La partita a scacchi – di Maria Luisa Seconnino

La partita a scacchi – di Maria Luisa Seconnino

La partita a scacchi – di Maria Luisa Seconnino

Eduard si affacciò alla finestra ad ammirare le strade di Notting Hill al tramonto: tra poco sarebbe arrivato Paul per riprendere a giocare la loro partita a scacchi settimanale, dopo una pausa di qualche mese in cui lui era stato assente da Londra per motivi lavorativi.

Chiuse bene le pesanti tende e si voltò a guardare lo studio, tutto era perfetto per ricevere il suo vecchio amico.

Su un tavolino di forma circolare, vicino al camino acceso, erano già pronti i bicchieri per un drink; al lato opposto della stanza invece c’era un altro tavolo, questa volta di forma quadrata e di altezza inferiore, su cui si ergeva una scacchiera con sopra i pezzi, bianchi e neri, bene allineati come file di soldati pronti alla battaglia; infine ai lati del tavolo, una di fronte l’altra, c’erano due poltroncine in velluto rosso.
L’orologio a muro suonò le cinque del pomeriggio e quasi contemporaneamente squillo anche il campanello dell’ingresso: la puntualità di Paul non si smentiva nemmeno questa volta.
Eduard andò ad aprire al suo amico.

«Ben arrivato» gli disse sorridendo.
«Ben tornato!» gli rispose di rimando Paul, allargando le braccia per accogliere Eduard, che ricambiò con leggero distacco il gesto d’affetto del vecchio amico.
«Mi sei mancato Eddy!» gli disse Paul.

Erano tre mesi che non si vedevano, da quando Eduard era andato in Medio Oriente dove si occupava delle relazioni estere per conto della multinazionale per cui lavorava.

«Anche tu mi sei mancato amico mio. Molto» gli rispose Eduard, con il suo solito modo flemmatico che poco lasciava trasparire le emozioni. «Brindiamo al mio ritorno ed alla ripresa delle nostre partite a scacchi» gli disse, avvicinandosi al tavolino dei liquori.
«Ma bene, vuoi rendermi brillo prima dell’inizio della partita in modo da poter avere qualche possibilità in più di vittoria, ma non ti servirà a nulla, in questi mesi di tua assenza mi sono allenato e sono diventato imbattibile!» disse scherzosamente Paul, mentre Eduard versava dello scotch in un bicchiere e gli indicava di servirsi.

Paul sorrise e prendendo il bicchiere disse : «Facciamo un brindisi. All’amicizia ed alle nostre partite a scacchi»
I due uomini bevvero contemporaneamente qualche sorso di liquore.

«Bene, adesso è ora di cominciare, andiamo alla scacchiera» Concluse Eduard, mettendo da parte il suo bicchiere ed invitando Paul, con un gesto, a fare lo stesso.
Si diressero verso il tavolino al lato opposto della stanza e prima di sedersi Paul disse: «Come ben tornato voglio che sia tu a scegliere con che colore vuoi giocare.»
«Ti ringrazio, scelgo i bianchi» rispose Eduard, e si sedette alla poltrona disposta da quel lato della scacchiera.

Avendo scelto i bianchi ad Eduard toccò la prima mossa. Pedone in E-5 .
Paul rispose con pedone nero in E-4.

Come al solito le mosse iniziali erano abbastanza standard e servivano a misurare l’avversario.

In questa fase non c’era bisogno di moltissima concentrazione, così Eduard, spostando il cavallo in F-3, ne approfittò per fare qualche domanda a Paul: «Allora, cosa hai fatto di bello in questi tre mesi di mia assenza? Mi ha detto Emily che qualche volta sei stato a cena a casa nostra»

Paul trasalì, non si aspettava questa affermazione e, con mano leggermente meno ferma, spostò il pedone nero in D-6.

«Si, infatti, Emily è stata molto gentile, non voleva farmi sentire solo in tua assenza e così ha voluto trasformare in nostri incontri settimanali a scacchi in cene a casa vostra. Non è stata un’idea premurosa quella che ha avuto?»

«Ma certo che lo è stata, anzi se non fosse venuta in mente a lei, glielo avrei suggerito io» rispose sorridendo Eduard, portando il pedone bianco in D-4.
«Mi hanno detto che vi hanno anche visto al teatro un paio di volte, o mi sbaglio?» continuò Eduard, spostando lo sguardo dalla scacchiera al volto dell’amico, per coglierne ogni piccola sfumatura emozionale.
Paul continuò a fissare gli scacchi e facendo un profondo respiro portò il suo alfiere in G-4 «Sì, è capitato un paio di volte. Sai, non essendoci tu, mi ha ceduto il tuo biglietto dell’abbonamento; anche questo è stato un pensiero molto gentile, non trovi?»
«Si, mia moglie è una donna estremamente generosa.» rispose Eduard, tornando a fissare la scacchiera mentre spostava il pedone da D-4 a E-5 mangiando così il primo pezzo nero della partita.
Paul si sistemò meglio sulla sedia, il gioco stava incalzando e lui doveva ritrovare la concentrazione persa: ecco avrebbe spostato il suo alfiere in F-3 per catturare il cavallo bianco.
Fatta la sua mossa, cercò di riportare anche la conversazione a suo favore: « Parlami invece di te, come ti è sembrato il Medio Oriente, sei riuscito a prenderti qualche giorno di vacanza come turista?»
« Ah, è un paese stupendo, con delle moschee degne dei più suggestivi racconti di fiabe. Ovviamente ho potuto prendere solo qualche giorno di relax, ma voglio ritornarci presto con Emily, magari potresti venire anche tu con noi» rispose Eduard, andando all’attacco spostando la regina in F-3 e mangiando l’alfiere nero.

