“Com’eravamo” di Maria Grazia Casagrande

“Com’eravamo” di Maria Grazia Casagrande

Era sempre agosto quando partivamo.
La piccola cinquecento azzurrina carica di valige sistemate sul portapacchi e noi stipati all’interno: mia madre al volante con accanto mio fratello, mia nonna ed io sui sedili posteriori.

Susa distava poco più di cinquanta chilometri da Torino, ma ancora non esistevano tangenziali o autostrade, e dunque per raggiungere la Valle non s’impiegava meno di un’ora: un lasso di tempo più che sufficiente per permettere a mia nonna di discutere con mio fratello riguardo al volume troppo alto del mangiadischi, e d’instaurare tutta una polemica generazionale sulla bruttezza di quella musica che altro non era che urla e baccano.
Una discussione che diveniva pretesto di bisticcio fra mia madre e mia nonna che, sentendosi bollare come ‘antica’, si rifugiava infine nel suo passatempo preferito che consisteva nel nominare ogni paese ancora prima di leggerne il cartello stradale.

L’alloggio era costituito da una manciata di stanzette i cui pavimenti, ricoperti da lunghe assi di legno non trattato, scricchiolavano al minimo passo, e a volte – di notte – anche senza che nessuno li sfiorasse: un dettaglio che aggiungeva tremarella alle mie nottate insonni.

Un lungo balcone in pietra, battuto dal vento, correva tutto attorno all’alloggio conducendo ad una porticina in legno che custodiva un rudimentale gabinetto; un luogo prediletto da ragni e mosche e quindi un’ulteriore spinta a far veloce tutto quel che c’era da fare, di giorno; perché con il sopraggiungere dell’oscurità entrava invece in gioco il famoso ‘vaso da notte’.

Non c’era l’acqua calda e, per poterci lavare, mia nonna, la domenica, scaldava grosse bacinelle sulla stufa, la cui acqua veniva poi stemperata con quella gelida dell’acquaio. E ancora ricordo quei bagni nella tinozza, quel profumo di borotalco e la radiolina che trasmetteva musichette estive.

Si scorazzava su e giù per le montagne con quell’automobilina, a volte andando anche oltre confine; oppure si passeggiava per il centro di Susa, affollata dai francesi che compravano il Pastis, il Genepy e i panettoni avanzati dal Natale passato.

La sera si giocava a carte o a dama, alla luce di un minuscolo lampadario affollato da falene e moscerini. A volte veniva in visita qualche vicina di casa, a volte scendevo in cortile a giocare a nascondino con le figlie del padrone di casa; ma una volta – lo ricordo ancora con molta tenerezza – sono andata al piccolo cinema che c’era nella piazza a vedere ‘Maciste’. Mio padre mi teneva per mano, e sarebbe stata una delle ultime volte, ed io ero emozionatissima all’idea di andare al cinema con lui.

Erano estati spensierate, vacanze semplici, senza pretese; ma sono rimaste impresse nella mia mente in modo così profondo che mi è sufficiente ascoltare il suono delle campane in lontananza, per ritrovarmi a Susa come per magia e risentire quei profumi di allora, voci conosciute, e un’atmosfera bella e irripetibile.

 

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