“Sharon e mia suocera” – di Suad Amiry

“Sharon e mia suocera” – di Suad Amiry

Suad Amiry

“Sharon e mia suocera – Diari di guerra da Ramallah” di Suad Amiry

Recensione di Elvira Rossi

Suad Amiry

“Sharon e mia suocera – Diari di guerra da Ramallah” di Suad Amiry.

Suad Amiry è una brillante scrittrice palestinese che ha un rapporto privilegiato con il nostro Paese, verso il quale in diverse occasioni ha pronunciato parole di riconoscenza per l’attenzione rivolta ai suoi romanzi.

Nata a Damasco da genitori palestinesi, dal 1981 vive a Ramallah e concilia la sua professione di architetta con la passione della scrittura.

Inconfondibile il suo stile di scrittura connotato da una vena ironica che andando oltre la forma estetica manifesta l’atteggiamento mentale di chi si esercita a sopravvivere, vivere, sognare.

Suad Amiry alle situazioni contingenti si adatta senza ritenerle immutabili e dal rifiuto della resa definitiva deriva la forza per non cedere e per lottare.

Conservazione della memoria, osservazione del presente, sguardo proiettato a un futuro, che include la realizzazione di un sogno, sono temi che si intrecciano in una narrazione che assume il carattere della resistenza.

Suad Amiry, senza perdere di vista la battaglia dell’emancipazione femminile, come tante scrittrici palestinesi è impegnata ad abbattere la cortina dell’ignoranza e dei pregiudizi di cui è vittima il suo Popolo, per spezzare l’isolamento culturale a cui lo si vorrebbe condannare.

“Sharon e mia suocera” un titolo originale che accosta un nome, che nei Palestinesi evoca immagini di una guerra tremenda, alla suocera, una grintosa signora di oltre novant’anni che neanche le bombe riescono a distogliere dalle sue abitudini.

Tra i carri armati di Sharon e le stravaganze della suocera appare difficile stabilire quale sia l’elemento di maggiore turbativa, tuttavia è chiaro che tra le responsabilità da ascrivere a Sharon si debba collocare anche l’aver spinto Suad Amiry ad accogliere la suocera nella propria casa.

“Sharon e mia suocera” nasce dalle pagine di un diario personale che non era destinato alla pubblicazione, essendo stato scritto solo per tenere a freno l’ansia suscitata dagli eventi bellici, accaduti dopo la seconda Intifada, tra novembre 2001 e settembre 2002.

Suad Amiry si limita a descrivere gli effetti devastanti di un accordo mancato, la cui responsabilità era stata attribuita ai Palestinesi che avevano ritenuto inaccettabile la proposta di un Territorio diviso in quattro zone, senza che peraltro fosse prevista una soluzione per i rifugiati:

 “Sharon, stai risvegliando i nostri peggiori incubi.”

Nel diario prevale la narrazione delle operazioni militari, incursioni improvvise e violente che stravolgono la difficile normalità di chi già subisce il dramma dell’occupazione.

Le aggressioni colpiscono duramente la città di Ramallah, mezzi blindati invadono le strade distruggendo case ed edifici pubblici per cancellarne la storia:

“La polvere era tale che riuscivo a malapena a distinguere le macchine che cercavano di

aprirsi un varco tra fossi e macerie.

Raggiungere la suocera in un quartiere racchiuso all’interno di una zona militare diventa una impresa ardua che impone più di un tentativo.

“Quelle poche centinaia di metri mi sembrano centinaia di chilometri.”

La suocera una volta che è stata raggiunta si preoccupa degli oggetti da portare via, teme che non potrà più ritornare in quella casa e che si ripeta l’esperienza già vissuta nel 1948, quando aveva dovuto lasciare Jaffa.

Nel diario si profilano due scenari di guerra, che esigono una doppia resistenza, una diretta a contrastare le armi israeliane e l’altra tesa ad arginare le pretese assillanti della suocera.

A casa di Suad Amiry la suocera con insistenza si rammarica di non aver preso con sé un vaso di fiori:

“Che peccato che non abbiamo portato con noi il vaso di begonie che mi hai regalato la domenica di Pasqua.”

L’insensatezza di queste parole pronunciate in un contesto tragico si carica di un significato più profondo e simboleggia la durezza del distacco dalla propria casa.

Suad Amiry non aveva mai condiviso le ragioni dei genitori che nel 1948 avevano abbandonato la loro casa di Jaffa, giudicando questa fuga una sorta di tradimento verso la propria Terra.

Ma quando sarà lei a fare i conti con i bombardamenti, in seguito ai quali sarà costretta ad allontanarsi da Ramallah, solo allora comprenderà l’atrocità di scelte imposte dall’istinto di conservazione.

