Fotogrammi slegati – di Pier Bruno Cosso

Fotogrammi slegati – di Pier Bruno Cosso

Fotogrammi slegati – di Pier Bruno Cosso

recensione di Maria Piras

Fotogrammi
La silloge di racconti Fotogrammi slegati nasce dalla raffinata penna di Pier Bruno Cosso, uno scrittore che io ritengo polimorfico, capace di narrare la nostra realtà di esseri umani nei suoi molteplici aspetti e di coglierne le più delicate sfumature ma anche quelle ombre che spesso nemmeno noi stessi riusciamo a interpretare e che gli avvenimenti dolorosi della vita portano a galla e ci costringono ad affrontare.
Il libro si suddivide in racconti e monologhi uno più incisivo dell’altro e ci trasporta dentro realtà di vita che affliggono l’umanità: l’emarginazione, la ludopatia, la mancanza di rispetto per gli animali, la violenza, in particolare sulle donne.

I fotogrammi scorrono dentro la pellicola del tempo, delle rimembranze, delle autoriflessioni, delle mancate opportunità, scorrono davanti ai nostri occhi e a un certo punto trovano una connessione, un filo indivisibile che li lega tra loro.

Diventano così fermi immagini di vita legati da un comune sentire e percepire la vita cruda e nuda nella sua totale interezza.
L’autore entra dentro l’anima delle cose rendendoci partecipi delle sue emozioni, dei suoi dolori, dei suoi dubbi, delle sue incertezze.
E sono graffi che la vita ci presenta, senza sconti, e che dobbiamo curare da soli impegnandosi ad andare avanti sempre e comunque.
Si denota lo sguardo sensibile e attento della quotidianità, dove fermarsi al bar e prendere un caffè può diventare occasione per ascoltare e osservare le persone e da ognuna di loro trarre piccoli insegnamenti di vita.
Il suo è uno stile ben strutturato, ricco di metafore, anche un po’ autoironico che cattura il lettore e non diviene mai banale.
Quello che colpisce nelle narrazioni è la versatile dignità che emana a volte empiti di poesia celata, quasi una dimensione parallela in cui rifugiarsi quando le brutture della vita ci opprimono.
La storia del cinghiale che perde il proprio figlio durante una battuta di caccia è di una intensità commovente.
“La gente normale pensa che i cinghiali non abbiano sentimenti, non abbiano pensieri.
Be’ gli animali lo sentono il buco nel petto della morte, lo strazio di quando lei è qui che si stringe intorno alla gola”.
Qui emerge la grande sensibilità dell’autore, la capacità di dare anima e sentimenti a animali che la cosiddetta “gente normale”o “senza cuore” si prende il diritto di uccidere per uno stupido sport.
Nell’animale prevale il desiderio di vendetta verso l’umano e corre impazzito come una furia per ucciderlo quasi a voler proteggere il figlioletto, ma sarà poi il destino stesso che metterà fine a questa insana follia.
Il cinghiale è un umano che soffre, che pensa, che si sente incompreso e tradito da chi per natura dovrebbe essere un essere superiore a lui e non ne capisce questa malvagità È un umano che è disposto a tutto pur di salvare la sua creatura e al contempo si interroga sul perché di questo infame gesto.
Poi c’è il racconto “La sabbia del Lido” impregnato sul ricordo dei tempi passati che riporta lo scrittore sui luoghi della gioventù e ambientato nella sua terra natale, la Sardegna, dove il mare è musa ispiratrice perché conserva nei suoi eterni fondali tutta la meraviglia della spensieratezza e dell’inconsapevolezza .
“La realtà attuale annienta ma il ricordo di una spiaggia,la morbidezza di una sabbia bianca e morbida tra le dita vivifica e da un senso al presente”.
I ricordi sono stalattiti intrise di malinconia e di rimpianto nella roccia dell’esistenza in un continuo altalenarsi dove ognuno si ritrova con luci e ombre e ne condivide i profumi, le carezze, le riflessioni.
Il tutto si plasma, si contorce, si trasforma e infine si innalza nella realtà attuale e diventano ombre in attesa di speranza e le fibre dell’anima si nutrono sempre di nuovi inizi.
In ogni racconto e in ogni monologo l’autore dona se stesso, non ha paura di mettere a nudo le sue paure, la sua fragilità, le sue ombre e i suoi limiti.
Più che un desiderio di vittoria, in Fotogrammi slegati sulla vita c’è una grande consapevolezza della caducità umana ma anche il nostro essere unici pur indossando diverse maschere.
“Perché un libro di racconti? Perché un racconto dura quanto un sogno, è un conosco di luce che illumina una zona scura dove pensavi non ci fosse niente”.
E in questo niente spesso c’è una risposta che si attende e non arriva mai e in questo “attendere c’è dentro un sogno”. 
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Sinossi

 

In queste storie il filo conduttore è nelle zone d’ombra dell’animo umano.

Tutti i personaggi non sono nati per vincere. Partono sconfitti, e devono risalire la china con fatica per conquistare qualcosa; qualcosa che certe volte sfugge.

Così l’avventura diventa una lotta con sé stessi e con i guai.

Viaggiando tra le pagine ci si scontra con il vizio del gioco, l’emarginazione di un quartiere malfamato, la mancanza assoluta di rispetto della natura, o la terribile piaga della violenza sulle donne.

Per fare qualche esempio di tormento che, spesso, cerchiamo di non vedere, voltandoci dall’altra parte.

Mentre qui, con questi guai, ci si sporca le mani.

La scrittura, con una cifra alta, porta dentro le vicende come dentro un guado, contaminando con le sue sensazioni, le sue immagini, e quello sguardo introspettivo sempre un po’ incantato.

Non a caso lo scenario molto spesso è la Sardegna, perché la Sardegna è solitudine, è vento, ma anche sangue.

Titolo: Fotogrammi Slegati
Autore: Pier Bruno Cosso
Edizione: Il Seme bianco, 2018

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