“Caro Gesù Bambino” di Elvira Rossi

“Caro Gesù Bambino” di Elvira Rossi

Caro Gesù Bambino

“Caro Gesù Bambino” di Elvira Rossi

Contest Lettere al Femminile

Caro Gesù Bambino

Caro Gesù Bambino,
ti avverto, la mia lettera sarà breve, in verità quest’anno sono stata sul punto di interrompere la tradizione di scriverti in prossimità del Natale.

Ormai credo che tu sia abituato allo stile confidenziale e persino irriverente con cui mi rivolgo a te. La tua immagine mi suggerisce un po’ di quella schiettezza che crescendo si perde e ti parlo come se, smarriti gli anni, ritornassi a essere bambina. E sai bene che il linguaggio dei piccoli nasconde un’anima semplice, che non ha ancora appreso gli artifici.

Però è anche vero che i bambini non riescono a parlare di sé, e il dolore glielo puoi leggere solo negli occhi.

Per fortuna non mi vedi! Oh, forse sì! Non lo so, sono davvero molto confusa.

Sai bene che i bambini talvolta diventano insolenti con domande che andrebbero soddisfatte per non deludere le loro aspettative.

E io di domande ne avrei tante da porti. Ma ce n’è soprattutto una che mi tormenta.

Perché esiste tanto dolore sulla Terra? È un mistero ancora più grande della morte.

La fine dell’esistenza è ammissibile. Non riesco a immaginare il nostro pianeta abitato da generazioni e generazioni di essere umani.

Sarebbe il caos più totale, una impensabile catastrofe che nessun cantastorie potrebbe raccontare.

Già con i nostri 7,7 miliardi di persone disseminate sulla Terra siamo capaci di produrre immani disastri.

Devastiamo l’ambiente, erigiamo muri di ogni genere, lasciamo che i bambini muoiano di fame, fabbrichiamo armi per combattere le guerre, abbiamo trasformato il Mediterraneo in un cimitero.

Se fossimo più numerosi, si moltiplicherebbero i danni. Quindi ben venga la morte!

Caro Gesù Bambino

Sono ricorsa a questo paradosso per esprimere una considerazione.

Passi pure l’idea che dobbiamo andarcene per fare posto agli altri, ma sulla strada che siamo costretti a percorrere incontriamo ostacoli di ogni genere.

È la vita! Affermerebbe qualcuno con rassegnazione e la saccenteria di chi ha compreso tutto.

Sì, ma che vita! Ribatterebbe un altro con amara ingenuità.

Mi sovviene Leopardi che attraverso il “Dialogo della Natura e di un Islandese” raffigura la crudeltà del destino umano. Che cosa penseremmo noi, se un ospite chiamato a condividere un banchetto venisse umiliato e malmenato, senza ragione alcuna?

Non ci siamo invitati da noi a partecipare allo spettacolo della vita, un po’ più di riguardo lo meriteremmo e invece a ciascuno viene elargita una dose notevole di sofferenze.

Sebbene nessuno sfugga alle afflizioni, la misura non è uguale per tutti.

La distribuzione degli affanni è governata dal disordine. La giustizia e la razionalità non hanno dimora, colpiscono senza alcun criterio e con ferocia.

Gli antichi lo avevano ben compreso.

È molto significativa la rappresentazione poetica di Omero che nell’Iliade attraverso le parole di Achille sottolinea la brutale casualità del Fato.

L’eroe acheo al vecchio Priamo che implora la restituzione del corpo esanime del figlio Ettore ricorda che Zeus, dopo aver mescolato il bene e il male contenuti in due orci, procede a caso alla loro distribuzione. A qualcuno dona una parte più grande di sciagure, ad altri elargisce una porzione più generosa di gioie.

Sapere che dall’infelicità nessuno è immune, non è affatto di conforto, anzi genera l’effetto contrario, perché immedesimandosi negli altri il dolore si moltiplica.

Per festeggiarti, Bambino Gesù, per Natale si accendono straordinarie luminarie. Non so se a te piace essere ricordato in questo modo, ma ti confesso che se potessi, andrei per le strade a spegnere a una a una tutte quelle luci. Non opererei per dispetto e tanto meno per un sabotaggio politico, le spegnerei in segno di lutto per ricordare come l’ineluttabile dolore venga accresciuto dalla barbarie umana.

Nella mia città “le luci d’artista” proprio in questo periodo splendono in ogni angolo.

Caro Gesù Bambino

Poche sere fa, la sfarzosa accensione ha coinciso con la presentazione di un libro che parlava di autismo.

Ho visto lacrime di madri e ho sentito l’angoscia nascosta dietro volti sorridenti.

