“Il tempo di un soffio” – di Donato Di Capua

“Il tempo di un soffio” – di Donato Di Capua

Donato Di Capua

“Il tempo di un soffio” – di Donato Di Capua

Recensione di Lisa Molaro

Donato Di Capua

 

Ho da poco terminato la lettura dell’ultimo romanzo di Donato Di CapuaIl tempo di un soffio“, Les Flâneurs Edizioni ed ero combattuta se mettermi subito alla tastiera o se, invece, lasciare decantare la marea di emozioni scaturite dalla lettura di queste pagine.

Conoscevo già lo stile narrativo di questo autore lucano, ne avevo già apprezzata la fluidità espositiva,  già mi ero lasciata trasportare nei “suoi mondi di carta“; ho ancora ben presente la trama de “L’uomo che vendeva ricordi” e, forte di questo mio pregiudizio positivo, non ho esitato a leggere questa sua ultima opera… che posso dire? Immancabilmente, trattandosi di uno scrittore contemporaneo con la S maiuscola, l’aspettativa è stata ulteriormente superata!

“Il tempo di un soffio” narra la storia di un seme che ha superato le intemperie più rigide; un seme che, spinto da un vento che sferza gli occhi con della ruvida sabbia e graffiato dal sale di un mare inclemente, è giunto sul territorio italiano (il luogo preciso non è stato indicato e nemmeno credo fosse indispensabile farlo) ed è germogliato.

Un seme, un bambino, una vita agli inizi. Vita che non ha colpa, non ha macchia, non ha in testa inganni o pensieri impuri.

Un bambino che non chiede altro al mondo se non di far scomparire le proprie mani dentro quelle della madre e del padre.

Un bambino che, come è logico sia, si àncora al cuore dei suoi genitori e, insieme a loro, parte verso un mondo un po’ più fertile di Vita.

Ma le dita del destino lo strappano dalle sue certezze e attraverso le intense parole di Donato Di Capua noi diveniamo spettatori di un concatenarsi di genesi, morti, rinascite, dipartite.

Un’unica catena, attimi che si inanellano tra loro mutando essi stessi anima e cuore del tangibile e dell’etereo.

Ma qual è il limite? Quale la profondità del mare? Del cielo? Della terra? Della resilienza? Della determinazione?

Come sempre, non voglio scrivere troppo della trama, non voglio fare spoiler e anticipare nulla… posso dire che il viaggio non è mai uno solo poiché sempre, esso stesso, è composto da una moltitudine di altri viaggi inglobati.

Viaggi nel deserto, viaggi dentro un camioncino, viaggi sulla superficie del mare, viaggi sul suolo italiano.

Viaggi verso la speranza, viaggi all’inferno, tra fiamme ustionanti che non bruciano la pelle ma penetrano direttamente nel cuore, creando ferite che pulsano, si contraggono, bruciano, lacrimano.

Viaggi dentro la normalità, perché sì… un bambino può far sempre in tempo a viverla se trova angeli in carne e ossa lungo il suo sentiero.

Viaggi dentro una crescita a ostacoli dove i peggior limiti sono partoriti dai suoi ricordi, dalle assenze e dalle presenze.

Anche per il troppo amore ci si può sentire colpevoli.

Khalil, il protagonista del libro, dopo aver superato il girone più difficile della Commedia, potrebbe godersi il Paradiso di una vita ritrovata, eppure…

Eppure lasciarsi amare può risultare la cosa più difficile da fare.

Mentre scorrono le pagine del libro, una sinfonia esce da un pianoforte imponente, a coda, ad ala spiegata, bellissimo.

“Mi era stato assolutamente vietato di varcare quella soglia proibita. M’invase uno strano senso di libertà, ma immediatamente il tarlo del dubbio si affacciò alla mia mente. Chissà se è meglio pagare per aver trasgredito, o resistere al desiderio di appagare la curiosità e poi pentirsi amaramente per non aver osato? Erano domande inutili, ormai ero oltre la porta e mi dirigevo verso la sorgente di quell’intensa fonte di grazia.

(…) La musica intanto continuava a mandarmi messaggi sublimi, era un richiamo meraviglioso per la mia anima, quei rintocchi si manifestavano e vibravano in sintonia con la mia parte più sensibile.”

La musica.

La musica si è infilata sotto la pelle di Khalil, gli ha dipanato le nebbie e si è trasformata in faro.

La musica è una comunità entro la quale persone che a parole non si capiscono, perché figlie di terre diverse, seguono un linguaggio universale in cui le note creano una collettività cieca, che può scegliere di “vedere” anche tenendo chiusi gli occhi o di parlarsi senza proferire suono vocale.

