“Ti va di ballare?” di Rossella Vento

“Ti va di ballare?” di Rossella Vento

Vittoria entrò nella sala interviste del Country Club di Montecarlo impegnata a pubblicare una foto sulla pagina Instagram del sito per cui lavorava. Era il primo giorno del torneo di tennis del Principato di Monaco e il campione uscente aveva fissato la sua conferenza stampa all’ora di pranzo. Una volta varcata la porta di ingresso Vittoria si fermò, alzò lo sguardo dall’I-Pad per osservare la stanza e vide Jacques. Il suo cuore sembrò arrestarsi e la sua mente corse in un lampo al Novembre di due anni prima, al torneo di Parigi. Jacques l’aveva aiutata con questioni burocratiche legate al suo
accredito. In realtà aveva aiutato lei e Luigi con tali questioni. Luigi allora non era solo un collega per Vittoria, era molto di più.

Vittoria vide Jacques e lo desiderò più di quanto l’avesse desiderato a Parigi fin dal primo sguardo. Due anni prima sapeva essere impossibile. Vittoria dormiva con Luigi in un appartamento all’ultimo piano, vicino a Place de la Bastille. Non poteva desiderare un altro uomo mentre tutte le notti faceva l’amore con Luigi e le luci di Parigi scintillavano fuori dall’immensa vetrata. Ma ora Luigi per il suo cuore era solo un ricordo lontano.

Jacques era lì davanti a lei, seduto in seconda fila, indossava una felpa grigia, leggera, con il cappuccio. Era concentrato sul cellulare, un’espressione corrugata sul bel viso abbronzato. Vittoria notò qualche ruga sottile vicino agli occhi. Jacques fissava con attenzione lo schermo del cellulare e si passava una mano tra i capelli castani. Vittoria si sedette dietro a lui, in un posto defilato, per non essere vista mentre pensava a quanto avrebbe voluto le mani di Jacques sulla sua pelle. Beatrice, che aveva preso posto accanto a lei, si accorse che Vittoria non l’ascoltava: “Tutto ok?” le chiese.
“Si, ho visto una persona che mi sembrava di conoscere” disse Vittoria con tono piatto, poi sorrise e riprese a parlare con Beatrice della conferenza stampa a cui avrebbero assistito.

Parlava di tennis e pensava a Jacques. Parlava con Beatrice e guardava le spalle di Jacques nascoste dal cotone chiaro e immaginava di sfilargli la felpa, dopo averlo baciato e di continuare a baciarlo mentre la felpa cadeva sul pavimento.
“L’anno scorso a Wimbledon è stato così gentile con me quando gli ho fatto una domanda dopo la sconfitta in semifinale. Tu l’hai mai intervistato?” le domandò Beatrice con un sorriso.
Vittoria trasse un lungo sospiro e cercò di rispondere cortesemente alla collega. Jacques posò il telefono sulla sedia accanto e si nascose per un attimo il viso tra le mani.

Vittoria disse a Beatrice: “Scusami ma ho dimenticato che devo fare una chiamata importante!” e lasciò la sala interviste. Appena fuori si appoggiò al muro dell’edificio e tentò di calmare i battiti del suo cuore. “Lo voglio.” Pensò ancora.
Risalì quasi correndo i cento scalini che la separavano dalla sala stampa. Si accomodò alla sua postazione e cercò nei contatti l’indirizzo e-mail di Jacques che ricordava di aver salvato due anni prima. Lo trovò. Bevve un sorso d’acqua, poi senza più esitare iniziò a scrivere. Cliccò su invia, spense il computer, preparò lo zaino e mandò un messaggio al direttore del sito web: “Perdonami ma non mi sento bene, rientro in hotel. Ci vediamo domani!”

Uscì dal club, si fece chiamare un’auto e tornò nel piccolo hotel di Mentone dove alloggiava.
Jacques, soddisfatto della risposta che era riuscito a strappare al campione in carica del torneo, tornò alla sua scrivania salendo a due a due i tanti gradini. Accese il portatile e una nuova mail attirò la sua attenzione. Lesse il nome di Vittoria Villa e in un baleno tornò all’autunno parigino di un paio d’anni prima. A una ragazza sorridente, dai capelli scuri e gli occhi che brillavano, che lo ringraziava per l’aiuto che aveva dato a lei e al suo collega nel risolvere un problema con gli accrediti stampa. Allora aveva avuto la netta impressione che quei due fossero più che colleghi e da ciò era stato
inspiegabilmente infastidito. Un fastidio ridicolo si era detto. A Jacques non poteva interessare quella ragazza. Mai aveva tradito sua moglie Anna, nemmeno quando a New York o a Melbourne gli si erano presentate occasioni che i colleghi avrebbero sfruttato senza pensare. In realtà non aveva mai tradito nemmeno Fatima, la sua fidanzata dei tempi dell’università. Vittoria peraltro non gli aveva proposto nulla, solo l’aveva ringraziato educatamente. E quel ringraziamento l’aveva turbato più di qualsiasi avance.

