Le Donne e la lotta per l’indipendenza in America Latina

Le Donne e la lotta per l’indipendenza in America Latina

Le Donne e l'indipendenza -  la lotta femminile per l’indipendenza in America Latina

Le Donne e la lotta per l’indipendenza in America Latina

di Anna Fresu

Le donne e l’indipendenza – il contributo femminile nella lotta per l’indipendenza in America Latina. Le grandi donne che hanno fatto la Storia.

“Non è solo l’amore che muove le azioni delle donne: esse sono capaci di tutti gli entusiasmi, e i desideri di gloria e di libertà della patria non sono sentimenti a loro estranei; al contrario, sono soliti operare in loro con più vigore, come sempre accade, perché i loro sacrifici sono più disinteressati”.

Questo affermava Leona Vicario (1789-1842), eroina dell’indipendenza messicana (1810-1821) e prima giornalista del Messico indipendente, a testimonianza della grande partecipazione delle donne nella lotta per l’indipendenza dell’America Latina dalla dominazione spagnola. Partecipazione troppo spesso messa a tacere dalla Storia ufficiale.

Alla lotta presero parte donne di ogni livello sociale, dalle indigene, nere o meticce in maggioranza, fino alle creole delle classi sociali più elevate.

Nel XIX secolo le donne vivevano ancora in una posizione di dipendenza, confinate in un ambito esclusivamente privato con due uniche possibilità di riscatto: il matrimonio o il convento.

Le nuove idee prodotte dalla rivoluzione americana prima, da quella francese e napoleonica successivamente le influenzarono, trasformandole in soggetti attivi, pubblici e dando loro la forza per superare le barriere imposte loro dalla società e dalle consuetudini. La guerra fu spesso occasione e illusione di liberazione sia politica che personale.

Nella guerra fu importante e utile il loro coraggio e il loro spirito di sacrificio; nella pace furono nuovamente dimenticate ed escluse.

Le donne collaborarono a vari livelli, organizzando nelle loro case riunioni in cui si discutevano le nuove idee politiche e si preparavano interventi; organizzando reti di informazioni e di spionaggio, proteste, azioni di propaganda , redigendo manifesti e pamphlets; raccogliendo e offrendo denaro e gioielli per la causa indipendentista, dando rifugio agli insorti, trasportando alimenti, vestiario e armi, riparando le armi, sostenendo le famiglie, seguendo le truppe, provvedendo all’alimentazione, curando i feriti e seppellendo i morti; ma anche partecipando attivamente alla lotta e svolgendo ruoli strategici.

Le donne dell’alta società nei loro salotti, a Buenos Aires, a Mendoza, o in altre città partecipavano alle discussioni che prepararono alla rivolta indipendentista, raccoglievano informazioni e sostenevano la causa donando gioielli, denaro, alimenti e schiavi per sostenere l’esercito rivoluzionario, acquistando fucili, mettendo, a volte, a disposizione le loro case, assistendo e curando i feriti dopo e durante le battaglie.

Il 30 maggio del 1812 quattordici dame della buona società firmarono a Buenos Aires una sottoscrizione per offrire il denaro necessario all’acquisto di un fucile, dato che lo Stato di recente formazione non disponeva di fondi sufficienti per mantenere l’esercito di liberazione.

Su ognuno dei fucili acquistati era inciso il nome della donatrice in modo che al momento della vittoria si potesse esclamare: “Io ho armato il braccio di questo valoroso per assicurarne il trionfo e la nostra libertà”

A queste dame venne attribuito come omaggio il titolo di Patricias Argentinas, titolo che poi si estese a tutte le dame creole che, nelle diverse città e in forme diverse, contribuirono alla lotta per l’Indipendenza.

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Patricias Mendocinas, le Dame di Mendoza

Racconta il generale Espejo, nelle sue memorie, che:

“All’ora stabilita, si riunì una comitiva di donne delle classi più elevate che si diresse al salone del Cabildo, guidata da Maria de los Remedios Escalada, moglie del generale San Martín. Quando vennero ricevute in udienza pubblica la signora che guidava il gruppo, con poche parole ben chiare, espose il motivo della loro presenza. Disse che conosceva bene il rischio che minacciava le persone più care al suo cuore, così come la mancanza di fondi, la vastità del sacrificio che conservare la libertà richiedeva; che sfoggiare diamanti e perle non si addiceva alla situazione angosciosa in cui versava la provincia e che sarebbe stato ben peggio dover ancora trascinare le catene di un nuovo vassallaggio, ragion per cui preferivano offrire i loro gioielli all’altare della patria, con il desiderio di contribuire al trionfo della sacra causa degli Argentini. E sotto l’impulso dei più profondi sentimenti si spogliarono lì stesso dei loro gioielli e donarono molti oggetti di valore…”

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Maria de Remedios Escalada

Anche il colonnello Pueyrredon informa che, durante una riunione nella Casa Capitular di Mendoza, a quel gruppo di signore, vestite molto elegantemente, il general San Martín ricordava la semplicità e il patriottismo delle donne della Roma repubblicana che si erano spogliate di tutto ciò che possedevano, compresi i capelli, per salvare la patria e che, rivolgendosi a sua moglie Maria de Remedios Escalada, le disse: “Remedios, sei tu che devi dare l’esempio, consegnando le tue gioie per le spese di guerra. La sposa di un generale non deve spendere in oggetti di lusso quando la patria è in pericolo. Con un vestito semplice sarai più elegante e il tuo sposo ti amerà molto di più”.