C’erano in contrapposizione un esterno e un interno.

All’esterno, nelle strade, dominava lo scintillio freddo delle luci seguite da un corteo di genti desiderose di dimenticare per qualche istante i propri affanni; all’interno di una libreria si udiva il calore delle parole che, per niente timorose di affrontare realtà drammatiche, aprivano delle brecce nel muro di solitudine e separazione.

La coincidenza non è passata inosservata e ognuno l’ha vissuta in maniera differente.

A me è sembrata un contrasto tra l’effimero, che amiamo e di cui non riusciamo a liberarci in una corsa verso una felicità illusoria, e il senso autentico dell’essere che stenta a trovare la giusta accoglienza.

L’unico antidoto alle inevitabili contrarietà, piccole o grandi che siano, sarebbe rintracciabile in un sentimento di rispetto e amore, che induca a riconoscere nell’altro l’appartenenza allo stesso genere e a condividere il dolore universale. Non ci libererebbe dalle pene, che logorano le energie e intaccano l’amore per la vita, però alleviando i tormenti potrebbe allontanarci dalla disperazione.

Caro Gesù Bambino

D’accordo, Bambino Gesù, non rabbuiarti! Me lo ricordo, hai tentato di insegnarcelo, ma non lo abbiamo messo in pratica.

La tua è stata la madre di tutte le rivoluzioni.

Ma poi di rivoluzioni gli uomini ne hanno messe in atto altre e non sempre per affermare la fratellanza, piuttosto per stabilire la supremazia gli uni sugli altri.

Ti sei fidato di una umanità imperfetta.

Se il tuo principio di fratellanza avesse avuto molti seguaci, gli artigiani della discordia sarebbero rimasti inoccupati.

E invece tante guerre si sono combattute usando il tuo nome. I princìpi fraterni delle religioni monoteiste sono stati violati e stravolti e hanno generato sentimenti di odio che nessun libro sacro propugna.

Ecco, Gesù Bambino, attraverso il silenzio, vorrei ascoltare le tue parole.

Ti prego, svelami il mistero della vita e del dolore.

Mi sembra di udire l’eco di frasi ripetute da chi in Te ha trovato una risposta certa.

Ti confesso che convivo con il dubbio. Il paradosso è che per ben tre volte, senza né vederti né sentirti, accanto a me ho percepito la tua presenza quando stavo precipitando in una voragine che mi ha ributtato fuori.

In quel baratro buio proprio non hai voluto che scivolassi.

Ti dovrei gratitudine e invece in certi momenti difficili mi è sembrata una punizione.

Le mie parole sono terribili, però sono sicura che guardandomi negli occhi, le capirai come solo tu puoi fare, e mi perdonerai.

Occorre coraggio a parlare di dolore, per pudore lo si controlla, lo si soffoca, lo si nasconde.

La tendenza diffusa è una ostentazione di forza, si vuole apparire a ogni costo sicuri di sé per sorprendere e per suscitare stima e approvazione.

Caro Gesù Bambino

Resilienza, una parola nuova di grande effetto, quasi una parola d’ordine di una partita che si gioca da soli in un contesto poco solidale o addirittura ostile.

L’essere resiliente una sorta di eroe dei nostri tempi.

Eppure se riflettessimo ad alta voce sulle radici del nostro male, forse si potrebbe arrivare a comprenderne le ragioni. Abbiamo timore di farlo, perché dovremmo mettere in discussione presunte verità, equilibri precari, conquiste caduche che rischiano di avviarci verso l’autodistruzione.

La resilienza dovrebbe essere una partita collettiva da giocare tutti insieme senza escludere nessuno.

La riappropriazione della solidarietà e la capacità di ascolto sarebbero degli strumenti capaci di rimuovere i macigni che il destino pone sul nostro percorso.

Il tuo silenzio, Bambino Gesù, mi immalinconisce, vorrei che tu mi parlassi per convincermi che la vita non è un peso da trascinare, giorno per giorno, come una pena da scontare.

Ora per me è imbarazzante concludere questa lettera. Vorrei cambiare tono per non rattristarti nel giorno del tuo compleanno, mi piacerebbe pronunciare parole di gioia e speranza. Ci sto riflettendo, ma stento a trovarle. Sono ostinata nelle mie fragili convinzioni.

Una certezza però la posseggo, il giorno della tua festa sorriderò a tutti come se fossi felice, perché il sorriso come il pianto è contagioso.

Come sempre non parlerò di me, sarebbe inopportuno.

Quello che sono io nel profondo dell’animo ho potuto svelarlo solo a te e resterà un segreto tra di noi.

Buon compleanno a te e a tutti i bimbi del mondo.

Elvira

 

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