“Carissima” di Elvira Rossi

“Carissima” di Elvira Rossi

carissima

“Carissima” di Elvira Rossi

Contest Lettere al Femminile

carissima

Carissima,
vorrei darti un nome ma non riesco a trovarne uno che ti si addica, cosicché provo a chiamarti amica e ricomincio da capo.

Carissima amica,
beh, diciamo la verità, non siamo amiche, non ci siamo neppure conosciute seriamente e non sappiamo nulla l’una dell’altra.

Io non conosco il tuo nome, tu non conosci il mio.

Eppure io non ti ho dimenticata. Hai lasciato il segno dentro di me.

Le nostre vite si sono incrociate in una stanza d’ospedale dove tu sei avvezza a vedere volti che si alternano. Giovani, vecchi, di media età. Tutti uniti dalla malattia.

Io ero lì distesa in un lettino di una cameretta bianca impregnata dell’odore dei medicinali.
Ero una delle tante pazienti che ti passavano sotto lo sguardo quando al mattino presto entravi nella stanza.

Ti ricordo con il tuo grembiule blu che ti doveva ben differenziare dalle persone di rango, infermieri e medici.

Di te mi è rimasto impresso soprattutto il rossetto rosso che spiccava sul tuo volto non curato.
Era un tocco di frivolezza che parlava della tua voglia di piacerti e di piacere.

Un simbolo di una femminilità mortificata dalla fatica e forse da una vita di privazioni.

Quel rossetto rosso fuoco che ogni mattina stendevi sulle tue labbra non rimaneva mai al posto giusto.
Con dispetto strabordava dandoti un’aria trasandata e buffa di donna vissuta male.

Nondimeno eri, sei una persona straordinaria.

Avrei desiderato conoscerti meglio e sapere qualcosa di te e della tua vita.
Sarebbe stato interessante ascoltare la tua storia e i tuoi pensieri.

Qualche volta provai a parlarti, perché mi incuriosivi.

Non osavo rivolgerti molte domande, perché temevo di essere indiscreta e inopportuna.
Mi rammarico di non averti chiesto il nome, di non aver fatto nulla per avvicinarmi a te.

Appresi solo che eri nata nel centro storico della nostra Città.
Eri stata costretta ad abbandonarlo, perché la tua casa era pericolante e ti eri trasferita in un paese limitrofo.

Ti mancava molto la parte vecchia della nostra Città, ne parlavi con affetto, le tue radici erano ancora lì tra quelle case antiche un po’ cadenti, che solo i ricchi potevano rendere belle e abitabili.

In verità non supponevo neanche che una volta fuori dall’ospedale, avrei pensato a te con tanta insistenza.

Animata dal desiderio di lasciare presto quella stanza, ero molto concentrata su me stessa.

Nelle prime ore del mattino entravi in camera con la scopa e lo spazzolone per pulire, prima che i medici passassero per la visita ai pazienti.
Sì, proprio così! Eri una delle donne addette alle pulizie. L’ultimo anello di una catena di lavoratori e lavoratrici di quell’ospedale.

carissima

Quelle mani rovinate dall’uso di stracci e detersivi e quel rossetto sbavato non ti impedivano di essere una persona straordinariamente bella.
Sì, eri bella, perché quando entravi nella stanza e ti chinavi a lavare il pavimento, i tuoi occhi erano rivolti sempre in direzione dei pazienti.

A renderti bella era proprio quello sguardo carico di attenzione, di umanità e forse di amore per chi lottava contro la malattia.
Il tuo sguardo non era mai distratto e indifferente e non perdevi occasione per pronunciare una parola di incoraggiamento e di speranza.

Eri sempre interessata a sapere come stava l’una e come stava l’altra.
E quando le risposte che ti arrivavano dalle pazienti erano confortanti, sorridevi.

Al contrario ti rabbuiavi quando coglievi l’angoscia e la preoccupazione di chi non vedeva la propria malattia regredire.

Degenti attaccati ai monitor o alle flebo, degenti in attesa di entrare in sala operatoria, degenti che uscivano da una sala operatoria. Infermieri e medici. Accertamenti e visite. La girandola quotidiana era sempre la stessa.

Tuttavia l’assidua frequentazione di questo reparto non aveva generato in te alcuna assuefazione.
La sofferenza non era entrata nella routine della tua giornata lavorativa. Ti sorprendeva, ti turbava.

Il numero di una stanza, il numero di un letto, il numero scritto su un braccialetto di riconoscimento nella tua visione non esistevano.
Per te quei corpi infermi distesi nei lettini erano persone che soffrivano.
Si capiva bene da come le guardavi, dalle piccole frasi che pronunciavi che ti immedesimavi nel loro dolore.

Una volta una paziente stava male e invocava la presenza di un medico, ne aveva assoluto bisogno.

Tu non esitasti, lasciasti cadere lo straccio che avevi in mano e di corsa ti precipitasti fuori a chiamare qualcuno.
Non ti diedero ascolto.
La risposta fu che la paziente avrebbe dovuto suonare il campanello.
La prassi andava rispettata.

Rientrasti nella stanza con un’aria mortificata.
La tua spedizione era stata vana, la tua richiesta di aiuto era rimasta inascoltata.
Per i camici bianchi eri una nullità.

Il tuo compito era solo quello di pulire i pavimenti e non di raccogliere le richieste di aiuto.

Un giorno ti accorgesti che ero particolarmente provata, tra una spolverata e un’altra mi guardavi di sottecchi, come se non avessi voluto perdermi di vista.

Mentre spazzavi abbassasti lo sguardo e quasi come se ti fossi vergognata di svelare la tua compassione, affermasti che se avessi potuto compiere una magia, avresti cancellato il dolore e la malattia di tutti.

In quel momento percepii la tua vicinanza. Compresi che quelle parole pronunciate con semplicità e timidezza erano indirizzate a me.

Con quella divisa azzurra e quel rossetto di pochi euro avresti avuto ragione di esprimere ben altri desideri da realizzare per te e per la tua vita un po’ stentata, magari per comprarti un rossetto rosso che non sbavasse.
Ma per te esisteva una priorità: cancellare la malattia che riempiva di malinconia la tua quotidianità.

Tu fai parte di una schiera speciale di persone che non si fanno dimenticare.

Per pochi istanti entrano nella nostra vita, ne escono con altrettanta rapidità e, pur scomparendo dalla vista, restano ferme nella nostra memoria.

La mia lettera non potrà raggiungerti e io non potrò dirti che dietro quel grembiule azzurro ho sentito il battito di un cuore generoso. E non potrò mai regalarti un rossetto rosso come piace a te.

Posso solo ringraziarti da lontano per quella umanità che ogni giorno dispensi, indossando quel grembiule azzurro che vale cento camici bianchi.

 

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