L’effetto Pigmalione e la “profezia che si autoavvera”

L’effetto Pigmalione e la “profezia che si autoavvera”

Effetto Pigmalione

L’effetto Pigmalione e la “profezia che si autoavvera”

Articolo di Serena Savarelli

Effetto Pigmalione

“Pigmalione aveva visto le Propetidi vivere questa loro vita colpevole e, indignato dai difetti di cui la natura aveva abbondantemente dotato la donna, aveva rinunciato a sposarsi e passava la sua vita da celibe, dormendo da solo nel suo letto.”

Questo è l’inizio del mito di Pigmalione narrato da Ovidio nel X libro delle Metamorfosi (vv. 243-297),

questo è l’inizio di una storia d’amore apparentemente impossibile.

Pigmalione, uno scultore, aveva modellato una statua femminile nuda e d’avorio, di cui poi si era perdutamente innamorato considerandola il proprio ideale femminile, superiore a qualunque donna in carne e ossa, tanto da dormirle accanto nella speranza che un giorno si animasse.

“Grazie alla felice ispirazione dettatagli dal suo talento artistico, scolpì in candido avorio una figura femminile di bellezza superiore a quella di qualsiasi donna vivente e si innamorò della sua opera. […] Spesso allunga le mani verso la sua opera per accertarsi che si tratti di carne o di avorio. La bacia e gli sembra di essere baciato, le parla, la stringe e crede che le sue dita affondino nelle membra che tocca: teme perfino che per la pressione spuntino lividi sulla pelle.”

A questo scopo, in occasione delle feste rituali in onore di Afrodite, Pigmalione si recò al tempio della dea e la pregò di concedergli in sposa la scultura creata con le sue mani rendendola una creatura umana: la dea acconsentì. Egli stesso vide la statua lentamente animarsi, respirare e aprire gli occhi. Galatea, così denominata la statua da autori moderni (dal XVIII secolo in poi), perché priva di nome nel mito, diventa una donna in carne e ossa.

Pigmalione sposa Galatea e generano la figlia Pafo, che diede successivamente il suo nome all’omonima città di Cipro, famosa per un tempio dedicato ad Afrodite.

Mi piace partire da quello che la letteratura cela nei secoli, per comprendere ciò che di reale ci portiamo fino ai tempi odierni. Capire perché venga scelto un mito per dare nome, come in questo caso, ad un effetto che coinvolge l’essere umano moderno.

Il mito è una complessa narrazione che ha il compito di fornire un’interpretazione ai fenomeni che gli antichi non sapevano spiegarsi.

I miti sono caratteristici di ogni civiltà fin dalle sue origini e ne riflettono le specifiche concezioni di vita e del mondo.

L’effetto Pigmalione deriva proprio da un mito.

Detto anche effetto Rosenthal, è il nome che si dà all’effetto psicologico della “profezia che si autoavvera”.

Come ostetrica che lavora a contatto con le neo mamme, subito dopo il parto, e come madre, che osserva le dinamiche di crescita e di rafforzamento della personalità di ogni suo figlio, ho ben chiaro che il linguaggio non verbale asseconda parallelamente i contenuti che esprimono le persone. In pratica, uno stato d’animo che coincide con i contenuti che inviamo all’interlocutore (le parole che pronunciamo con i gesti) è molto difficile da realizzarsi.

Se siamo convinti che una persona valga di più, inconsciamente la tratterremo in modo da stimolarne il potenziale di sviluppo. Questo vale anche al contrario: se siamo convinti che una persona o un bambino abbia un potenziale inferiore, finiremo (altrettanto inconsciamente) per inibirlo e fargli conseguire risultati inferiori.

Consapevoli dell’esistenza di questo processo, o profezia, diventiamo responsabili all’interno di una relazione della sua stessa evoluzione.

Per spiegare meglio questo effetto parto dall’esperimento del professore di psicologia Robert Rosenthal.

Alcuno allievi di una scuola vennero divisi in tre classi in base al fatto che avessero un rendimento al di sopra della media, nella media o al di sotto.

