Madre Courage e i suoi figli – di Bertolt Brecht

Semplicemente, donne.

Madre Courage e i suoi figli – di Bertolt Brecht

Madre Courage e i suoi figli – di Bertolt Brecht

recensione di Giusi Ragucci

madre courage brecht

Recentemente portato in scena con la regia e drammaturgia musicale di Paolo Coletta, nelle più importanti città d’Italia tra cui Cagliari, Napoli, Bari ed altre, il dramma Madre Courage e i suoi figli di Bertolt Brecht appare quanto mai attuale.

Di spalle, con accanto tutti i personaggi della storia, la Madre Courage (M. Paiato) accoglie e congeda il pubblico, avvolta in una pelliccia vermiglia (costumi di T. Acone) come il sangue versato in guerra.
Dietro di lei, la scenografia costituita da una superficie liscia con un buco al centro, forse il foro di una pallottola (scene di L. Ferrigno), il buco da cui penetra la luce della luna, la finestra di un mondo fuori, una via di fuga.

A volte diventa tale foro, inoltre, lo specchio su cui si riflettono i movimenti dei personaggi, amplificati a simboli di un’umanità che lotta e viene sopraffatta, nel tentativo di sopravvivere alla crudeltà della vita.

La guerra, richiamata ma mai esibita, unico evento nella vita dell’uomo che mette ordine sui due fronti della trincea, di contro alla pace in cui regna il disordine e il caos, è l’amara fonte di sostentamento della protagonista, come un sottile leit- motiv che corrode gli animi dei personaggi fino alla loro completa distruzione.

“Chi fa la guerra, guerra lo campa / ma le ci vuole polvere e piombo. /

Di piombo solo non riesce a vivere, / neanche di polvere, le ci vuol gente!“ (Atto I)

La modernità di Brecht è proprio questa, il suo non è solo un messaggio di pace, ma la rivelazione del connubio tra guerra e capitale, in un’ottica marxista volta a svelare l’identità dei nuovi schiavi (della guerra e del denaro).

Madre Courage è pronta, alla fine dello spettacolo, a ricominciare tutto da capo sacrificando gli affetti sull’altare insanguinato del profitto, oltre alla propria identità di madre, di donna e di essere umano!
La storia è ambientata in Polonia, Germania e Italia, dove durante la Guerra dei Trent’anni si scontrarono eserciti protestanti e cattolici, dal 1618 al 1648: la guerra di religione nella quale il conflitto nel Sacro Romano Impero fornì il pretesto per una lotta fra potenze europee, segnando la fine dell’egemonia asburgica sul suolo tedesco e la sconfitta della Controriforma.
Ispirata alla biografia della truffatrice e vagabonda “Courasche di Grimmelshausen” (1670), è la storia di Anna Fierling, un’intraprendente vivandiera al seguito dei soldati, che non ha documenti perché il suo nome è assorbito dalla sua primaria caratteristica: il “courage” di proteggere, ahimé invano, i suoi tre figli avuti con uomini diversi, durante una vita impegnata a girovagare con il suo carro merci tra i morti di una guerra, mai mostrati in scena eppure, in qualche modo, evocati di continuo.
I figli sono: il francese Eilif, sfrontato e violento, che si arruola nonostante i consigli e le esortazioni della madre a restarne fuori, poi caduto sul campo; l’onesto e non troppo brillante Schweizerkas, di padre ungherese, ucciso per tradimento e non più riconosciuto dalla madre, una volta giustiziato; l’adolescente sordomuta Kattrin, di padre tedesco, un peso per la madre, poiché ancora senza marito.
Quest’ultima è il personaggio meno tragico, proprio perché è muta e non può dire la verità, ma sogna di possedere un cappellino e le scarpette rosse, che otterrà alla fine prima di soccombere alla logica crudele della sopravvivenza.

Madre Courage, per antonomasia la donna che difende i suoi piccoli contro il potere dei forti, mostra al mondo la propria faccia distopica: carnefice con i più deboli, su cui tende a stendere il suo sguardo utilitaristico di donna scaltra e smaliziata, capace di trovare profitto con il conflitto; vittima al contempo della logica del conflitto, che le strappa via i figli e la condanna alla solitudine di chi si è adattato alle storture della società!

Lei è sensibile solo alla legge di mercato, guerra uguale guadagno, e non si piega neppure davanti alla salma del figlio trucidato, né al pensiero che la pace possa render più facile procacciare un matrimonio per la povera Kattrin.
Chi è degno, infine, di portare il nome del coraggio: la madre, oppure i poveri, che si alzano la mattina, vanno a lavorare e a combattere?

Sono forse i ricchi che vincono la guerra?

Essi sono i forti, quelli che dominano il mondo…

Non possiamo non pensare che lo scrittore di Augusta alludesse e fosse impressionato dalle visioni del futuro conflitto mondiale, quando scrisse l’opera durante l’esilio nel 1938.

Egli non voleva che il pubblico solidarizzasse con i personaggi che doveva invece guardare distaccato, con gli occhi della ragione.

Questa era la base del teatro epico: gli eventi erano presentati come esemplari, ricostruiti in scene giustapposte e separati da canzoni inserite proprio allo scopo di evitare qualsiasi tensione emotiva.

Con lo straniamento si mirava a coinvolgere la ragione, la critica e la razionalità, piuttosto che l’emotività del pubblico.
Anche la “ring composition” rientra nella volontà espressionistica di eliminare qualsiasi immedesimazione permettendo, così, alla ragione di fruire del prodotto artistico anche e soprattutto come prodotto storico.

L’opera teatrale è alla sua sesta edizione italiana (la prima nel 1952 e poi negli anni 1991, 2003, 2005 e 2008).

Alla luce degli imperialismi di ieri e di oggi, sotto la minaccia di conflitti per risolvere crisi economiche e di consensi, l’intreccio di Madre Courage appare come visione e monito: dedicata

“a coloro che verranno…
voi che sarete emersi dai gorghi / dove fummo travolti / pensate /

quando parlate delle nostre debolezze / anche ai tempi bui / a cui voi siete scampati”

(da Svendborger Gedichte, 1939).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.