tuo padre siamo cugini, ma l’ho conosciuto solo in età adulta e ci siamo amati dal primo istante.

Come poteva essere nata dall’amore una bambina diversa?
Cominciammo quindi a frequentare salotti di psichiarti, ma quelli non capivano niente a mamma, non facevano altro che riempire di medicine tua sorella mentre noi ci svuotavamo le tasche.

Poi, sei apparsa tu dentro di me.

Credimi, Bambina Mia, ti ho amata dal primo secondo, ti ho amata prima ancora di sapere che eri dentro di me, perché una mamma certe cose le sa.
E proprio perché ti amavo così tanto che ti ho dovuta lasciare andare.

Non potevo darti un’ esistenza dignitosa.

Chi dice che “dove si mangia in tre, si mangia in quattro”, non ha avuto una bambina speciale come tua sorella Anna.

E se anche tu fossi stata come lei? Sarebbe stata di nuovo colpa mia, non lo avrei sopportato.
Eri il segreto del mio ventre.

Neanche tuo padre sapeva, temevo un suo disaccordo.
Mi terrorizzava l’idea di rivolgermi a una mammana che ti avrebbe avvelenato con delle erbe secche o raschiato via con un ferro da calza: la figlia di una vicina aveva perso la vita così.

Poi una cliente di tua zia, mentre lei le faceva la messa in piega, le aveva parlato di una clinica
dove, clandestinamente, aiutavano le donne come me a non diventare madri.
Misi da parte ogni centesimo e, al tuo quarto mese, ci andai con le mie gambe.

Ricordo un seminterrato, pareti bianche e luci accecanti, una sala sporca, una brandina da quattro soldi e degli arnesi che a me sembravano del tutto arrangiati.
Il dottore mi rassicurò dicendo che tu eri un esserino senz’anima, che non avresti sofferto, che era la cosa giusta da fare.

Non mi addormentarono, Bambina Mia.

Eri troppo grande, dovevo farti uscire io, così come avevo dato alla luce le tue tre sorelle.
Ti parlai, ti chiesi scusa, ti dissi che lo stavo facendo per il troppo amore.
Furono le ore più brutte della mia vita. Non so cosa ci fosse in quella siringa, ma l’iniezione mi provocò le doglie.

Spinsi con tutte le mie forze, mentre piangevo disperata. Ricordo sangue, tanto sangue, pensai che sarei andata via con te e che, infondo, sarebbe stata anche la cosa più giusta.

A stento vidi il tuo viso nero avvolto tra asciugamani e sangue, ma mi bastò per capire che non eri un esserino senz’anima.

Ti avevo uccisa io, la tua mamma, e con te moriva anche una parte di me per sempre.
In questi cinque anni ti ho pensata molto.

Anna non è mai migliorata e forse, se tu fossi stata qui, avreste potuto giocare insieme.

Ma oggi, mentre cucivo la bambola, alla tv hanno detto che l’aborto è diventato legale per i primi 90 giorni di gravidanza.
Ascoltando quelle parole ho capito, Bambina Mia, che la colpa è stata anche un po’ dei tempi e che, se fosse successo ora, forse né io né tu avremmo sofferto e io non sarei stata un’assassina per aver aspettato trenta giorni di troppo.

So che non mi perdonerò mai, ma dopo oggi è arrivato il momento di dirti addio. Non è giusto trattenerti, devi diventare un angelo, mentre io qui sulla terra cerco di andare avanti.
Ti chiedo solo, per favore, di prendere la bambola prima di andar via. Si chiama Giada, proprio come ti saresti chiamata tu.

Ti amo da morire
Tua madre

La mamma ripose bambola e lettera in una scatola, che rimase nascosta nell’armadio per anni.
Pensava di aver superato il lutto, ma scoprire che la malattia di Anna non era colpa dell’incesto ma piuttosto di un’ errata manovra durante il parto, la fece ripiombare nell’oblio.
Un’altra bimba le diede la forza di risalire: la sua prima nipotina.

Decise che avrebbe confessato a lei il suo segreto e, in un mare di lacrime, il 22 maggio 2001 le diede la scatola.

Ci vollero anni, però, prima che la nipotina capisse perché era stata prescelta per quella confessione.
Quando la nonna venne a mancare, strinse la bambola che aveva custodito come un tesoro e, improvvisamente, ricordò le parole che le aveva ripetuto infinite volte: “tu per me sei come una
quarta figlia”.

La quarta figlia che non aveva mai avuto.

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