Dora Sisti: la voce che incanta

Dora Sisti: la voce che incanta

Dora Sisti: la voce che incanta

a cura di Gianna Ferro

 

Dora Sisti

A sette anni di distanza dal debutto con l’opera prima “Mai prima d’ora”, in cui Dora Sisti, cantante e compositrice abruzzese, narra la musica, in cui i versi diventano canto, accompagnati da citazioni colte e passaggi autobiografici, trasmettendo una parte di sé e trasformando pensieri astratti in immagini vere, arriva il suo nuovo album.

Dora Sisti ha presentato insieme al suo Quintetto, il 15 febbraio scorso alla casa del Jazz di Roma, il suo nuovo progetto “Rime of the ancient mariner”, una Suite, non nel senso barocco del termine, composta musicando le liriche della Ballata del vecchio marinaio tratte dall’omonimo poemetto del poeta inglese Samuel Taylor Coleridge, pubblicato nel 1798 e divenuto un manifesto della corrente del romanticismo.
Durante la performance sono state proiettate illustrazioni realizzate dall’artista tedesca Aurelia Luitz, che ripercorre il cammino del Marinaio, dando maggiore forza visiva alla musica.

Un’opera originale, una moderna Lyrical Ballad, “Rime of the ancient mariner” di cui Dora Sisti è cantante e autrice delle musiche, è un progetto ambizioso, un contest album dove trovano posto poesia e letteratura, esplorando nuove armonie jazzistiche.

Le canzoni descrivono un mistico mondo soprannaturale ben calibrato con il mondo del reale; l’opposizione tra razionalità e irrazionalità, tra ragione e
immaginazione.

Undici tracce che riassumono le sette parti del poema dello scrittore romantico inglese e che lasceranno, a loro volta, traccia nel Jazz italiano.

“«Dio ti salvi, vecchio Marinaio,
dai demoni che così ti torturano! –
Perché guardi così?» – Con la mia balestra
Io trafissi l’Albatro.”
da La ballata del vecchio Marinaio

Dora Sisti, con un curriculun di tutto rispetto, ha una voce che incanta: leggera, ma al tempo stesso potente. Pur avendo una formazione jazzistica, il suo canto non eccede mai in svolazzi e tecnicismi; anche nelle improvvisazioni la sua voce resta naturale e il suo timbro cristallino, limpido, che rivela passione ed eleganza nelle sue interpretazioni.

Da Rime of the ancient mariner:

Ora vorrei che fosse Dora a raccontarsi.

Il nostro è un portale principalmente al femminile. Avrei piacere di conoscere Dora prima come donna e poi come artista. E quanto della donna c’è nell’artista Dora Sisti?

Che domanda bella e difficile!

Sono una donna di quasi trentadue anni, nata e vissuta in una piccola cittadina della provincia abruzzese.

A 19 anni mi trasferisco a Roma, una città che ho sempre amato e sognato e in questa città scelgo la Musica, mi innamoro e divento mamma.

Penso che nella Dora artista ci sia moltissimo della donna, la semplicità, le insicurezze e la voglia di riuscire della ragazza di provincia, la pazienza e l’amore della mamma, la passione e la premura dell’amante.

 

Quanto la passione per la poesia, la letteratura hanno influenzato la scrittura delle tue canzoni?

Moltissimo, la mia prima composizione è nata da alcuni versi di Emily Dickinson.

Questo per dire che la poesia; da sempre ha rappresentato l’incipit del mio essere compositrice, è un qualcosa di innato, su cui probabilmente non ho meditato neanche più di tanto, è una parte di me.

Penso abbia origini lontane, una nonna (preside) che mi parlava in versi, un fratello poeta e amante della poesia, un Liceo Classico (quello di Lanciano) di cui ricordo docenti illuminati e compagni meravigliosi.

Nelle canzoni del tuo primo disco “Mai prima d’ora” troviamo pensieri astratti, trasformati in vere e proprie immagini: citazioni colte, passaggi autobiografici e addirittura l’arrangiamento in note di una poesia di Emily Dickinson “Robin’s Waltz”.

Quando uscì “Mai Prima D’ora” avevo appena compiuto 24 anni ed ero nel pieno dei miei studi jazzistici. Il legame con il Jazz emerge in modo chiaro, nonostante fossero già presenti influenze e contaminazioni.

La scrittura è aulica, ma non per questo poco sincera.

