“Caro virus” di Loredana Cuccu

“Caro virus” di Loredana Cuccu

“Caro virus” di Loredana Cuccu

Contest Lettera al Femminile

Lettere al Femminile

Caro virus,
era un anno o forse più che non scrivevo, ho sempre pensato di riuscire a farlo solo quando in gioco ci sono delle emozioni.

Tu invece te le sei prese e me le hai scombussolate tutte lasciandomi qui, sospesa.

Ricordo il primo giorno in cui ti sei affacciato sulla bacheca di un’amica, quel numero 2, a 20 km da casa mia, forse meno.

Ora quei numeri neanche li riesco a leggere più, sono diventati pallini rossi che a guardarli bruciano gli occhi.

Si sono trasformati in parole, bombardamenti di parole ovunque: dibattiti, rassicurazioni, allarmi, esperti, inesperti, fatalisti, menefreghisti, veggenti, previdenti.

E poi decreti, divieti, chiusure, riaperture.

In meme, a migliaia, che qualcuno era pure divertente e allentava la tensione, ma ora non fanno ridere più.

E poi tutto precipita e quel divieto che cala sulle nostre vite all’improvviso ci trova impreparati, ci ferma e comincia a spaventarci.
Cala il sipario, si alza il silenzio.

Perché ci lasci così, spaesati. Vaganti per le strade a scambiarci sguardi che non sanno più cosa pensare. Vaganti tra le pareti di casa a cercare modi alternativi di vivere giornate rallentate, provando a immaginare che accadrà quando finirà.

E a chiedersi QUANDO davvero finirà.
E come ci troverà.

Ci sarà un pianto liberatorio? Un abbraccio collettivo, una corsa verso i rifugi del cuore, un brindisi globale?

O piuttosto ci lascerai con un testamento prezioso, con la consapevolezza che niente può essere sicuro, che il tempo corre troppo in fretta e dobbiamo ricordarci di rallentarlo un po’ per non farci cogliere impreparati. Facendoci capire quanto possano essere importanti e vitali i contatti tra le persone, il sentirsi parte di un tutto.

Potremmo quasi abbracciare anche te alla fine, quell’immagine di te un po’ spinosa, se ci aiuterai a capire questo e a portarci oltre.

Intanto io, caro virus, continuo a vagare senza una meta, a rincorrere le cose belle per farne scorta.
È quella la scorta di cui ho bisogno mentre aspetto la tua sconfitta.

Dove sono finite le cose belle? Ho bisogno di riempirmi gli occhi, di tappezzare il cuore.

Provo a cercarle nel mondo bambino che ci circonda, nella loro voglia di sconfiggerti con un disegno, un arcobaleno di colori, nella posta del cuore inventata in classe dove i bimbi spediscono parole e le maestre lanciano carezze, nel loro modo di sentirsi scombussolati ma tranquilli e inconsapevoli.

Provo a cercarle nel mondo adulto che la paura ora non la nasconde ma può farsi forza solo con sguardi e parole.

E nel mondo più che adulto che all’improvviso è catapultato indietro di anni e anche se stavolta ha un nemico ignoto e silenzioso da combattere non ha perso la tempra.

Ho voglia di vedere curve crollare, caro virus, medici riposare, una nazione esultare. 

Voglia di urlare, caro virus, che te ne devi andare per restituirci un sorriso, un respiro, il sapore di quell’abbraccio negato e di una vita riconquistata.

 

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