Di buona famiglia – di Isabella Bossi Fedrigotti

Di buona famiglia – di Isabella Bossi Fedrigotti

buona famiglia

Di buona famiglia –

di Isabella Bossi Fedrigotti

recensione di Maria Grazia Casagrande

buona famiglia

Leggere, per me, ha sempre avuto dei risvolti curativi in quanto in ogni testo ho cercato nuovi strumenti di viaggio per affrontare le onde lunghe dell’esistenza.
Ma ci sono dei libri che si sono rivelati per me delle vere e proprie “ancore di salvezza”, le cui storie, immagini, personaggi e parole sono divenute vero balsamo lenitivo per la mia anima.

Uno di questi è il bel libro di Isabella Bossi Fedrigotti intitolato Di buona famiglia; un testo datato 1991 e con il quale l’autrice vince il Premio Campiello.

Di buona famiglia è uno di quei libri che ho letto più e più volte in quanto, giunta alla fine sentivo l’urgenza di riprenderne la lettura da capo per rileggere certi passaggi, gustare l’uso di alcuni vocaboli, verficare piccoli dettagli, perdermi in certe immagini ricche di atmosfera.

Il filo del racconto si snoda in una sorta di confessione rilasciata da due sorelle: Virginia, la maggiore, Clara, la minore; l’una irrequieta, volitiva e ribelle, l’altra pacata, remissiva ed ostinata custode del passato.

Ognuna ha il proprio personale spazio di confessione ed il libro è in pratica equamente suddiviso in due racconti ben distinti in cui le due sorelle ricordano il passato, ognuna con i propri occhi ed i propri ricordi.

La storia si svolge a cavallo delle due guerre nel territorio del Trentino-Alto Adige, un luogo in cui gli italiani, o quelli anche solo sospettati di esserlo, finivano al campo di prigionia.
Due sorelle di buona famiglia le cui esistenze corrono a tratti sullo stesso binario con lezioni di pianoforte e solidi principi religiosi, per poi dividersi bruscamente ed infine riunirsi, ormai anziane e sole, in quella che è sempre stata la casa di famiglia.

Costrette ad una crudele convivenza, ognuna segregata nella propria stanza, entrambe cercano la salvezza perdendosi in yossessivi rituali serali: Clara ripassando le foto di chi non c’è più, riprendendo una lettera non ancora terminata, o controllando i conti; Virginia immergendosi nella cura della propria esteriorità al fine di cancellare dal volto qualsiasi segno di cedimento dovuto all’emergere dei ricordi del passato; tutto pur di

“non lasciare andare i pensieri che con il buio salgono come la nebbia dai prati”.

Ma il passato comunque ritorna più potente che mai grazie a piccole distrazioni dovute all’età, quali uno sguardo lanciato da una finestra dalla quale ci si era proibito di affacciarsi, una foto nascosta che sfugge improvvisa da un album, il passare inavvertitamente in luoghi sbagliati e non saperne più controllare la corsa dei pensieri.

Ed ecco che le parole salgono in gola e si è costretti a ricordare, malgrado tutto a raccontare.

La prima a parlare è Clara, per la precisione la signorina Clara, e la sua confessione è resa tramite l’uso della seconda persona singolare; quasi un parlare di fronte ad uno specchio a cui rivolgere accuse, al quale mostrare tutta la propria fragilità di donna remissiva e poco appariscente, la cui vita si è svolta in un mondo in cui era proibito mostrare i sentimenti in quanto ritenuto sconveniente.
In cui si era allenati a “parlare di niente” e si dava per scontato l’imminente matrimonio se solo un uomo frequentava con un po’ di assiduità la casa di una ragazza.
Un mondo che crolla quando tutto ciò che si da per scontato invece non accade, lasciando l’amaro in bocca ed un astio profondo che è anticamera della solitudine.
Si è come ammaliati dalle parole di Clara che cerca di spiegare a sé stessa, prima ancora che a noi o alla sorella, la sua versione dei fatti.

E quando tutto ci sembra ormai chiaro e la verità ristabilita, ecco irrompere la voce irrequieta di Virginia che con tono caparbio ricomincia il racconto dal suo punto di vista.

“Avevo avuto quanto occorreva per andare tranquilla, sicura di me, invidiata dagli altri. Invece qualcosa è andato storto in qualche punto della mia vita…”

Sono queste le parole di Virginia che, ormai anziana, vedova e odiata da Clara, non si raccapezza né si consola di fronte a quell’esistenza vuota da esiliata in casa, ma anzi prova un forte sentimento d’invidia nei confronti di quelle persone la cui vita, prevedibile ed ordinata, un tempo le faceva orrore mentre adesso le pare quasi rassicurante.

Ascoltiamo il racconto di Virginia in uno stato di trance, sobbalzando sulle sedie ogniqualvolta gli avvenimenti che abbiamo conosciuto attraverso le parole di Clara vengono totalmente capovolti dalla versione di Virginia.
Terminiamo la lettura tutto d’un fiato e giunti all’ultima pagina restiamo increduli e totalmente spiazzati; costretti a riprendere il racconto da capo per rileggere ciò che ci era apparso così chiaro prima di aver letto la seconda parte del libro.

Perché la verità è che, in questo gioco d’incastri, non esiste un’unica verità: tutti sono colpevoli e nessuno è innocente.

Proviamo allora a rileggere ancora quelle pagine per riascoltare la voce delle due donne, e nell’intento di capirle spalleggiamo ora per l’una ora per l’altra.
Ma non è possibile giudicare o dire da che parte si trovi la ragione, perché ognuno di noi raccoglie solo certi squarci della propria esistenza, e dunque ricorda solo quelle sfumature e quei suoni selezionati con cura, che ovviamente non saranno mai gli stessi di coloro che ci hanno vissuto accanto.

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Sinossi

In un arco di tempo che spazia dalla prima guerra mondiale ai giorni nostri, il romanzo analizza il rapporto fra due sorelle, un rapporto perennemente sospeso tra odio e amore, tenerezza e violenza.

Remissiva e strenua custode delle tradizioni familiari la maggiore, irrequieta e spregiudicata la minore, le due protagoniste si confrontano in una disperata ricerca di amore e di comprensione, mai soddisfatta da un mondo (quello della piccola nobiltà trentina, sospesa tra Italia e Austria) che sta subendo una troppo rapida trasformazione.

Dalle due parti del romanzo si fronteggiano le due confessioni, due verità sulla stessa storia, entrambe giustificate e plausibili.

Il romanzo ha vinto il Premio Campiello nel 1991.

Titolo: Di buona famiglia
Autore: Isabella Bossi Fedrigotti
Edizione: Longanesi, 1991

 

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