Le spose della Luna di Emma Fenu

Le spose della Luna di Emma Fenu

Spose della luna

Le spose della Luna di Emma Fenu

Recensione a cura di Elvira Rossi

Le spose della Luna

Il romanzo “Le spose della Luna” di Emma Fenu ispirandosi a una vicenda storica, alla quale la cultura popolare ha aggiunto i colori della leggenda, ci conduce nella Sardegna dei primi decenni del Novecento, quando a prevalere sull’ordinamento giuridico erano le consuetudini.

Ignorare le leggi scritte è la configurazione di una prima forma di vendetta nei confronti di uno Stato che è presente per esigere, imporre, punire e mai per sostenere.

“Si onorava ciò che scorreva nel sangue del padre e nel latte della madre, non ciò che era figlio del potere ladro, il quale espropriava i pascoli comunali, dividendoli tra stranieri, e diboscava la foresta.”

Dalla indifferenza, che ancor più del mare fa della Sardegna un’isola, scaturisce il proposito di attribuirsi delle regole aspre e violente che di rado incontrano il senso di colpa.

La vendetta ci parla dell’impotenza e della rabbia di uomini che si sentono dimenticati e in tale contesto anche l’agnello, per non soccombere al più forte, si trova a imitare il lupo in un duello incessante.

La difesa dell’onore è l’atto morale supremo al quale tutto viene immolato.

La protesta si esercita attraverso il banditismo che si accompagna a una concezione immutabile e fatalistica della vita.

“Abbiamo il tempo che ci è concesso: pure se corriamo, quello che ci resta ci resta. Non possiamo mutare il destino.”

La faida agita la vita di un piccolo paese e il delitto d’onore, protetto dal buio e dall’omertà, si insinua in ogni famiglia scompigliandone la quiete.

“Le spose della Luna” di Emma Fenu diventa specchio di un costume relativo a un’epoca nella quale sacro e profano convivono senza contraddirsi, gli scongiuri si accordano con le preghiere, le streghe regnano con i santi, le leggende si vestono di autorevolezza.

L’eco di quella civiltà rivive nella narrazione di Emma Fenu che ci trasmette le suggestioni di un mondo primitivo, dove l’onore si difende con il sangue e la parola data non ammette smentite.

Nel romanzo “Le spose della Luna” prevalgono le figure femminili che nella segretezza delle pareti domestiche nutrono passioni di amore e di vendetta.

All’interno di una società patriarcale le donne disegnano un’area invalicabile e nascoste dagli scialli, in cui si avvolgono tanto da scomparire, dominano emozioni, camminano solenni lasciando impresse tracce incancellabili.

 “…nelle nostre viscere c’è la storia di un popolo che non si arrende…”

Le donne sono le spose di una Luna che si dona e si nega, nasconde segreti e infonde energia.

Le spose della luna

In ogni capitolo del romanzo la Luna è onnipresente ed è associata all’essere femminile e alla ciclicità della vita.

“E la Luna con indosso il lionzu color zafferano, le baciava tutte sulla bocca quelle spose bianche, senza un marito, stendendo su di esse un velo d’argento e perle.”

La Terra e la Luna celebrano una unione inscindibile, così distanti e così vicine si scrutano, si incontrano, si stringono in un abbraccio di sorellanza che le accomuna.

La Luna, che sia visibile o invisibile, che illumini o oscuri la Terra, è sempre lì in alto a vegliare sulla vita e sulla morte.

La Terra è femmina e della femmina la Sardegna possiede il fascino, il mistero, la sensualità.

“Era bella, la montagna, bella e sensuale: il pallore ne esaltava i seni appuntiti, gli incavi umidi, le cosce da puledra e le ginocchia rotonde.

La Natura è una creatura viva che partecipa con trepidazione alle vicende degli uomini e ne diventa complice.

Nel paesaggio rude della Sardegna la scrittrice riconosce la propria anima di femmina dolce e forte che dalla Luna attinge l’inclinazione alla rinascita.

In “Le spose della Luna”, Emma Fenu evoca le atmosfere di un mondo antico che resiste alla perdita di una identità, di cui le donne diventano le custodi e le garanti e attraverso i racconti destano la memoria familiare e collettiva.

