Eppure siamo sorelle – di Laura Saija

Semplicemente, donne.

Eppure siamo sorelle – di Laura Saija

Eppure siamo sorelle – di Laura Saija

“Tutto al suo posto, nonna. Piatti, bicchieri da vino e da acqua, tovaglioli, ho messo tutto”.

Come ogni prima domenica del mese, ci ritroviamo anche oggi a pranzo da nonna.

Io, papà, mamma, zia Anna – la sorella di nonna -, Davide, suo figlio, con al seguito la fidanzata Serena e la cagnetta Tiffany.

E “Anna piccola”, la nipotina, sbolognata come sempre dal padre, divorziato che, senza smentirsi, declina l’invito all’ultimo minuto per assistere a qualche comizio politico del poco noto partito al quale appartiene. E volentieri si sbarazza della figlia per una giornata.

Mentre affetto il pane ancora caldo arriva l’ultima, Francesca.

È sempre in ritardo da quando è nata.

Eppure siamo sorelle.
Francesca è il mio esatto opposto.

Le piacciono i ragazzi più grandi, mentre a me piacciono quelli della mia età.

Le piacciono le scarpe sportive, mentre io sono eccitata all’idea di indossare finalmente i miei primi tacchi.

Ascolta musica rock e io prendo lezioni di piano.

Tra il tintinnio delle forchette sui piatti di ceramica, la radio che gracchia di sottofondo e i soliti discorsi sulla politica tra papà e zia Anna, a cui io, da brava quindicenne, non mi interesso.

“Passami il parmigiano, per favore” chiede nonna.

I suoi maccheroni freschi sono straordinari. Così come il sugo che, corposo, si insidia tra le fibre della pasta.

“Ho una cosa da dirvi” esplode Francesca all’improvviso, alzando il tono della voce per guadagnarsi l’attenzione dei commensali.

Papà si zittisce. Mamma allunga la mano verso la credenza su cui nonna appoggia da sempre il suo ventaglio. Fa caldo, ma non tanto da giustificare il ventaglio.

I pollini si sono posati sul balcone della stanza da pranzo creando dei disegni astratti.

Io e Francesca siamo in quell’età in cui alcune ragazze giocano ancora con le bambole e altre restano incinte a seguito dei primi amori ignoranti. Conoscendo mia sorella mi assale un brutto presentimento.

Soprattutto alla luce del fatto che il mese scorso, al pranzo di nonna, arrivò con un ragazzo molto piu’ grande di lei. E che ha una moto ancora più grande.

Temperatura da Marrakesh.

Il timer del forno squilla senza che nonna si preoccupi di controllare l’impanatura delle cotolette.
Papà solitamente potrebbe intrattenere Roma dalla finestra del Vaticano con le sue chiacchiere, ma quando si tratta di parlare di problematiche adolescenziali, si zittisce lasciando l’ingrato compito alla mamma.

“Francesca, non farci preoccupare, cos’altro è successo stavolta?”

Avrò sentito questa frase almeno cento volte da quando lei è adolescente.

Nipote in arrivo, pulcioso cucciolo di cane trovatello che aspetta fuori dalla porta, pagella piena di tre e rischio di bocciatura… cosa posso aspettarmi ancora da questo essere cosi’ sorprendentemente insolito?

Eppure siamo sorelle.

“Mamma, ho visto Sara fumare gli spinelli”, esclama Francesca.

Terremoto, un terremoto vero comincia, non è solo la mia impressione.

La finestra trema davvero, il lampadario antico di cristallo ondeggia, Tiffany comincia ad abbaiare e la piccola Anna a piangere.

“Un terremoto, nonna! Tutti sotto al tavolo!” urlo presa dal panico, cercando di ricordare anni di esercitazioni anti-sismiche.

Sembra un film, un’apocalisse creata da qualcuno dei Santi a cui nonna si rivolge ogni sera prima di dormire.

Uno strano effetto atmosferico all’ossigeno emesso dalla bocca di questa ingrata sorella che urla al vento l’unico mio segreto!

Impallidisco.

Io, figlia perfetta con un fidanzatino che vuole diventare ingegnere.

Io con la gonnellina a pieghe sotto il ginocchio e i capelli raccolti, bravissima a scuola.

Vengo smascherata senza pietà durante un terremoto di quelli a cui qui sull’isola dovremmo essere abituati, ma che fanno sempre paura. Forse sto morendo, appunto. Non so se a causa del terremoto o delle urla assordanti di mia madre.

Un solo segreto rivelato da chi non ne avrebbe certamente il diritto: quella pausa serale sul balcone della stanzetta mentre guardo il cielo nero, concedendomi due o tre boccate di quel fumo rilassante, inebriante.

Questa vipera non ha niente di migliore da fare, oggi? E pensare alle volte in cui ho finto di non sapere che a scuola lei non c’era. O a quando le ho dato la mia paghetta per il concerto di Vasco.

Accucciati sotto il tavolo aspettando che la scossa termini, mamma mi fulmina con uno sguardo che prima aveva rivolto solo a Francesca. Nonna e zia Anna sgranano il rosario chiedendo perdono per la nipote ‘drogata’, dimenticando che stiamo rischiando la vita, nel frattempo.

Anna piccola continua come una campana a chiedere  “Cos’è uno spinello?”, dieci, venti, trenta volte senza sosta.
Sento il calore in faccia. Anticipo la fatica di mesi di spiegazioni e punizioni.

Il tremore finisce. Nessun danno stavolta, per fortuna. Solo la fiducia è in pezzi.

Mia, nei confronti di Francesca. E quella dei miei genitori in me.

Mi si prospettano mesi di delucidazioni e negoziazioni.

Crolla l’immagine di figlia perfetta che ho costruito in anni. E infondo mi sento anche liberata da questo marchio di ragazza perbene che mi è stato appiccicato.
Il tutto grazie a Francesca. Eppure siamo sorelle.

 

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