“Valse musette” di Sabina Cerato

“Valse musette” di Sabina Cerato

Madame Caron aveva sposato Monsieur Blanchard tre mesi prima che lui morisse. Vivevano insieme nell’appartamento di lui da sei anni e in vista della sua morte lui aveva pensato di mettere le cose a posto perché lei potesse godere in seguito dei piccoli benefici che sarebbero spettati alla sua vedova.

Si erano conosciuti al circolo di ballo di Passage Boiton: non una scuola di ballo, piuttosto una palestra in cui si ballava il valzer musette due volte a settimana: il mercoledì dalle 18 e il venerdì dopo cena. Monsieur Blanchard era divorziato da molto tempo; amava le donne e con loro aveva un discreto successo. Sette mesi prima Madame Caron aveva accompagnato il feretro del marito al cimitero di Bécherel, dov’era nato e dove le cognate desideravano andare a trovarlo.

Aveva cresciuto due figli e tenuto i conti della macelleria di Monsieur Caron per quarantasei anni. Seduta alla cassa aveva ammirato la meticolosità con cui il marito ricavava i medaglioni per l’arrosto di Madame Alvarez o l’arista per la vecchia Odette. Lo aveva ammirato fino ad annoiarsi: uomo onesto, gran lavoratore, buon padre e compagno privo di fantasia.

Vedova di Monsieur Caron, Madame conservava due cose della vita coniugale: i figli e il gatto. Adesso che Madame aveva fatto quanto l’educazione ricevuta e le cognate si aspettavano da lei era tempo di pensare all’abbonamento al bus per raggiungere Passage Boiton. Poi fu tempo di acquistare un rossetto perché Madame aveva sempre desiderato provare a usarne uno.

Nell’appartamento di Monsieur Blanchard, Madame Caron arrivò un sabato mattina molto presto – per avere tutto il giorno davanti per il trasloco – e con lei arrivarono il servizio buono da sei, il copritavolo ricamato quand’era ragazza, la cassettiera della camera da letto e l’angoliera Chippendale. 

Poi arrivarono i nipoti di Madame – al pomeriggio dopo la scuola – e Monsieur Blanchard non fu più solo.

Continuarono a frequentare insieme il circolo di Passage Boiton – il mercoledì e il venerdì – si iscrissero ai tornei di burraco alla bocciofila del parco de la Montgolfière e presero l’abitudine di leggere il giornale alla biblioteca del quartiere, la mattina prima di fare la spesa. 

Dopo un anno di vita insieme pensarono che sarebbe stato bello trascorrere l’inverno al mare e ogni anno si concessero un soggiorno in bassa stagione a Sainte Marie, sull’Ile de Ré.

– Ho voluto bene a mio marito, ma allora c’era la famiglia da crescere e c’era il lavoro. Con Emile invece vivevamo solo per noi e abbiamo fatto ciò che ci piaceva fare – così dice Madame adesso che Monsieur Blanchard non le presta più il braccio per camminare insieme verso la biblioteca. 

Quando fu chiaro che la malattia avrebbe abitato con loro sino a pretendere la vita di Monsieur Blanchard, lei se ne prese cura impedendo che le domande dei vicini lo raggiungessero. A quanti la incontravano rispondeva con un pesante cenno del capo, a destra e poi a sinistra: no, non c’era più speranza.

Dopo la morte di Monsieur Blanchard Madame è rimasta in casa per mesi, a lucidare la vetrinetta della sua angoliera e spolverare la foto del marito. Con gli occhi gonfi scaldati dal pianto.

 

Finalmente domenica mattina ho rivisto Madame Blanchard.

 – Questa è finita per sbaglio fra la mia corrispondenza – Madame Blanchard era davanti alla mia porta. Ripiegata su se stessa per essere meno invadente, sorrideva timidamente e allungava il braccio con la mano tesa, tenendo il resto del corpo più vicino possibile alla porta del suo appartamento dirimpetto.

– Grazie Madame Blanchard – le ho detto prendendo la consegna e ripassando mentalmente il mio abbigliamento per accertarmi di essere in ordine. Indossavo ancora il maglione che avevo afferrato dalla poltrona appena sceso e speravo di averlo indossato dal lato giusto perché il più delle volte lo infilo al rovescio. L’ho invitata a entrare.

– No, grazie. In effetti potevo metterla nella sua cassetta senza disturbare.

– Ma non disturba affatto. Entri e ci prendiamo un tè – allora Madame ha accettato di entrare e mentre io individuavo il mittente sulla busta lei diceva di non ricevere una vera corrispondenza: 

– c’è sempre tanta roba ma da buttare. Ricevo solo bollette – si giustificava evitando di esplorare con lo sguardo la casa perché le hanno insegnato che è cattiva educazione. 

Madame si è seduta al tavolo apparecchiato per la colazione – le tazze sporche di caffè e di briciole di pane imburrato, sfuggite all’ultimo sorso e rimaste sul fondo – e ha smesso di scusarsi per ogni cosa. Intanto il mio vecchio cane si era avvicinato a lei per fiutarla e lei ha attaccato ad accarezzargli la groppa. Lui sbadigliava e non accennava ad andarsene. 

La conosce bene: quando Madame ci sente arrivare dalla passeggiata si affaccia sul pianerottolo e lo saluta. Lo chiama Milord.

Io ho portato in tavola il bollitore e un vasetto di melata di bosco e le ho offerto qualche biscotto al cioccolato. Lei ne ha preso uno diventando loquace: abbiamo parlato del suo gatto, di come regolare le valvole termostatiche dei radiatori e della derattizzazione delle cantine. 

Poi Madame ha creduto che fosse tempo di cambiare discorso e mi ha parlato di un signore che ho incrociato un paio di volte salendo le scale. Ha premesso che è solo un amico, un maestro elementare in pensione, di Évry. La figlia lo ha costretto a trasferirsi a Parigi dopo la morte della moglie:

– siamo solo amici ma balliamo insieme e mi ha chiesto di frequentare un corso di computer. Può servirmi, anche per capire come usare il telefonino no?

Finalmente ora sorride di nuovo e mi accorgo che ha messo il rossetto.

 

Questa mattina sono stato fermato da Madame Fournier per una petizione di quartiere. Ne ha approfittato per insinuare qualcosa:

– sono felice di vedere che Yolande ha degli amici. Davvero felice per lei, Madame Blanchard intendo: non tutti riescono a rifarsi una vita come sta facendo lei.

Madame Fournier aveva scoperto che io non sapevo che Madame si chiamasse Yolande e mi aveva accusato di essere troppo formale in un palazzo in cui tutti si davano volentieri del tu. Poi avevo appreso da Madame Blanchard che non sapeva quando l’altra avesse deciso di chiamarla con il nome di battesimo ma non era stata certo una sua idea.

Madame Fournier coltiva una virtuosa fedeltà al ricordo del marito, morto più di vent’anni fa. Sopravvive nell’attesa che qualcuno plauda alla sua perseveranza e intanto perpetua l’immagine di un uomo ingenuo, privo di abilità decisionali: ci dovevo pensare io.

È ancora una donna bella, alta e bionda, ma, a differenza di Madame Blanchard, è priva di fascino. La sua morale ipocrita odora di stantio mentre il passaggio della corta Madame Blanchard diffonde un profumo che pare vaniglia.

 

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