Parla al cuore, la musica.

Donato Di Capua, con una oculata scelta lessicale e una generosità – mai tediosa – di dettagli, mi ha portata davanti alla vita di Khalil.

Pagine intense, come ho scritto sopra, che non lesinano fatti cruenti o tratti di una onirica dolcezza.

Quasi per tutto il tempo sono stata cullata da una altalena emotiva, temevo il sale del mare e ammiravo la purezza di una margherita (ché poi è uno dei miei fiori preferiti proprio perché condivido il pensiero di Khalil).

Ho visto un bambino soffrire, sperare, affacciarsi alla vita e cercarne, poi, gli schiaffi… non avete letto male: ho usato proprio il termine “cercarne“.

Tra le varie cose che apprezzo di questo scrittore, la saggezza mai ostentata che infila tra i pensieri dei suoi protagonisti di carta non va citata per ultima.

“Hazim mi aveva omaggiato dei doni più preziosi che un padre può elargire a un figlio: mi aveva insegnato la tolleranza offrendomi il perdono. Mi aveva insegnato che per ricevere rispetto, ogni uomo deve mostrare personalità, umiltà e carattere, che ogni decisione prevede l’accettazione di una reazione, quindi l’ammissione di una responsabilità.”

“Non esisteva più il senso dell’impossibile, era tutto straordinariamente sovrannaturale.”

“Riuscivo a percepire la sua presenza che emergeva dagli abissi, che si fondeva con tutte le cose che facevano parte di me, anche le più insignificanti. Sentivo il suo amore e quanto la mia esistenza la rendesse felice, la mia essenza brillava di lei, le lacrime che mi solcavano il viso erano le sue.”

Sono molti i punti in cui ho attaccato freccette post-it ma, ovviamente, non posso riportarveli tutte.

Altra cosa che apprezzo di quest’autore è l’uso poetico che fa di metafore e similitudini… è una cosa che adoro perché ritengo sia un ingrediente fondamentale che ogni Scrittore dovrebbe saper usare per aumentare l’empatia con il lettore.

“Una parete era completamente adibita a libreria. C’erano tante storie racchiuse in quelle pagine avvolte da una copertina, riservate come le vite degli esseri che popolano il mondo. Le pagine del mio libro erano state bagnate dall’acqua del mare e, asciugandosi, si erano incollate tra di loro, ci voleva molta delicatezza per poterle aprire senza strapparle, molta pazienza per evitare che l’inchiostro potesse cancellarsi per sempre. Il mio libro era troppo delicato per poterlo esporre in libreria, ero terrorizzato all’idea di commettere il gravissimo errore di affidarlo a un lettore superficiale e distratto. Rischiavo di esporlo a degli elementi che avrebbero rischiato di distruggerlo, il materiale di cui era composto era già danneggiato dal tempo passato.”

Un passaggio, tra i tanti, meraviglioso!!!

Insomma, le parole come al solito non mi mancano e di altre cose importanti nella trama ne avrei a volontà ma mi impongo un limite e vi scrivo, di getto, un elenco: famiglia di origine, famiglia in divenire, fronde di albero o radici che si congiungono al centro della Terra; senso di appartenenza, bisogno di solitudine, sudore, espiazione, purgatorio; lavaggio dei piedi, spiritualità, simbologia, arte, musica, bellezza; senso della vita, senso della morte; limite della vita e limite della morte; amore delicato, sussurrato, immaginato, aleggiato, suggerito, non dichiarato; amore dichiarato, ultimo respiro, attimo eterno; amicizia, arco, semplicità di cuore, sorriso, fiducia, sorellanza, fratellanza.

Speranza.

Dolore.

Gioia.

Destino.

Tempo.

Soffio.

Speranza.

 

Buona lettura,

Lisa.

 

Titolo: “Il tempo di un soffio”
Autore: Donato Di Capua
Editore: Les Flâneurs Edizioni (26 agosto 2019)

Sinossi:

Khalil è un direttore d’orchestra amato e rispettato, che governa musicisti e strumenti in una sinfonia in grado di commuovere e incantare. Ma la sua vita non è stata quella di un privilegiato: nato nel villaggio di Abu Minqar, in Egitto, ha preso parte con i suoi genitori a un viaggio della speranza verso l’Italia, restando in mare da solo per giorni dopo una tempesta prima di essere accolto in una nuova famiglia. Il tempo di un soffio è il romanzo di formazione di Khalil, una storia di fiducia riconquistata, di affetto ritrovato e dell’amicizia con Giusy e Marco, un sentimento profondo e in grado di superare ogni barriera.

 

 

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