“La ragazza delle arance” di Lorenzo Metis

“La ragazza delle arance” di Lorenzo Metis

“La ragazza delle arance” di Lorenzo Metis

 

Erano fermi al semaforo, proprio davanti a me, in attesa che l’omino verde garantisse loro di attraversare la strada senza il rischio di essere investiti. Io avevo i sacchetti della spesa a farmi da ingombro, ma ero intento a osservare quella coppia. Lui era un giovane come tanti, con gli occhi fissi sul display del telefono, il pollice nervoso e una coltre di distrazione a fargli da scudo. Lei era invece animata da un’insolita euforia, una felicità spudorata che scaturiva dall’ingenuità dei suoi anni. Parlava e rideva fino a quando l’omino verde liberò tutti dal torpore e il ragazzo che le era accanto cominciò a camminare da solo. Lei rimase lì, sul ciglio della strada a guardarlo allontanarsi. Mi avvicinai a lei, fissai i miei occhi nei suoi e le sussurrai: “È verde”.

Lei mi concesse un sorriso meccanico e camminò lungo le strisce come un automa accanto a me. Tutta la felicità che sembrava esplodere dalla sua pelle pochi secondi prima si era dileguata nel tempo di uno sguardo. Si era stretta le braccia attorno al petto, la borsa le era scivolata dalla spalla ed era rimasta a penzolare dal braccio senza che se ne rendesse conto. Solo dopo un po’ il ragazzo si accorse che lei era rimasta indietro, aspettò che lo raggiungesse e, sorridendo, le mostrò qualcosa sul cellulare. Lei gli rivolse lo stesso sorriso che poco prima aveva diretto a me.

Procedevamo nella stessa direzione, loro avanti e io dietro con il mio carico di buste e sacchetti. Questa volta era lui a parlare e ridere come un bambino mentre lei, nascosta in una corazza silenziosa, annuiva senza voltarsi. La osservavo. Guardavo le sue spalle magre nascoste da un giubbotto corto, le mani che stringevano i gomiti in un abbraccio disperato. Non sapevo quali pensieri le impedissero di alzare lo sguardo al cielo, ma sentivo un desiderio forte e umano di raggiungerla e stringerla forte a me per trasmetterle il calore del mio corpo. Ma non potevo, mi avrebbero preso per pazzo, lei per prima. Lui forse mi avrebbe menato o forse non se ne sarebbe neanche accorto, continuava a camminare con la faccia sul cellulare. Ma cosa avrebbe detto la gente se un uomo che poteva essere non dico suo padre, ma un fratello molto maggiore, l’avesse improvvisamente abbracciata per strada?

Aumentai il passo fino ad affiancare la coppia, lasciai cadere distrattamente un sacchetto e alcune arance rotolarono a terra. La ragazza si scosse dal suo silenzio, si chinò a raccogliere le arance e mi aiutò a sistemarle. La ringraziai più volte e attaccai bottone parlando inevitabilmente di quei benedetti sacchetti che ti abbandonano a ogni occasione – talvolta al momento opportuno. Si offrì di aiutarmi e cominciò a parlare delle arance, delle spremute di sua madre, del suo lavoro e dei suoi obiettivi. Aveva riacquistato la giovialità che la caratterizzava e io bevevo la felicità dei suoi occhi scuri.

Ci separammo all’incrocio successivo, questa volta mi regalò un sorriso vero e uno sguardo colmo di una gratitudine di cui neanche lei conosceva bene la causa. Eravamo così felici entrambi che solo dopo aver attraversato, ci rendemmo conto che lei aveva ancora il mio sacchetto di arance. “Si faccia fare una bella spremuta!” le gridai dall’altro lato della strada.

Forse adesso, seduta in un angolo di una casa poco distante da qui, una ragazza beve una spremuta di arance pensando a me.

 

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