Il torneo di Parigi era poi finito e Jacques si era dimenticato ogni cosa fino a quando quella mail, quel nome non l’avevano riportato indietro nel tempo.
“Ti ho visto prima in sala interviste, ci eravamo conosciuti al torneo di Parigi due anni fa. Avrei voluto salutarti ma non so se ti ricordi di me…
Buona serata.
Vittoria”
Jacques lesse la mail un paio di volte prima di rispondere. Poi scrisse.
“Certo che mi ricordo, avevi avuto un guaio con l’accredito, giusto? Quando mi vedi la prossima volta, non esitare.
Resti fino a domenica?”
Invio senza rileggere e provò a concentrarsi sul pezzo che doveva preparare per il giornale dell’indomani. Mentre tornava in sala stampa sapeva perfettamente ciò che voleva scrivere, lo schema del racconto dell’intervista a cui aveva assistito era chiaro nella sua mente, ma ora non riusciva più a pensare al tennis. Pensava a quella mail da cui traspariva una timida sfrontatezza che gli aveva fatto provare un balzo al cuore.
Pensava che rispondere era stato un errore, ma in fondo era una collega e doveva essere educato. Pensava che fosse sbagliato continuare a pensare a quella mail. Pensava che fosse sciocco continuare a pensare a Vittoria, nemmeno la conosceva. Pensava di no pensarla. E la pensava.

Vittoria, tornata in camera, si buttò sotto la doccia e lasciò che l’acqua calda calmasse il suo cuore, ma non riusciva a togliersi dalla mente Jacques. Si asciugò e si avvolse in una vestaglia di seta a fiori colorati. Si sdraiò sul letto e, mentre i raggi del sole pomeridiano illuminavano la stanza, controllò la casella di posta. La mail di Jacques le tolse il fiato. La
lesse e la rilesse. Nulla di compromettente certo. Ma si ricordava di lei e questo le fece scorrere un brivido lungo la schiena. Digitò una risposta, ma cancellò rapida ogni cosa.
Non c’era nulla da scrivere, non restava che guardarlo negli occhi.
“Domani” pensò.

Jacques lasciò molto tardi il Country Club. Aveva avuto bisogno di almeno un’ora più del solito per scrivere il suo articolo. La sua mente era altrove. Aveva inviato il pezzo al giornale senza esserne troppo soddisfatto. Tornò in albergo, sperando di non incontrare nessuno.
Speranza vana. Nella hall Louis, suo collega storico, e un gruppo di fotografi stavano prenotando un ristorante al porto di Montecarlo per la cena. Louis non volle sentire ragioni e gli concesse dieci minuti per salire in camera, cambiarsi e scendere per uscire con loro. Jacques obbedì e si ritrovò a cenare in un locale affollato di giornalisti di varie nazioni. Si accorse, sentendosi uno sciocco, che cercava tra i presenti il viso di Vittoria, così come lo ricordava da Parigi. Bevve un paio di birre e si lasciò andare a scherzi e risate con i colleghi. Quando tornò in hotel era tardi, controllò la mail, ma non c’era alcuna risposta da parte di Vittoria. “Forse voleva solo essere gentile” si disse “altrimenti avrebbe continuato la conversazione” Jacques non capì se questo pensiero gli regalasse sollievo o lo ferisse.
Il mattino seguente Jacques cercò con aria indifferente Vittoria tra i volti dei colleghi in sala stampa, ma senza successo. Decise allora di andare a prendere una boccata d’aria fresca sulla terrazza che dominava il mare della Costa Azzurra.

Osservava da quella posizione la partita in corso, senza però prestare reale attenzione agli scambi. A un tratto dal bar dell’area VIP dietro di lui una piccola orchestra Jazz cominciò a suonare. Jacques sorrise, senza voltarsi. Passarono pochi istanti e sentì una voce alle sue spalle pronunciare, quasi tremante, il suo nome. Si voltò e vide Vittoria sorridergli timidamente. “Ciao, ti ricordi davvero di me?” gli chiese in un sussurro.
Jacques la guardò negli occhi. Dimenticò ogni dubbio, ogni incertezza, ogni pensiero razionale e le si avvicinò. “Non ti avrei mai potuto dimenticare” rispose.
Poi con un sorriso le porse una mano e le chiese: “Ti va di ballare?” e con la testa fece un leggero cenno in direzione dell’orchestra.
Vittoria sorrise a sua volta. Solo per un attimo pensò che dalle tribune del campo sottostante se avessero guardato verso la terrazza, avrebbe potuto vederli. Pensò che non sapeva ballare. Pensò che la proposta di Jacques fosse assurda. Poi smise di pensare, afferrò la mano di Jacques: “Certo che mi va di ballare, con te!”

 

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