Remedios Escalada si tolse allora tutti gli anelli, le collane e li depositò in un vassoio d’argento, promettendo di inviare anche tutte le stoviglie d’argento lavorato che aveva a casa. Il suo gesto fu approvato da tutte le donne presenti che lo imitarono consegnando anch’esse i loro gioielli e promettendo di inviare quelli che avevano a casa.

Patricias Argentinas, America Latina

Patricias Argentinas,

Racconta Pueyrredon che quelle dame, entrate al Cabildo con le loro ricchezze, ne uscirono povere ma ricche di patriottismo e orgogliose di ciò che avevano fatto.

Gesti simili si ripeterono ovunque, a San Juan, a San Luís, a Cordova, a Salta, a Tucuman…

Le conseguenze del loro impegno furono spesso violente e tragiche, come l’esilio, la persecuzione, il pubblico disprezzo, la confisca dei beni e delle proprietà, la povertà e spesso la morte. Quasi sempre l’oblio.

 

Traccerò ora il ritratto di altre due donne che, insieme a molte altre, parteciparono attivamente alle battaglie  e il cui contributo fu fondamentale per raggiungere  l’indipendenza dalla dominazione spagnola.

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Juana Azurduy America Latina

Juana Azurduy

Juana Azurduy, “Tierra en armas que se hace mujer”*

“Juana Azurduy, fiore dell’alto Perù, non esiste un capitano più valoroso di te” cantava Mercedes Sosa nel ’69.

“Terra in armi che si fa donna”, dice un altro verso della canzone.

Juana Azurduy fu una delle molte donne che combatterono per l’indipendenza dell’America Latina dalla dominazione spagnola.

Juana era nata a Chuquisaca, una regione dell’attuale Bolivia probabilmente il 12 luglio del 1780 (la data è controversa), da un’indigena e un creolo. La Bolivia, così come l’Argentina, il Paraguay, l’Uruguay, il nord del Cile, il sud-est del Perù, parte del sud del Brasile e le isole Malvinas facevano parte del Viceregno del Rio della Plata. Juana crebbe fra contadini, imparando a cavalcare con suo padre e a parlare in quechua con sua madre, di cui, ancora bambina, restò orfana. Alcuni anni dopo morì anche il padre e fu inviata in un convento di suore da cui fu espulsa a diciassette anni per il suo spirito libero e indipendente. A ventidue anni si sposò con Manuel Asencio Padilla ed insieme nel 1809, durante le sollevazioni indipendentiste, parteciparono alla lotta rivoluzionaria. Insieme crearono lo squadrone Los leales e si unirono all’esercito del Nord, sotto il comando di Manuel Belgrano, uno dei futuri padri della patria. Nel 1816 ottenne il grado di Tenente Colonnello delle milizie creole che combattevano nell’Alto Perù (Bolivia), la regione difesa più strenuamente dai realisti. Juana Azurduy organizzò guerriglie, preparò difese, fece incursione nelle zone occupate dal nemico scacciando i realisti.

Come nella guerriglia di oltre un secolo dopo, nelle zone liberate contribuì alla creazione di “republiquetas”, zone autonome a carico di un capo politico-militare, che furono oggetto di violente repressioni da parte degli eserciti realisti.

La zona difesa da Juana e dai Leales si trovò scoperta quando il generale San Martín decise di attaccare il Perù, punto nevralgico del dominio spagnolo, passando per il Cile con la famosa attraversata delle Ande.

La fame, le malattie, la dura vita della guerriglia causarono la morte dei quattro figli di Juana che seppe trasformare il suo dolore in impeto rivoluzionario continuando a lottare. Poco dopo, quando era incinta del quinto, figlio il marito venne catturato e decapitato. Partorì e riuscì a mettere in salvo l’ultima figlia nel mezzo dei combattimenti.

Juana e suo marito avevano perso tutto durante la lotta: la casa, la terra e i loro figli. Conservavano però intatti il coraggio, la volontà rivoluzionaria, la dignità. Si racconta che a un dignitario spagnolo che aveva offerto denaro al marito perché rinunciasse alla lotta, Juana rispose furiosa: “La proposta di denaro e altri interessi andrebbe fatta agli infami che lottano a difesa della loro schiavitù ma non a coloro che difendono la dolce libertà, come lui (il marito) avrebbe continuato a fare a sangue e fuoco”. Anche da sola Juana continuò a combattere per anni malgrado le sconfitte, l’isolamento, la mancanza di risorse e di riconoscimenti.

