“Ore 18, ora di punta” di Serena Pontoriero

Semplicemente, donne.

“Ore 18, ora di punta” di Serena Pontoriero

Ore 18. L’ora di punta per l’uscita dagli uffici. Io ed un’altra trentina di persone aspettiamo sulla banchina della metro 2 il prossimo passaggio. I due minuti che ci separano dall’agognato treno sono l’occasione per realizzare uno studio sociologico, più o meno serio, sulle nostre abitudini di individui nel XXIesimo secolo. Gente che non ha tempo e, ne ha talmente poco, che ne è ossessionata. Il tempo è come il cibo: più se n’è privati più se ne vuole, più ci si sottopone a una dieta ferrea, più si sognano torte al cioccolato fuso, lasagne fumanti e profumati barbecue.

Una differenza, però, c’è : di cibo si può essere materialmente privati. Del tempo, no. Eppure, tutti hanno il sentimento di non possederne. Strano, no? I due minuti di attesa sembrano quindi un’eternità, due preziosissimi minuti rubati, sottratti al “vero Tempo”.

Gente che guarda ossessivamente il cartellone che indica i minuti, intimamente incitandolo a sbrigarsi. Altri, che sfilano il muro di Facebook talmente veloce che sembra vogliano lanciare un guanto di sfida ai due minuti: “sapete che c’è di nuovo, cari due minuti? Voi passate talmente lentamente che io, nel frattempo, posso leggere quarantacinque post, guardare due video e condividere tre articoli”. Qualcun’altro finge nonchalance e decide di “approfittarne”, di approfittare di questi due eterni minuti rubati al vero Tempo, per leggere qualche pagina di e-book.

Quando – finalmente !- la metro arriva, ci si getta sulle porte: non c’è tempo per lasciar scendere prima di salire, non c’è tempo per aiutare la mamma che ha incastrato le ruote del passeggino fra l’uscio del vagone e la banchina. Qualche secondo appena prima che l’allarme suoni, indicando la chiusura delle porte. Puntualissimo, l’allarme suona e, puntualissimo, il tipo ritardatario, con un abile salto in lungo, si lancia verso la porta che inizia a chiudersi, incurante di schiacciare i piedi dei passeggeri ammassati sul bordo. Non aveva proprio il tempo di aspettare due eterni minuti, quelli della prossima metro.

Fra sbuffi, insulti taciuti, occhiatacce eloquenti, finalmente si parte.

Fortunatamente per me, la metro 2 è in parte sopraelevata. Mi metto in un angolo e guardo fuori, guardo la città sfilare sotto di noi. Una distesa di macchine incolonnate trasforma Parigi in un albero di natale con tanto di lucette rosse e bianche a intermittenza.

Una regola regna: non parlare, non socializzare, non guardare. Non c’è tempo! Ci si deve sbrigare a tornare a casa. Tutti con la testa bassa, parlano con persone all’altro capo della città o del Paese, fanno a gara a chi condivide di più, a chi commenta per primo, a chi avrà più “mi piace” sulla foto del weekend scorso, a chi otterrà più punti a Candy Clash. Gli unici a testa alta, hanno gli auricolari nelle orecchie. In questo spreco di tempo, che è il viaggio in metro, ci si tappa il naso, si chiudono gli occhi e via, come una purga. Una perdita di tempo propedeutica al vero Tempo.

A volte capita che la metro si fermi per qualche minuto a causa di un guasto o di un qualunque altro imprevisto. Cronometro alla mano: al primo minuto si pazienta, al secondo qualcuno inizia a sbuffare, al terzo la maggior parte si spazientisce, al quarto la metà scende dalla metro e cerca mezzi alternativi, al quarto e trenta secondi la metro riparte. Quelli rimasti a bordo fanno un sospiro di sollievo ma i loro volti restano contratti, hanno comunque perso 4 minuti e mezzo. Quelli che sono scesi imprecano: dovranno aspettare ancora due minuti prima della prossima metro che, sommati ai quattro e mezzo di fermo, fanno un totale di 6 minuti e mezzo buttati, rubati al tempo. Una vera catastrofe!

Il Tempo vero, lui, non aspetta e si fa sempre più raro. Come una star, è l’ospite d’onore degli eventi importanti. Solo lì si fa vedere. Non si perde mai una riunione familiare, una vacanza esotica o una passeggiata in montagna. Si siede accanto allo scrittore in erba, fa da modello ai pittori e ritma le serate jazz.

Ma dà il meglio di sé quando si ricorda dell’altro, quando si ricorda dell’essere umano nascosto dall’individuo. Allora allunga una la mano all’io e l’altra, alla persona che ci sta dinanzi. Spezza il ghiaccio fra sconosciuti e fa fiorire quegli incontri che ci ricordano, per un attimo, che non siamo macchine.

 

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