Un boccone amaro – di Laura Saija

Un boccone amaro – di Laura Saija

Un boccone amaro – di Laura Saija

 

Era piuttosto facile sottrarsi alla colazione la mattina. A quel boccone amaro.

Mamma era sempre di fretta e se la cavava facendo scivolare nel mio zainetto una merendina, che io, regolarmente, passavo al cicciottello della classe in cambio di una sigaretta ogni tanto.

Forse non sapevo neanche aspirare il fumo di quella paglia, all’epoca.

Non avevo ancora compiuto 14 anni.

Le mie compagne di classe invidiavano il mio seno. Per me invece era il segno che il mio corpo stava diventando diverso, brutto. E io non facevo che modificare le mie foto su snapchat, ricoprendo i miei fianchi di orsetti e cuoricini.

La danza classica era stata la mia passione sin da piccolissima.

Queste curve apparse all’improvviso a circondare il tutù ed il bisogno di indossare un reggipetto mi misero in crisi.
La soluzione quale poteva essere se non quella di smettere di mangiare? E funzionava.

Il peso scendeva. Mi pesavo in bagno nascondendomi da mamma, con la sensazione di fare qualcosa di sbagliato per cui lei potesse arrabbiarsi.
Mamma era sempre impegnata. La vita da mamma single, un lavoro da indipendente e una sorella invalida non le lasciavano tempo per me. Non mi accompagnava più neanche in palestra da quando potevo andarci con il bus.
Papà non ci aveva messo molto a trovarsi una più giovane, simpatica e un po’ stravagante.
Mamma invece non voleva saperne. Al telefono, alla sua amica Gina, diceva che non avrebbe avuto neanche il tempo di incontrarlo, un altro.
Dopo un inverno a nascondermi sotto maglioni spessi e jeans larghi come era la moda del momento, arrivò una caldissima primavera.

Quando tutti i compagni approfittavano dei pomeriggi di sole dopo scuola, io cominciavo a sentirmi molto debole. Non capivo il perchè, ma non dovevo farmi scoprire. Ormai mangiavo solo a cena perchè non avevo alternativa.
Durante la giornata ero a scuola e nessuno mi controllava il piatto. Nei fine settimana andavo da papà, lui non cucinava neanche per sé.

Il 20 maggio cambiò tutto.

Mi risvegliai in un ospedale circondata da ragazze che non conoscevo. Indossavano la stessa tutina blu di cotone e alcune avevano un grande
bavaglio al collo. E tutte un colorito pallido.

Una biondina che doveva avere la mia età mi venne incontro sorridente. Le mancava un dente.

“Sono Manu, benvenuta, vieni che ti faccio conoscere le altre. Puoi camminare tu, o vuoi la sedia? Chiamo la signorina Adele e ce la porta, se vuoi”.

Dovevo avere avuto un incidente, le gambe, forse erano rotte? E come avrei fatto con la danza?
Poche ore dopo avevo già conosciuto una quindicina di adolescenti.

Una psicologa venne a spiegarmi che là dentro ci ero arrivata dopo aver perso conoscenza a scuola. Il medico già dall’ambulanza aveva avvertito la struttura ospedaliera. Non aveva dubbi che io fossi anoressica. Secondo lui era un miracolo che fossi ancora viva.

Una dottoressa mi spiegò il protocollo con parole semplici. Prevedeva due o tre mesi di ricovero, attività di gruppo e alimentazione controllata. Nei casi più gravi, medicine. Detta così sembrava una vacanza.
Mamma arrivò trafelata e in lacrime. Non si capacitava di non essersi accorta del mio stato, continuò a urlare alla signorina Adele che si stavano sbagliando, che ero solo un’adolescente con normali vizi e capricci.
Ci restai otto, non tre mesi, là dentro.

Socializzavo bene, partecipavo alle attività, parlavo con le psicologhe, ma il cibo, il boccone amaro, quello, proprio non scendeva,

Vomitavo per ore finchè il liquido verdastro diventava chiaro come acqua, ogni giorno, anche tre volte. Non riconoscevo più la mia voce. I pantaloni blu continuavano a scendere senza che io li sbottonassi.

La relazione con i miei genitori era presocchè finita: mamma veniva a trovarmi la domenica e piangeva per un’ora ripetendo di aver fallito in tutto; papà venne un paio di volte e poi si scusò spiegandomi che la fidanzata eccentrica non si sentiva a suo agio in quell’ospedale e preferì continuare a telefonarmi ogni tanto.
Una notte mi svegliai di soprassalto per le grida della signorina Adele, “Chiamate la Dottoressa Spani, presto, crisi cardiaca, stanza 404, protocollo emergenza in azione”.

Mi ricorderò per sempre quelle parole.

La 404 era la stanzetta di Manu, la mia compagna di questa assurda avventura.

Da qualche settimana aveva ricominciato a vomitare tutto, proprio ora che io stavo recuperando un po’ di peso e di capelli.

Manu non ce la fece e con lei se ne andò la speranza che questa brutta bestia che ci voleva belle, magre e sorridenti su snapchat potesse, un giorno, abbandonarci.

Le porterò ogni settimana una rosa. Sulla sua tomba piena di fiori e pupazzetti, pregherò sempre per lei e cercherò di farmi forza ogni volta che quel boccone non vorrà scendere.

 

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