“Ricordo di Rita” di Agnese Pasquale

“Ricordo di Rita” di Agnese Pasquale

Ricordo di Rita

“Ricordo di Rita” di Agnese Pasquale

Contest Lettere al Femminile

Ricordo di Rita

Ricordo di Rita, mia dolcissima e coraggiosa compagna di scuola alle elementari.

Cara Rita, il tuo ricordo è ancora così vivido e nitido dentro di me, che ha scavato un angolino del mio cuore, accompagnandomi nei momenti più bui e tristi della mia esistenza, donandomi la forza per superarli. Te ne andasti da questo mondo giovanissima, portando con te grandi speranze da costituire, paradossalmente: un vero esempio di ”amore verso la vita” per tanti giovani e meno giovani, più fortunati di te, ma rassegnati, stanchi, annoiati, pessimisti del “vivere”.

Ti incontrai per l’ultima volta un lontano giorno di primavera dei nostri anni giovanili (avevamo entrambe diciotto anni). Ti appoggiavi a delle stampelle, ed eri ferma in piedi a ridosso di un muro di fronte alla Chiesa, dove ti avevano messa i tuoi cari. Mi sembrasti una visione e avevi negli occhi una luce nuova. Dopo esserci salutate con affetto, mi dicesti con impeto entusiasta: ”Sai? Sto imparando a camminare!” E m’informasti ch’eri stata accettata in un Istituto per disabilità di vario tipo. Ti avevano insegnato ad alzarti con l’aiuto delle stampelle e a muovere qualche passo. Mi complimentai con te formulandoti tutti gli auguri possibili e ci lasciammo con un lungo e forte abbraccio.

Avevo un vago presentimento lasciandoti, e pensai che lo sforzo fosse troppo grande per te perché, come in un lampo, mi sovvenne alla memoria un’altra compagna, che aveva avuto la tua stessa sfortunata esistenza. Negli anni ’60 frequentavo il primo anno del collegio ‘Farina’ di Vicenza e avevo una compagna poliomielitica, portata ogni giorno in classe da uno dei suoi fratelli maggiori. Pesava pochissimo ed era esile e magrissima: non fosse stato per il viso pallido e smunto, dall’espressione sofferente, sarebbe sembrata una bambina in braccio a suo fratello. Un giorno che era assente, l’insegnante di lingua francese, una religiosa, ci disse scuotendo la testa: ”Poveretta, non vivrà tanti anni… Questi soggetti muoiono giovani, perché sopravvengono delle complicanze e delle infezioni”.

Alcuni anni dopo, seppi che tu, Rita, eri morta e ti avevano sepolta nel cimitero del paese, dove già da tempo si erano trasferiti i tuoi familiari. Ne rimasi a lungo sconvolta. Facevo fatica ad accettare che tu te ne fossi andata tanto presto da questo mondo. E mi venne spontaneo rievocare quella parte di vita condivisa con te a scuola, al catechismo, in chiesa.

Venivi a scuola portata in braccio da tua madre che, per fortuna, non abitava troppo lontano: povera donna, arrivava tutta trafelata e sudata, perché pesavi, anche se eri tanto gracile e minuta. A quel tempo non esistevano le carrozzelle per disabili e la scuola non aveva neppure i servizi igienici. Passavi dalle braccia di tua madre a quelle della nostra maestra che, sempre materna e disponibile, ti aspettava sulla porta dell’edificio scolastico. E tu, al di sopra della spalla della maestra, voltavi quel visuccio contornato da riccioli neri e ci guardavi con un sorriso, facendoci ciao con la mano.