Le donne evadono dai confini, in cui l’androcentrismo le ha relegate, per riprendersi in maniera sommessa e taciturna quel protagonismo che a loro si vuole sia precluso e anche quando non si mostrano, conservano una sorta di potere e come la Luna non temono eclissi.

 “Le eredi dell’antico sapere siamo noi donne, janas con nelle mani dei fili annodati per far nascere o recisi a far morire.”

Il laboratorio dei ricordi è la cucina dove diverse generazioni al femminile si ritrovano a tessere le trame di una storia senza termine, mentre immergono le mani nella farina per un pane simbolo di vita.

Una di queste creature è Franzisca che viene brutalmente allontanata da quel profumo di mandorle e miele e da quelle fiabe, mai a lieto fine e mai ingannevoli, che rappresentano l’iniziazione alla “balentia”.

 “Non ci sono storie allegre al mondo, perlomeno non nel nostro mondo, chiuso fra questi monti.”

La vita convive con la morte che sovente arriva attraverso la “disamistade”.

Franzisca vittima innocente di una faida  diventa bandita, perché in una terra negletta la giustizia non è amica della verità e si trasforma in una faccenda privata che si appaga di accuse, vere o false che siano non è affatto rilevante.

La verità è come la luna nel pozzo”

E la vendetta si eredita come un qualunque bene di famiglia.

“Justizia pronta, vindicta fatta”

Il severo codice barbaricino affonda le radici in una cultura primordiale che legittimando la lotta per la sopravvivenza reagisce con crudeltà alle offese, percepite come una sfida inaccettabile per la difesa della persona e del nucleo di appartenenza.

Non rispondere sarebbe un disonore.

Non è previsto che le donne esercitino in maniera diretta la vendetta, tuttavia vi prendono parte attiva, non solo in virtù del sostegno offerto ai banditi, quanto attraverso la condivisione dei medesimi valori.

In quella realtà impietosa, Franzisca condannata a vivere in una grotta come un animale selvatico si scopre intrepida e ardita non meno di un uomo.

Nulla le fa più paura, ma di una donna conserva intatti i sogni.

Priva di tutela ha dovuto piegarsi a una accusa infame che ha stravolto la sua esistenza, ma per difendere la propria verginità sarebbe pronta a uccidere.

Per questa giovane donna dal carattere forte e dai sentimenti delicati la verginità è un valore che ha poco di imposto e di convenzionale e si prefigura come un dono promesso e riservato a colui che sarà suo sposo.

La comparsa evanescente e misteriosa di una bimba, che emerge dall’ombra, incarna un desiderio di una maternità vagheggiata o smarrita.

Questa immagine di innocente irrompe nei momenti in cui il dolore è più acuto e la solitudine struggente, è lì pronta ad accarezzare e consolare come se per una metamorfosi diventasse figlia e madre.

Prende le sembianze di uno spirito buono che non turba le coscienze, porta pace, invita al perdono e, introducendo nella narrazione delle note di gentilezza, mitiga la durezza degli eventi.

Le spose della luna

Nel romanzo “Le spose della Luna” la morte, mai descritta a tinte fosche quasi fosse una presenza familiare, è considerata la tappa inevitabile di un percorso che transita le anime verso un regno sconosciuto.

Vita e morte convivono in un rapporto di vicinanza attestata dalla Luna.

Come io sono la vita e la morte, divise nel tempo, ma unite nell’eternità, dove l’inizio e la fine si toccano.

Il linguaggio misurato con cui la scrittrice affronta il tema della morte riflette la compostezza con cui i lutti vengono vissuti dalle donne sarde che da una cultura primigenia hanno appreso a non cedere alle afflizioni.

“La morte ci è complice, è una di noi.”

La morte svela più volti, talvolta arriva come un evento naturale, altre volte è donata, ricercata, imposta. Si può palesare come un gesto di amore o di vendetta, come un atto di liberazione o una forma di riscatto.

 “A volte vivere è più doloroso che perire.”

Il passaggio dalla vita alla morte richiama la ripetizione di pratiche antiche, mentre il dolore più intimo resta segregato nell’animo di chi è stato istruito al silenzio e al riserbo.

Il codice barbaricino prevede che il bandito alla sua morte sia riportato a casa per confermare un vincolo di appartenenza che nessuna distanza può spezzare e così sarà anche per Franzisca.

