“Zac! Diamoci un taglio” di Cristina Casillo

Semplicemente, donne.

“Zac! Diamoci un taglio” di Cristina Casillo

Non sono più una ragazzina, ma ho un bel ricordo di quando lo ero. Mia madre andava dalla
parrucchiera. Ora vanno tutti dal parrucchiere anche se il salone è gestito in prevalenza da donne.
Perché? Suona più chic? Cambiano i modi di dire senza un apparente motivo e ci ritroviamo a un
apericena a parlare di parrucchieri mentre l’aperitivo si è perso in un groviglio di capelli, tagliato
con un semplice zac!

Lasciamo perdere queste inutili elucubrazioni e andiamo un pochino indietro.

Nel Paleolitico il taglio dei capelli era affidato esclusivamente alle alte autorità della tribù e
assumeva un significato molto simile alla rimozione della negatività per dare spazio a energie
positive. Tutto ciò spiegherebbe il motivo per cui quando viviamo un periodo particolarmente
sfortunato, a livello sentimentale, pensiamo di affidarci al parrucchiere che con grande gusto ha il
nostro consenso per sbizzarrirsi in tagli che superano i 10 centimetri.

Lo sosteneva anche la famosissima Coco Chanel : “Una donna che si taglia i capelli, è una donna
che sta per cambiare vita”. L’acconciatore chiede: “Tagliamo? Bene, hai cambiato fidanzato?”
I parrucchieri hanno un comune denominatore: sono tutti “tagliatori”, tagliano e basta!

Le clienti invece sono di vario genere.

C’è quella della spuntatina. Entra nel salone di bellezza, armata di righello e comincia il duello
all’ultimo centimetro. Deve prestare particolare attenzione: le unità di misura usate dal
parrucchiere non corrispondono a quelle reali, solitamente vengono triplicate.

C’è quella che si ispira ai personaggi famosi e alla domanda: “Come li facciamo?”. Mostra foto di
donne stupende e risponde: “Voglio il carrè di Cameron Diaz, quella del film L’amore non va in
vacanza”.

Il parrucchiere capisce benissimo e non perde occasione per fare ironia: “E gli occhi azzurri?”

Taglia, prepara pappette per ottenere un biondo identico a quello della star.

A lavoro finito, ci si accorge di ciò che manca e di ciò che abbonda. Mancano gli occhi azzurri. Le
orecchie a sventola, spuntano dal carrè e il ciuffo fa da cornice al doppio mento.

Un disastro. I casi sono due: o ci si rende conto che è meglio trovare il taglio o l’acconciatura
adatta , oppure si ritiene responsabile il parrucchiere. Non è all’altezza. La somiglianza alla Diaz è
talmente improbabile da non raggiungere neppure la più lontana delle sue cugine.

Poi ci sono quelle come me. Non vorrei mai andare nei saloni di bellezza. Odio le messe in pieghe e
i capelli laccati. A lavoro finito esco, fingendomi soddisfatta ma appena chiusa la porta, comincia il
divertimento: piego la testa in avanti, scompiglio i capelli, rialzo il capo e metto le ciocche tra le
orecchie.

Il portafogli si ribella e io sorrido pensando: “Anche questa volta è andata. Meglio di prima sarò”.

 

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