La trascendenza della musica nel Settecento

Semplicemente, donne.

La trascendenza della musica nel Settecento

La trascendenza della musica nel Settecento

a cura di Gianna Ferro

musica settecento

“La scala musicale è la scala di Giacobbe che gli angeli hanno dimenticato sulla terra”.

Queste parole di Elie Wiesel, scrittore e giornalista statunitense di origini ebraico-ungheresi, sopravvissuto ad Auschwitz e Buchenwald, ci riportano a quel sogno remoto del patriarca ebreo Giacobbe-Israele narrato nel capitolo 28 della Genesi: gli angeli avevano steso una scala che univa cielo e terra permettendo così all’umanità un’ascensione verso l’eterno e l’infinito.

Si tratta di un’ascensione che è possibile non solo con la “scala del paradiso” della mistica, ma anche col settenario delle note e il pentagramma delle partiture musicali.

Hoffmann diceva:

“La musica dischiude all’uomo un regno sconosciuto; un mondo che non ha nulla in comune con il mondo sensibile esterno che lo circonda e in cui egli si lascia alle spalle tutti i sentimenti definiti da concetti per affidarsi all’indicibile.”

Tutto può essere comunicato con le parole, ma si perde la fragranza; in effetti il “linguaggio musicale” tradotto in parole disperde qualcosa di sé.

Ecco quindi che la musica è la strada maestra per il viaggio nelle emozioni, negli affetti e nell’immaginazione.

La musica ha il potere di valorizzare anche gli aspetti più semplici e minuscoli della vita, di evidenziare i moti emotivi e affettivi più intimi, di rendere più familiare e umano il mondo esterno, così che niente vada disperso e tutto sia asservito all’essere umano.

La musica è trascendimento, seppur momentaneo e incompleto, della finitezza umana.

La vita dell’uomo è sempre stata accompagnata dalla musica nel corso della storia, è un qualcosa che fa parte di noi, è uno strumento comunicativo ancora più efficace di quanto non sia il linguaggio stesso, la nostra vita è musica.

C’è un ritorno alla ricerca delle vere emozioni, scatenate da autentiche atmosfere inaspettate e coinvolgenti, come l’immenso patrimonio artistico della musica classica ha sempre saputo donarci.

La parola “classica” accanto a “musica” inizia ad essere utilizzata nell’Ottocento: nell’epoca delle grandi classificazioni, in cui tutto il sapere umano doveva essere “inquadrato”, nasce questa definizione, utile appunto a determinare il periodo che all’epoca era visto come quello della perfezione formale nell’ambito musicale.

La musica “esatta”, la musica “colta”: la sua storia è lunga, anzi lunghissima, ricca di nomi, innovazioni, creazioni ed opere ed è stata oggetto di
innumerevoli manuali e trattati.

Il Settecento è definito “il secolo della musica classica”.

Le forme strumentali del secolo precedente “Sonata” e “Sinfonia” assumono caratteristiche stabili: chiarezza ed oggettivismo sono i caratteri esenziali della musica “classica”, specialmente in quella strumentale, che diviene in molte parti d’Europa preponderante, ed è più importante di quella vocale- drammatica.

Con “forma-sonata” si indica il tipo di struttura su cui si basano alcuni compositori per scrivere le loro opere; è formata da due “temi” ed è suddivisa in tre parti: l’esposizione dei temi, lo sviluppo in cui si rielaborano i due temi e la ripresa in cui si ritorna ai temi iniziali.

Da non confondere la forma-sonata con la Sonata.

La Sonata è un’intera composizione per strumento solista, in quattro tempi, mentre la forma-sonata ne rappresenta solo un tempo.

Ascolto consigliato:

Domenico Scarlatti – Sonata K141 – pianista Martha Argerich

https://www.youtube.com/watch?v=JVL0yOOefyQ

Per Sinfonia, termine che risale alla Grecia antica e significa “ suonare insieme”, si intende un brano orchestrale spesso precedente l’Opera , quella che i francesi chiamarono “Ouverture”.

A partire dalla metà del Settecento la Sinfonia divenne una composizione autonoma, eseguita in concerto, e con Haydn, Mozart e Beethoven acquisì la classica struttura in quattro parti, chiamate “movimenti”.

Beethoven diede alla sinfonia un’ampiezza insolita, che crebbe ulteriormente con i musicisti ottocenteschi.
La musica strumentale acquista un’importanza crescente, grazie anche ai progressi realizzati nella costruzione degli strumenti e alla definizione del loro ruolo nell’orchestra.
Si definisce così gradualmente l’orchestra moderna, che è un complesso organizzato di strumenti ciascuno dei quali ha funzioni e responsabilità ben definite e svolge perciò un ruolo particolare.

Nascono così le forme del Concerto grosso e del Concerto solistico.

In Italia, nel Settecento, accanto alla lirica vi è la fioritura della musica violinistica e strumentale.

Moltissimi furono i compositori che si dedicarono a questo genere, con risultati significativi.

Si ricorda fra tutti Giuseppe Tartini (1692-1770), spadaccino, avventuriero e grande violinista, che diede un importante contributo allo sviluppo dello strumento con il “terzo suono di Tartini” o suono risultante un particolare fenomeno acustico.
Il veneziano Antonio Vivaldi (1675-1757), detto anche “il prete rosso” per il suo stato sacerdotale e per il colore dei capelli, portò forse alle vette più alte il Concerto grosso, immettendovi un’esuberante fantasia e un gusto tutto veneziano per il colore.

Vivaldi è autore di molti concerti, riuniti in raccolte, come L’Estro armonico, La stravaganza, Il cimento dell’armonia e dell’invenzione.
Le quattro stagioni, probabilmente i pezzi più famosi di Vivaldi, sono quattro concerti solisti per violino e archi, ciascuno ispirati ad una stagione dell’anno.

Tutti sono accompagnati da sonetti che descrivono gli aspetti e i fenomeni naturali tipici di ogni stagione.

Lo strumento solista, il violino, dialoga con il resto dell’orchestra (violini, viole, violoncelli, contrabbasso e clavicembalo) in una continua alternanza.

Ascolto consigliato:

Le quattro stagioni di Antonio Vivaldi

https://www.youtube.com/watch?v=YnDLlajMxyo

 

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