Anna Fresu intervistata da Barbara Gabriella Renzi

Anna Fresu intervistata da Barbara Gabriella Renzi

Anna Fresu

Anna Fresu intervistata da Barbara Gabriella Renzi

Anna Fresu

 

Raccontami un poco di te e soprattutto quando hai incominciato a scrivere.

Sono una ragazza con la valigia. Sono nata a La Maddalena, in Sardegna. Nel ’64 con la mia famiglia mi sono trasferita a Roma dove mi sono diplomata al liceo linguistico, ho frequentato il Teatro Studio e ho conseguito la laurea in Lettere e Filosofia a La Sapienza. Nel ‘75/’76 ho vissuto in Portogallo accompagnando le lotte dei contadini senza terra; dal ’77 al 1988 sono stata in Mozambico dove ho diretto la Scuola Nazionale di teatro e creato e co-diretto il dipartimento di Cinema per l’Infanzia e la gioventù; avevo già sessant’anni quando ho raggiunto mia sorella a Mendoza, in Argentina dove ho insegnato lingua e cultura italiana all’istituto Dante Alighieri e all’Università di Mendoza. Ovunque ho sempre portato in scena i miei spettacoli teatrali. Da oltre un anno sto di nuovo in Italia e ora mi dedico soprattutto alla scrittura.

A parte due poesie scritte quando avevo otto anni –più che altro per completare due dipinti, perché allora mi piaceva dipingere, disegnare, attività che ho presto abbandonato e ho ripreso solo per pupazzi e scenografie per i miei spettacoli – non mi sono dedicata alla scrittura per molti anni. Ho scritto, sì, saggi e articoli già a partire dall’università (Lettere e Filosofia), e due libri, uno sul teatro e un altro sui giochi dei bambini in Mozambico e i testi dei miei spettacoli teatrali. 

Le poesie sono ri-sorte nel 2001, dopo la morte di mia madre, e da allora non ho più smesso. Scrivere racconti e poesie esprime il mio bisogno di rivelare e allo stesso tempo spogliare la realtà, mostrare un altro sguardo, cogliere sempre più ciò che è essenziale.

In questi anni ho partecipato a diverse antologie sia di racconti che di poesie e ho pubblicato nel 2013 la mia raccolta di racconti Sguardi altrove, con le edizioni Vertigo di Roma, e la silloge poetica Ponti di corda, con la Temperino rosso edizioni di Brescia nel 2018. Attualmente ho in attesa di pubblicazione altre due raccolte di racconti e due di poesie.

Parallelamente e anche prima di sentire in prima persona il bisogno di esprimermi, è stato per me necessario divulgare, far conoscere una poesia, una letteratura meno nota, come per esempio quella africana, attraverso traduzioni, conferenze, spettacoli, grazie anche all’incontro con Joyce Lussu, grande divulgatrice dei poeti non occidentali, e all’associazione Scritti D’Africa di cui sono fra i soci fondatori fin dal 1997 e di cui sono stata a lungo presidente e attualmente curatrice della pagina facebook.

Io ammiro la tua poesia moltissimo. Ho visto che tocchi molti temi sociali, quali l’immigrazione e il razzismo. Come nascono le tue poesie? Le tue esperienze di vita hanno influenzato la tua scrittura poetica? So che hai vissuto in paesi diversi. 

Quando scrivo parlo di ciò che mi appartiene, che mi tocca. L’altro e l’altrove sono parte di me, non sono argomenti estranei o forzati. Certo l’aver respirato il clima della  Rivoluzione dei Garofani in Portogallo, l’aver vissuto in Mozambico, all’indomani dell’indipendenza, e in Argentina nel periodo di rinascita della democrazia, mi hanno rimodellato ma anche reso più sensibile, più aperta; mi ha rivelato aspetti e risorse di me stessa che, probabilmente, non avrei avuto modo di scoprire, così come è stato per me importante il contatto in Italia con il mondo dell’immigrazione, anche attraverso l’incontro con scrittori e scrittrici che ne erano espressione.

Come influenzano le altre lingue la tua poesia? Usi parole o sintassi delle altre lingue quando scrivi?

Credo anche che la conoscenza di altre lingue, di altri mondi, si riflettano nella mia scrittura, non solo per la presenza a volte di un altro lessico e di altre espressioni, di alti paesaggi, ma per una certa fluidità che mi caratterizza e che mi rappresenta.

So che hai una sorella anche lei scrittrice. La scrittura è condivisa? Vi aiutate a vicenda? O preferisci lavorare da sola?

Oltre che  compagna di giochi e avventure, ho sempre pensato a mia sorella Grazia come alla poetessa di casa fin da bambina perché lei ha sempre scritto poesie e da allora non ha mai smesso. Conosco a memoria alcune delle sue poesie, nessuna delle mie. Di condiviso c’è l’ascolto, la lettura, la libera discussione. Non abbiamo mai scritto insieme pur avendo tanto in comune, non solo molte esperienze di vita. Il nostro modo di scrivere è molto diverso – credo che chi ci legge se ne renda facilmente conto – pur apprezzandoci mutuamente. La nostra diversità ci unisce quanto ciò che condividiamo, ciò che abbiamo in comune. Su entrambe ha sicuramente influito la presenza di nostra madre che fin da bambine ci ha influenzato, ci ha trasmesso l’amore per la parola, in tutte le sue forme, il gusto della narrazione.

Cosa significa l’espressione “Ponti di Corda?”

Ho scelto questo titolo perché credo che mi rappresenti. I ponti di corda sono, per esempio quelli che costruiscono i popoli originari dell’ America Latina, con materiali poveri, piante, fibre di cui è circondata la natura. E nella loro semplicità e resistenza sono l’espressione di una grande cultura tramandata nel tempo.

Ponti di corda, fatti a mano, apparentemente fragili ma resistenti, saldamente legati alla terra; ponti di parole, di versi, che uniscono l’io all’altro, al mondo, alla mia intima realtà di poeta.

 

“Mia madre” di Anna Fresu

Di mia madre
è rimasto il suo sorriso,
il canto del mattino,
l’arma bianca della parola
contro l’ingiustizia,
il racconto di maggio:
di un vestito fatto di seta
di paracadute,
il viaggio di nozze
su un carretto,
il tempo lento e lieve
in riva al mare
appeso a un filo
in una cruna d’ago.
Mio padre in mare
mesi giorni ed anni.
Lei madre e padre
all’ombra di un braciere
a tessere i legami
e le memorie.
A cucire col canto
il mio futuro.

Anna Fresu

 

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