Morì il 25 maggio del 1862, dimenticata e in estrema povertà e venne gettata in una fossa comune.

Nel 1825 Simon Bolivar dichiarò che il paese avrebbe dovuto chiamarsi “Padilla o Azurduy, porque son ellos que lo hicieron libre (sono loro che lo hanno reso libero)”.

Solo 147 anni dopo la sua morte, il 14 luglio del 2009 l’allora “presidenta” dell’Argentina, Cristina Fernández de Kirchner, le conferì il grado di “Generala” dell’Esercito Argentino e il suo corpo riposa ora insieme alla sua spada nella città boliviana di Sucre. Monumenti e un aeroporto in molti paesi dell’America Latina sono oggi memoria di questa donna e combattente valorosa, “Amazona de la libertad”.

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Maria Remedios Del Valle

Maria Remedios Del Valle, Figlia di due Continenti

Di origine africana, nacque a Buenos Aires probabilmente verso la fine del 1766 o 67. Il suo esordio in battaglia risale alla difesa della città di Buenos Aires durante la prima invasione inglese nel 1806 in cui fece parte del Corpo degli Andalusi.

Dopo la rivoluzione proclamata il 25 Maggio 1810 quando venne destituito il vicerè spagnolo Baltasar Hidalgo de Cisneros e si instaurò la Prima Giunta del Governo Argentino, Maria Remedios del Valle integrò l’Esercito del Nord, nel quale si erano arruolati anche suo marito e i suoi figli, e il 6 luglio del 1810 partecipò alla prima spedizione nell’Alto Perù (attuale Bolivia) contro la dominazione spagnola.

Durante la battaglia di San Miguel de Tucumán, oltre a combattere incoraggiando i soldati, si prese cura anche dei feriti. Per il valore dimostrato, il generale Belgrano la nominò Capitana. Durante le battaglie di Salta e di Vilcapugio in cui l’Esercito del Nord venne sconfitto dai realisti, persero la vita il marito e i figli. Maria de Remedios continuò a lottare e a occuparsi dei feriti assieme ad altre donne conosciute come “Las Niñas de Ayohuma”. Fu fatta prigioniera assieme ad altri cinquecento soldati. Un suo tentativo di fuga fu scoperto e venne fustigata per nove giorni. Riuscì comunque a fuggire raggiungendo le truppe di Martín Miguel de Guemes e Juan Antonio Álvarez de Arenales.

Dopo l’indipendenza dichiarata a San Miguel de Tucumán il 9 luglio del 1816, nel 1827, il generale Juan José Viamonte, che era stato suo compagno d’armi durante la campagna dell’Alto Perù, riconobbe Maria de Remedios che mendicava per le strade di Buenos Aires e viveva in uno stato di totale indigenza. Grazie al suo ruolo di deputato del governo delle Provincia di Buenos Aires, Viamonte riuscì ad appoggiare la richiesta di una pensione per i servizi prestati dalla Capitana. Quella stessa pensione sollecitata in precedenza dalla stessa Maria de Remedios e che le era stata negata. Tutta la procedura non fu affatto facile malgrado le tante testimonianze apportate in suo favore:

“Ho conosciuto questa donna nell’ Alto Perù e ora la riconosco qui, dove vive chiedendo l’elemosina. Questa donna è davvero una benemerita. Ha seguito l’esercito della Patria fin dal 1810. La conoscono tutti, dal primo generale all’ultimo ufficiale dell’esercito. È degna della vostra attenzione: presenta il corpo pieno di ferite di pallottole e di cicatrici di frustate ricevute dagli spagnoli. Non dobbiamo lasciare che chieda l’elemosina”. (Generale Juan José Viamonte)

“Ella è un’eroina, e se non fosse per la sua condizione, sarebbe diventata famosa in tutto il mondo. Servì la Nazione ma anche la provincia di Buenos Aires, impugnando il fucile, assistendo e curando i soldati malati”. (Francisco Silveyra, deputato di Quilmes, Ensenada e Magdalena)

Nella Sala dei Rappresentanti, nel richiedere la pensione questa valorosa combattente venne presentata con queste parole dall’avvocato e politico Tomás de Anchrena:

“Questa è davvero una donna straordinaria. …Non c’era azione in cui, potendo, non prendesse parte. Ho sentito molte volte elogiare questa donna pubblicamente per la sua operosità, per la carità con cui si prendeva cura degli uomini in disgrazia e in miseria come si trovano gli uomini dopo un’azione di guerra, senza gambe o senza braccia, senza aiuti o risorse per alleviare la sofferenza”.

In realtà la pensione concordata era una cifra davvero miserabile. Morì nel 1847 dopo aver ottenuto l’integrazione nei servizi inattivi come Sergente Maggiore.

 

Anna Fresu

 

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