Avevi due splendidi occhi scuri, molto vigili e intelligenti, dei lineamenti minuti ma dolcissimi e regolari, un nasino delicatamente alla francese ed un sorriso che conquistava tutti. Eri molto carina ed era facile volerti bene. Ma, nella nostra esuberanza di bambini sani, non ci accorgevamo più di tanto del tuo modo diverso di vivere: avevamo compreso che tu non potevi più né camminare né correre, e quindi partecipare ai nostri giochi scatenati, ma vedendoti in classe, anche durante l’intervallo, sempre tranquilla ed intenta a leggere dei libri, oppure a disegnare e a colorare su piccoli album, non ci accorgevamo della tua solitudine e della tua diversità. E non ci accorgevamo neanche più di tanto che avevi bisogno di tutto: la nostra maestra, con la sua disponibilità generosa e sollecita, non ti faceva mancare nulla, non ti faceva pesare niente.

Ormai, vederti seduta con le gambette inerti e penzoloni dal banco era diventato naturale come l’aria che respiravamo. Non ti lamentavi mai e quando qualcuno di noi, tuoi compagni, si avvicinava a te per parlarti o vedere quello che stavi facendo (eri brava, facevi bellissimi disegni), tu ti dimostravi grata, diventando chiacchierina ed allegra.

Intanto il tempo passava e, insieme alla frequenza della scuola, venivi insieme a noi anche al catechismo. Dovevamo andarci prima della Messa, quindi alle ore nove del mattino di tutte le domeniche, arrivavamo a frotte in Chiesa, rumorosi e vivaci. Tu, Rita, eri già lì, eri la prima ad arrivare e ci aspettavi col tuo eterno sorriso. Rispondevi a tutte le domande con la sicurezza di chi aveva ben studiato. Insieme a te, abbiamo ricevuto la Comunione e la Cresima.

Ricordo soprattutto il giorno della Cresima. Il paese era in festa per l’arrivo del Vescovo, Monsignor Zinato. C’erano manifesti con la scritta “W il Vescovo!” e tante bandierine colorate appese per il centro della piazza, ma anche lungo tutto il percorso che doveva fare il Vescovo per arrivare nella nostra parrocchia. Noi cresimandi, emozionatissimi, eravamo disposti in piedi su due file lungo la navata della Chiesa proprio al centro, mentre tu, Rita, eri seduta.

Finalmente Monsignor Zinato arrivò e si dette il via alla cerimonia. Quando venne il momento della “consacrazione a soldati di Cristo”, il Vescovo passò in mezzo a noi per darci il buffetto sulla guancia, pronunciando “Pax tecum!” e, arrivato di fronte a te, Rita, si chinò e ti abbracciò commosso. Fu in quel particolare momento, che percepii chiaramente la tua diversità ed il fatto che avevi saputo accettarla con tanto coraggio e serenità.

Finite le elementari, ci perdemmo di vista. Tu ti trasferisti in un paesino di pianura, venendo di rado al tuo paesello natìo.

Una volta mi capitò di incontrare tua madre, alla quale chiesi tue notizie. Lei, piangendo, mi raccontò ch’eri morta già da qualche anno. Seppi così che tu, una bella bambina aperta e vivace, eri stata aggredita all’età di tre anni dal virus della poliomielite. Ricordo tua madre che rievocava con voce rotta dall’emozione com’era successo e come se n’era accorta: ”Correva e saltava, la mia Rita, come te, come tutti voi. Un giorno, dopo qualche ora che non stava bene, corse fuori, davanti alla casa e cadde sull’erba del prato. Poco dopo cominciò a chiamarmi: – Mamma, mamma, non riesco più ad alzarmi! – Io ero in casa che stavo sfaccendando e le gridai di tornare subito dentro, perché aveva la febbre e non stava per niente bene. Ma la sentii piangere e singhiozzare: – Non riesco più ad alzarmi! – Corsi da lei, la presi in braccio, ma non ci fu più nulla da fare! Chiamai il dottore, venne ricoverata anche in ospedale… Ma le sue povere gambette non la sorressero più…”

Cara Rita, un giorno c’incontreremo di nuovo, almeno lo spero. Intanto, sappi che custodisco il tuo ricordo e fai parte del mio mondo di affetti, di tutte quelle persone a cui ho voluto bene.

 

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