La scrittrice, quando si concentra sulle bizzarrie della suocera, introduce delle note di leggerezza che per poco interrompono uno scenario di distruzione e lutti.

Brevi istanti inducono al sorriso senza riuscire a distogliere l’attenzione del lettore dalla brutalità di una guerra della quale le donne e i bambini sono le prime vittime.

Con coraggio Suad Amiry si aggrappa alla vita, al mattino si prepara il solito cappuccino fingendo di non avvertire la presenza dei soldati israeliani dinanzi la finestra e per evadere dalla suocera e dai pensieri di guerra non manca di immergersi nello studio della lingua italiana.

Quando apprende che Nablus è stata duramente colpita da bombardamenti, che hanno ucciso persone e distrutto edifici storici, decide di recarvisi e intraprende un viaggio che non porterà a termine.

Lo strazio che prevede di incontrare la spinge a desistere dal suo proposito.

L’ interruzione del viaggio per Nablus evoca in lei il ricordo di quando anni addietro si era recata a Jaffa per conoscere la casa paterna, dove sentiva vivere le proprie radici, ma dopo essere giunta in questa città il dolore le aveva impedito di portare avanti la sua ricerca:

 “Nablus e Jaffa gli incontri insostenibili.”

In entrambi i casi non si era sentita emotivamente pronta ad affrontare due città amate, deturpate dalla guerra, preferendo serbare dentro di sé la loro immagine incontaminata:

“In realtà non ho nessuna voglia di trovare la nostra casa di Jaffa. A che scopo? Devo ammettere che ho molta paura… non credo di essere emotivamente pronta a un incontro del genere.”

Tra la cronaca di una guerra, nel diario di Suad Amiry affiorano ricordi e riflessioni personali:

“D’un tratto mi sono ritrovata a pensare che la mia dimestichezza con la Palestina nasceva dai ricordi dei miei genitori e da qualche sporadica memoria d’infanzia.”

I racconti che i genitori le avevano trasmesso erano stati determinanti a definire la sua identità di palestinese, tanto che ventidue anni addietro aveva lasciato la famiglia ad Amman, per stabilirsi a Ramallah.

Nel mondo interiore della scrittrice non c’è posto per l’indifferenza, il suo animo accoglie la paura e il coraggio, l’inquietudine e la calma.

Nel diario, che per sua natura non può essere asettico, Suad Amiry non nasconde l’indignazione suscitata da continui controlli e dal rendere ovunque giustificazioni della propria presenza, pur vivendo su un territorio che reputa essere la propria patria.

A chiudere il diario della scrittrice è la descrizione di una suggestiva manifestazione che vede le donne protagoniste. Pagine intense che parlano di un dolore senza fine e di un desiderio di pace. A mezzanotte le donne, stanche di un coprifuoco che si prolunga, quasi come se si fossero date un appuntamento iniziano a uscire dalle proprie case e a dilagare nelle strade percuotendo pentole con ogni sorta di oggetto.

Un bimbo di tre anni con un bastone colpisce il barattolo vuoto di latte.

Sharon è troppo lontano per cogliere quel fracasso che la scrittrice definisce “una fantastica terapia di gruppo.
“Sharon e mia suocera”, il diario di guerra di Suad Amiry, nel lettore, suscita amarezza per tanta sofferenza e lascia aperto un interrogativo: “Perché  la giustizia stenta ad affermarsi e la pace non riesce a zittire il fragore delle armi?”

 

 

Titolo: Sharon e mia suocera – Diari di guerra da Ramallah
Autore: Suad Amiry
Casa editrice: Feltrinelli

SINOSSI

Riuscite a immaginare qualcosa di più feroce e devastante dell’occupazione militare del vostro paese e di un severo coprifuoco imposto per mesi alla vostra città? Sembrerebbe d’obbligo una risposta negativa e invece Suad Amiry, palestinese di Ramallah e architetta, grazie a una mossa letteraria totalmente fuori schema, riesce a spiazzarci con un esilarante diario pubblico-privato che registra le cose… dal basso e in interni. In un pugno di pagine scoppiettanti di humour e di vetriolica lucidità politica e sentimentale, i colpi bassi di Sharon e del suo governo finiscono così per fare tutt’uno con le idiosincrasie di una suocera petulante, con la quale l’autrice si trova a trascorrere in un involontario tête à tête il tempo dell’assedio. Sconveniente e sofisticata quanto basta per increspare le acque della correttezza politica e per evitare il tormentone retorico che vorrebbe vittime e oppressori sempre assegnati a campi rigorosamente separati, con Sharon e mia suocera Suad Amiry dà alla letteratura quello che il regista araboisraeliano Elia Suleiman ha dato al cinema con il recente Intervento divino: un quadro lieve, surreale e ad altissima definizione dei guasti di una vita offesa.

 

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