Il professore fece fare a tutti gli allievi un test di QI all’inizio dell’anno e poi, prendendone a caso il 20%, disse agli insegnanti delle tre classi che quelli erano i più promettenti. Dopo circa otto mesi rifece il test di QI e gli studenti che rientravano fra i più promettenti ottennero dei risultati in media nettamente migliori degli altri e senza che si potesse rilevare alcuna differenza statistica fra le tre classi.

La forza delle aspettative che abbiamo nei confronti di un’altra persona è tale che, complice il nostro comportamento, finiamo con influenzarne i risultati.

Plasmare chi ci è di fronte ci porta a ricordare Pigmalione con la sua statua. I nostri atteggiamenti, toni e movimenti indirizzano la persona verso quanto ci aspettiamo da lei.

Se la nostra prima sensazione è che una persona sia arrogante, tutto il nostro corpo, il tono della nostra voce e tutte le nostre considerazioni esternate saranno votate a dimostracelo.

Gli insegnanti che credono di aver a che fare con un buon allievo gli esprimono più spesso la propria approvazione con sorrisi e cenni del capo, sintomi di un linguaggio del corpo positivo.

Verso questi allievi si esprimono con maggior chiarezza e intensità, nelle interrogazioni o nel dialogo in classe li chiamano più spesso degli altri e li guidano verso la soluzione quando sono in difficoltà.

Gli allievi più apprezzati ottengono più facilmente voti e giudizi positivi, mentre agli alunni considerati svogliati o realmente aventi maggiori difficoltà sono riservate molte più critiche.

Sembra un paradosso e ho tentato di confutare questo assioma, ma la realtà dimostra che l’insegnante che si aspetta dei risultati negativi da un allievo, quando questo si dimostra più bravo del previsto si attira il “malumore” dell’educatore perché non ha corrisposto alle sue aspettative!

Le nostre prime impressioni possono condizionarci al punto di crearci un’idea della quale noi stessi poi restiamo prigionieri. Quasi sempre è una prigione inconscia, per questo molto pericolosa per gli altri.

Nel caso di un insegnante possono portare a conseguenze molto deleterie sull’autostima dell’allievo. Un insegnante che decide di relazionarsi con il proprio allievo usando la tecnica delle “domande aperte”, porta l’interlocutore ad esprimere una opinione, quindi una corretta comunicazione.

Ma questo effetto è pericoloso anche nella relazione genitore/figlio. L’autostima è una qualità che se promossa da una madre o da un padre produce competenze nel figlio, dandogli quelle che, oggi, l’Organizzazione Mondiale della Salute definisce Life Skills: competenze per la vita.

Non siamo quello che siamo, ma quello che crediamo di essere. E quello che il mondo crede di noi: questa è la lezione che possiamo ricevere tenendo bene a mente delle conseguenze dell’effetto Pigmalione.

Da madre nutro continuamente la speranza che i miei figli possano incontrare, nel loro percorso scolastico, che reputo un grande percorso anche di vita, degli insegnanti che hanno come obiettivo primario quello di portare i propri studenti all’eccellenza. È un dono che fanno ai ragazzi, perché possano crescere come adulti sani e maturi.

D’altra parte, tutti noi, viviamo l’effetto Pigmalione giorno dopo giorno: giudizi, credenze e aspettative condizionano ogni momento della nostra vita, dal risveglio fino a quando andiamo a dormire. Quindi Pigmalione e la sua Galatea rimangono, in me, un monito essenziale per dirottare il mio pensiero e i miei atteggiamenti verso un flusso positivo che faccia germogliare e mai appassire i miei figli.

Conoscere il meccanismo della “profezia che si autoavvera” può aiutarci a dare il meglio di noi e a tirar fuori il meglio da chi ci circonda.

 

Serena Savarelli.

 

Ovidio nel X libro delle Metamorfosi (vv. 243-297)

Baldacci M. (2012), Trattato di pedagogia generale, Carocci
Rosenthal R., Jacobson L. (1992), Pygmalion in the classroom, Irvington (una versione ridotta del testo, in lingua inglese, è disponibile gratuitamente sul sito dell’Università di Muenster, a questo link)

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