Dal punto di vista dei significati, in “Mai Prima D’ora” mi sento soprattutto “figlia”, figlia nella vita e figlia di un genere.

Non a caso il brano di punta è Everytime I see you, dedicato al mio papà, “You’re my only love, you’re my only prince”.

Invece “The Rime of The Ancient Mariner”, tuo ultimo lavoro, è una suite composta musicando le liriche, tratte dall’omonimo poemetto del poeta
inglese Samuel Taylor Coleridge. Ce ne parli?

Il mio incontro con Coleridge è stato del tutto casuale e risale a una telefonata di Carlo Ferro (pianista del gruppo).

“Ma la conosci La Ballata del Vecchio Marinaio, beh, dobbiamo assolutamente scriverci una suite.”.

Non esitai un secondo, comprai immediatamente il libro e iniziò un percorso di conoscenza reciproca.

È un poemetto di fine Settecento, pietra miliare del Romanticismo inglese. Il Marinaio durante un banchetto di nozze ferma un convitato ed inizia a narrare la storia del suo viaggio di cui vi svelerò i due momenti salienti, perlomeno secondo la mia lettura.

Il primo momento è l’incontro con il male assoluto, quel male che non ha bisogno di moventi e che conduce il Marinaio all’uccisione crudele e gratuita di un Albatro; il secondo momento invece è la benedizione inconsapevole delle creature marine da parte del Marinaio.

Morale della favola? Prega bene e ama bene colui che sa amare tutte le creature, grandi, piccole, uomini, uccelli e bestie.

È  di un’attualità sorprendente.
Dal punto di vista strettamente musicale la scelta di una ballata letteraria (lyrical ballad) ha agevolato moltissimo la “messa in musica”, la ballata infatti nasce come tipologia poetica di origine popolare ed è caratterizzata da una metrica che ne esalta la cantabilità.

Jazz, musica d’autore: come definiresti il tuo genere musicale?

Ad essere sincera, non saprei definirlo.

Talvolta questo sfuggire dalle etichette di genere rappresenta una grande ricchezza, talvolta, dal punto di vista del mercato, mi fa sentire un pò “orfana di genere”.

La matrice è sicuramente jazzistica, ma c’è molto altro. Rock, prog, r&b, pop, musica classica contemporanea.

In questi casi una parola che funziona molto è “Jazz Crossover”, ma non so quanto possa rendere l’idea. Quando ho scritto la suite non mi sono posta neanche per un istante il problema del “genere”, cercavo di ascoltare le parole del Marinaio e di connetterle con il mio sentire umano ed artistico.

 

Nonostante il tuo ruolo di leader, dietro ad ogni componimento c’è un grande lavoro d’insieme: come è nato il Quintetto? Mi parli dei suoi componenti?

Quando penso al mio gruppo avverto nel cuore un fortissimo senso di gratitudine. Ci siamo conosciuti nel 2009 a Roma, nelle classi del Saint Louis College of Music, un’importante accademia musicale, tutti fuori sede e con un amore sconsiderato per la musica.

Per un bel pò siamo stati l’uno la famiglia dell’altro.

Quando siamo sul palco, questo senso di famiglia si avverte fortissimo. Carlo Ferro, un pianista eccezionale, è sempre stato un grande punto di riferimento musicale, mi fido ciecamente di lui, conosce a fondo la mia musica e sa valorizzarla come pochi.
Giuseppe Salvaggio al basso e Marco Tardioli alla batteria, una ritmica spaziale, fatta di piedi per terra e lanci in orbita, groove, intesa e sensibilità. Dulcis in fundo,
Andrea Verlingieri al sassofono soprano e tenore, nonostante la natura solistica del suo strumento, si è messo al completo servizio della suite e del Marinaio.

Le mie indicazioni avevano ben poco di musicale, ero alla ricerca di suggestioni “qui sei l’Albatro, qui sei la Tempesta, qui sei il ricordo del Marinaio”.

Quali sono i tuoi progetti futuri dopo l’uscita di quest’ultimo grande Album?

La cosa che amo fare di più è scrivere, scrivere musica.

Sto scrivendo cose nuove, completamente nuove, prevalentemente in italiano.

È una strada inaspettata, che non ho cercato.

Ci sono cose che sedimentano nei terreni della mente e del cuore e che poi, semplicemente fioriscono. Quando scrivo mi sento così, a raccogliere fiori che non appassiscono.

Grazie Dora!

 

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