“Nella metà degli anni ’80” di Mauro Sala

Semplicemente, donne.

“Nella metà degli anni ’80” di Mauro Sala

Non ho partecipato al concorso (complimenti tra l’altro per l’iniziativa), ma su questa cosa degli anni ’80 non potevo tacere.

P.S. Ho sempre meno voglia di scrivere e ancora meno di condividere con chicchessia. Credo sia una questione di motivazioni. Se l’ispirazione è una musa, la mia è fuggita in esilio. Grazie dell’opportunità, è stato come aver forato l’involucro per una breve perdita di questioni interiori.

“Nella metà degli anni ’80” di Mauro Sala

Dell’amore nessuno è in grado di descriverne il colore. D’altronde, è impossibile anche darne una definizione.
Non è poi così difficile arrivare a questa conclusione, sono sufficienti alcuni decenni di vita in cui, oltre alle monocromie del mondo, si siano osservate le sfumature. Se è vero che l’amore è un concetto universale è altrettanto vero che ogni essere umano ama a modo suo, tingendo il sentimento di dettagli emozionali che lo rendono unico.
Ma dov’è che abbiamo fatto scorta dei colori depositati sulle nostre tavolozze, se non nel tempo che ci ha plasmato?

Io sono cresciuto negli anni ’80, periodo in cui il mondo occidentale ha subito una profonda trasformazione di cui il crollo di un muro è termine e simbolo materiale di confini marcati da attraversare: bello o brutto, sinistra o destra, tanto o poco, esteriore o interiore, casto o lussurioso, vero o falso, materiale o spirituale, superficialità o poesia. Dal mio punto di vista, gli anni ’80 sono un tempo che è metafora di ogni questione completa, ma perfettamente spezzata a metà. È bizzarro notare che persino le due cifre che danno il nome al decennio, uno zero e un otto che ruotato è simbolo di infinito, identifichino il tutto e il niente. Chi li ha vissuti ha conosciuto tonalità piene e contrastanti e una moltitudine di sfumature che si trovano tra i limiti, spesso incerte e inconcludenti.

Credo proprio che – i figli degli anni ’80 – non siano avvezzi alle mezze misure. Credo anche di aver imparato chi, cosa e come amare, che sia giusto o sbagliato, proprio in questi anni di divisione. Ed è con questo pensiero che accendo lo stereo e faccio partire una delle due o tre canzoni che spiegano il modo in cui gli anni 80 mi hanno mostrato con quali colori sfumare il mio personale dipinto dell’amore.

Le dita iniziano a far vibrare le corde di una chitarra e io sto già partendo. Mi sposto senza muovermi. Nella staticità fisica la musica mi fa compiere un balzo nei dintorni del 1986, la distanza è siderale ma la fantasia distorce la curve del tempo e dello spazio. Mi ritrovo in una stanza d’Irlanda, in piedi, dietro alle spalle di Gary Kemp che immagino seduto, con la schiena curva sullo scrittoio e una stilografica in mano. Sta vergando un foglio ingiallito che riempirà in una sola serata. Lo osservo lavorare e mi arrogo il diritto di fare un tentativo che va oltre il contesto che sto fantasticando. Voglio comprendere l’incomprensibile, mentre la voce di Tony Hadley canta la storia che inizia con una parola dolce: mamma. Quest’ultima non sa dov’è finito l’amore.

L’immagine di una madre in preda a questo dubbio è capace di infliggere una stretta alla gola. Quale amore non trova più? Per quale motivo? Non sono domande a cui la canzone concede risposta se non un senso di abbandono di una vita che non fornisce più la forza di desiderare.

Penso che intorno al profilo carnale di molti individui si possa divisare di vedere un’aura, e che sia proprio quella del desiderio. Desiderare è un’azione dispotica e la sua fallibilità si presenta fin dall’etimologia della parola stessa, proprio per l’incertezza fornita dall’interrogar le stelle. Eppure è il propellente della metà emozionale della dicotomia umana, disgiunta dall’emisfero della ragione. C’è un’area grigia nel mezzo, in cui galleggiano frammenti delle due parti che si abbracciano nel tentativo di non perdersi. Uno strato così sottile… eppure così preponderante sul piatto della bilancia da creare conflitti e dolore nel definirci. Mi piace pensare che, proprio lì, si formino barriere che decidiamo o meno di attraversare.

Il microcosmo tra ragione e sentimento è un alveare brulicante che produce fiele più che miele. Il gusto amaro delle decisioni è colato attraverso le maglie del filtro razionale, fori deprivanti e protettivi, lasciapassare selettivo per decidere quali domande rivolgere agli astri, sperando che le stelle tendano la mano e ci indichino la direzione per arrivare. La vita ci pone in condizioni di dover rinunciare più volte ai desideri e, quando accade, si formano sul volto quelle linee del sacrificio che si vedono quando si sorride. Ed è proprio con “And when she smiles she shows the lines of sacrifice” insieme alle note, che mi travolge la meraviglia o la Bellezza, chiamatela come volete questa lama di coltello che mi spacca in due, e che non posso fare a meno di amare per sempre quando sono così fortunato da incontrarla.

Non credo di essere l’unico a pensarla così, non fosse altro perché esiste un 50% di probabilità che la metà dei figli di questo decennio spaccato siano molto simili a me.
Parafrasando la canzone, noi cerchiamo questa rarità, desideriamo ciò che è unico in questa terra di problemi in cui la disperazione ci mantiene forti, lo facciamo perché il nostro sole (non) cominci a svanire. Accade quando attraversiamo le barricate di sola ragione e ci sentiamo vivi nel fare l’amore in terre desolate; quando instauriamo un rapporto profondo con un libro, con una canzone, un dipinto (e perché no, una persona) perché chi scrive, compone musica e incastra le parole fra le note, dipinge (e perché no, ama) vorrebbe offrire della Bellezza terribile e ne cerca altrettanta.

Quando ci trova, quando la troviamo, è un amplesso. Si formano legami i cui fili sottili non hanno bisogno della consistenza turgida di un seno giovane, non necessitano della presa possente di braccia forti e muscolose, non si uniscono tramite estremità eccitate e ventri caldi e accoglienti. Eppure penetrano a fondo con la loro impalpabilità, lasciando cicatrici proprio sul cuore, segni che non siamo disposti a scoprire facilmente. Queste sono unioni che non risentono della distanza dei corpi, perché hanno fatto mille giri di corda all’interno dei labirinti della mente. Sono rapporti erotici, dove un genere di sesso particolare prende forma; un sesso che si nutre di stupore che eccita, come un fiore mai seminato che sboccia selvatico all’improvviso dalla terra desolata che diventata fertile.

Per quanto mi riguarda, tornando all’incipit, l’imprevedibile colore dell’amore è dato dalla reazione chimica delle tinte dei dettagli emozionali che ci contraddistinguono, colpiti da un reagente esterno. Quando accade, la composizione dell’individuo si modifica spezzandosi in parti che si legano al reagente e non tornano più indietro. Divisioni e completezza, come i miei amati anni ’80.

 

 

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