Diventa un punto di onore trasferire a casa la salma di Franzisca e dimostrare che, malgrado la latitanza e la convivenza con uomini rozzi, ha saputo conservare inviolata la propria verginità.

“E perfino vergine era, come le dee del mito, come Artemide nei boschi.”

Franzisca non è l’unica vittima innocente della faida. Chi l’ha accusata ingiustamente è giovane quanto lei e porta dentro di sé un sentimento di colpa gravoso e devastante.

A contenere la faida non saranno gli uomini delle Istituzioni, che proteggendo i potenti, anziché spegnere, attizzano l’odio.

Uno Stato, screditato da alcuni rappresentanti indegni e inaffidabili, non sarebbe riuscito da solo a porre termine a una guerra civile, se non ci fosse stato il concorso di una volontà popolare che seppur con lentezza andava evolvendosi.

Tutta la narrazione è permeata da una vena sottile di malinconia.

Solo a tratti la scena è rasserenata da attimi di tenerezza che emergono qua e là con misura: è l’atteggiamento riservato di un giovane che trattiene la propria passione, è lo sguardo di una fanciulla che sogna un futuro d’amore, è l’apparizione di uno spirito buono.

Attraverso la rete dei personaggi entriamo in un universo di sentimenti contrastanti.  L’odio non esclude il perdono, la vendetta cede il passo all’amore, la colpa conosce il pentimento, le assenze diventano presenze.

Il destino incrocia la volontà individuale, c’è chi si lascia sedurre dal male e chi alla fine vi si oppone.

Il romanzo di Emma Fenu, sebbene sia fortemente contestualizzato, offre elementi di riflessione che vanno oltre la connotazione temporale.

Nessuna realtà è immutabile, il cambiamento, però, non può essere imposto né dalle armi né da leggi draconiane.

Una conclusione inattesa lascia intravedere come scelte controcorrente favoriscano l’asserzione di una nuova etica, capace di conciliare la conservazione della memoria con i princìpi fondamentali della legalità.

Nelle Spose della Luna riflessioni, descrizioni, introspezioni, sequenze dinamiche si aggregano nell’articolazione elaborata della struttura narrativa.

L’autrice predilige uno stile di scrittura dal forte carattere evocativo che strappa il passato alla corrosione del tempo e lo rende tangibile con i suoi umori e le sue malie.

Il linguaggio è ricercato e la raffinatezza delle immagini rasenta l’eccentricità.

Comparazioni singolari ed elementi di surrealismo ben si addicono alla rappresentazione di un mondo ancestrale che dalla magia ha derivato le prime forme di sapere.

Emma Fenu, pur essendo espatriata e pronta a dialogare con la diversità culturale, non ha mai spezzato quel filo rosso che la lega alla Sardegna.

La scrittrice lascia che il passato riemerga, senza pregiudizi e idealizzazioni, in una narrazione nella quale la tradizione incontra la modernità, simboleggiata da azioni che corrodono i vincoli inviolabili della vendetta.

Passato e presente si ricompongono in un diverso accordo.

La tradizione incontra l’evoluzione del costume e all’interno di tale processo ancora una volta le donne appaiono come un soggetto dirompente.

Il destino e il fatalismo, che pur animano i personaggi de “Le spose della Luna”, non trionfano.

A diradare le ombre, che ostacolano il raggiungimento della felicità, è una nuova coscienza che si apre al perdono e alla volontà di sovvertire l’ordine esistente.

Le donne, “Le spose della Luna” di Emma Fenu, resistenti come un leccio cresciuto sopra un blocco di granito, si affrancano dal buio della notte e si rigenerano.
Le spose della luna

 

 

 

Titolo: Le spose della Luna
Autrice: Emma Fenu
Casa editrice: Officina Milena

 

Sinossi

“Le spose della Luna” di Emma Fenu è ambientato in Sardegna nel 1911 ed è ispirato alla vicenda della bandita Paska Devaddis di Orgosolo. Falsamente accusata di omicidio scappò sui monti per sfuggire alla giustizia. Tra faide, amore, odio, morte, misteriose apparizioni, magia bianca e nera, si snoda una intensa storia di donne forti come pietre nuragiche e potenti come dee, mosse da sentimenti ancestrali.

 

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