Le mosse si susseguirono rapidamente come in una schermaglia amorosa: pedone nero in E-4 , alfiere in C- 4 ricercando il matto in F7, cavallo nero in F-6 e la regina bianca di nuovo all’attacco in B-3.
La tensione era palpabile nell’aria e quelle mosse non rappresentavano solo una sfida a scacchi, ma erano di una precisione tagliente come lame di parole taciute.

Eduard non aveva detto a nessuno che aveva trovato il gemello da polsino con le iniziali di Paul, sotto il letto nella sua camera matrimoniale.
Regina nera in D-7, cavallo bianco in C-3.
Paul non aveva mai detto al suo amico che era sempre stato innamorato di Emily, si dai tempi del college.
Pedone nero in C-6, alfiere bianco in G-5.I segreti in quella amicizia stavano riempiendo la stanza di assordanti silenzi, mentre la danza degli scacchi continuava veloce.
Eduard non aveva detto che in quei mesi all’estero aveva sospettato del loro tradimento ed aveva pensato su come agire al suo rientro, se i suoi sospetti si fossero rivelati reali.
Pedone nero in B-5, cavallo bianco mangia il pedone.
Paul non gli aveva detto che con Emily avevano deciso di parlargli e di confessare tutto: avrebbero risolto la questione civilmente, troppi anni di amicizia li legavano per poter buttare tutto al vento, si sarebbero chiariti.
Pedone nero in B-5 , scacco all’ alfiere bianco che subito lo mangia.

Paul era in svantaggio nel gioco e nella vita.
Eduard lo guardava silenziosamente come un felino che attende il momento giusto per saltare alla gola della sua preda.
La partita continuava in silenzio, dita pallide e veloci si alternavano sostavano i pezzi, lasciando qualche ferito sul campo a scacchi.

Paul non riusciva a capire cosa Eduard sapesse, ma di certo l’atteggiamento dell’amico lo stava mettendo a disagio, o forse era lui stesso che si sentiva così in difetto, dopo quello che aveva fatto.
Eduard continuava a guardarlo fisso e decise che era giunto il momento di sferrare gli ultimi colpi che lo avrebbero condotto alla vittoria: regina bianca in B-8.
Paul fu costretto a muovere il cavallo nero in difesa ed a mangiare la regina bianca. Eduard fece l’ultima mossa, torre bianca in D-8: «Scacco matto.»

Paul guardò in silenzio la scacchiera ripercorrendo mentalmente le ultime mosse fatte e cercando di capire come il tutto fosse accaduto.
Poi tirò un sospiro di sollievo, la maledetta partita era finalmente finita ed anche quel loro incontro.
Da domani tutto sarebbe stato più semplice e più chiaro tra di loro, Emily e lui avrebbero incontrato Eduard per confessargli tutto e con il tempo, le cose tra di loro sarebbero andate meglio, di questo ne era certo.
«Come al solito mi hai battuto un’altra volta, amico mio. Spero che mi ridarai la rivincita la settimana prossima» disse Paul, mentre si alzava tendendogli la mano per congratularsi della vittoria.
«Ovviamente, amico mio, da oggi si riprendono le normali abitudini ed i nostri incontri settimanali» rispose Eduard, sorridendo e ricambiando energicamente la stretta di mano dell’amico.
Entrambi gli uomini si diressero all’ingresso, Paul si voltò un’ultima volta prima di varcare l’uscio, per assicurarsi che il suo amico Eduard fosse sereno e che tra di loro non ci fossero tensioni sospese.
Eduard lo salutò con un sorriso ed una cordiale pacca sulla spalla, quindi chiuse la porta dietro di lui.

Si diresse alla finestra, scostò le tende e vide l’amico salire su un taxi che lo avrebbe riportato a casa ed ebbe la certezza che quella sarebbe stata l’ultima volta che l’avrebbe visto vivo.

Si avvicinò al tavolino dove erano poggiati i bicchieri usati ed aprì un cassetto.

Estrasse dei guanti e li indossò.

Sempre dal cassetto, prese un contenitore in vetro e versò in esso il liquido del bicchiere da cui aveva bevuto Paul, chiudendolo ermeticamente. Quindi, prese un sacchetto di plastica e con molta attenzione vi depositò il contenitore con il liquido ed il bicchiere vuoto, sigillò il tutto meticolosamente e, sfilandosi i guanti, li buttò nel cestino della spazzatura.

Il sacchetto in plastica lo avrebbe gettato stanotte nel Tamigi.
Non voleva che qualcuno trovasse le tracce di Ricina in esso contenute.

«Scacco matto» ripeté, sorridendo tra sé.

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