Compagne cittadine, sorelle partigiane

Compagne cittadine, sorelle partigiane

Compagne cittadine, sorelle partigiane

di Anna Fresu

Le partigiane italiane: storie straordinarie di donne fuori dall’ordinario. Il coraggio di mogli, figlie e madri che hanno lottato per la patria.

 “L’abbiamo combattuta davvero anche noi questa guerra, curando i feriti, e non solo i nostri figli, i nostri fratelli, procurando il cibo, portando messaggi e armi, impugnando noi stesse le armi. E non ci piaceva, non ci sono mai piaciute le armi, non ci è mai piaciuta la morte, almeno quella prima del tempo. E potevamo starcene a casa, a noi non ci obbligava nessuno, non c’era la leva obbligatoria, i campi di lavoro, magari lontano, in Germania.

E allora ci siamo andate anche noi in guerra, per tutti quegli innocenti – oppositori, ebrei, zingari, omosessuali – che venivano ammazzati, deportati, mandati alle camere a gas. E anche noi abbiamo sparato, anche se non ci è mai piaciuto vedere gli altri cadere, anche se erano il nemico”. (da “La nostra prima volta” spettacolo teatrale scritto, diretto e interpretato da Anna Fresu, Belo Horizonte, Brasile, 2 Giugno 2016)

 Quando parliamo di Resistenza, di lotta partigiana pensiamo sempre a giovani eroi che hanno sacrificato le loro vite in nome di quell’ideale di libertà di cui tutti siamo stati partecipi da quel mitico 25 aprile del ’45. Raramente abbiamo pensato alle donne, alle partigiane, raramente abbiamo sentito parlare di loro come combattenti, al massimo come staffette, come supporto a una lotta condotta da uomini.

Compagne cittadine, sorelle partigiane

 

Eppure il contributo delle donne alla Resistenza contro il nazifascismo è stato fondamentale ed è giusto che, come finalmente accade da qualche hanno, il loro ruolo venga rivendicato ed entri a far parte della storia ufficiale.

La storica Simona Lunadei, autrice di Storia e memoria. Le lotte delle donne dalla liberazione agli anni 80 e di molti altri studi sull’argomento, afferma:

 “Dopo la fine della guerra, direi a partire dal 1948, c’è stato una specie di silenzio generale sulla resistenza femminile… Questo perché si cercò di normalizzare il ruolo delle donne, che proprio durante la guerra avevano sperimentato un’emancipazione di fatto dai ruoli tradizionali”.

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È solo a partire dagli anni sessanta, dall’inizio dei movimenti femministi e con i grandi cambiamenti apportati alla società che si comincia a dare rilievo al ruolo che le donne avevano rivestito nella Resistenza e nella costruzione della Repubblica.

Alla fine della guerra poche donne reclamarono il ruolo di partigiane, perché ritenevano semplicemente “di aver fatto il loro dovere”. Inoltre venivano riconosciute tali solo quelle che portavano le armi. Le staffette, pur svolgendo funzioni così importanti come trasportare viveri, medicinali, armi, volantini e riviste di propaganda, pur rischiando la vita, violenze sessuali e torture, pur nascondendo, curando i partigiani… non portavano armi e quindi non si potevano nemmeno difendere né più tardi documentare la loro attività.

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Si veniva riconosciute come partigiane solo se si era presa parte attiva alla lotta armata per almeno tre mesi all’interno di un gruppo organizzato. Va anche aggiunto che quasi sempre gli uomini non erano disposti a permettere alle donne l’uso delle armi, come racconta Carla Capponi, figura eminente della resistenza romana e vicecomandante dei Gap (Gruppi di azione patriottica), nel suo libro di memorie Con cuore di donna che fu costretta a rubare una pistola su un autobus perché i compagni non volevano che ne avesse una e che l’usasse.

Era difficile, anche in quel frangente, superare il tabù delle donne e dell’esercizio della violenza, superare la differenza di genere, in un’Italia ancora tradizionalista.

Compagne cittadine, sorelle partigiane

Le memorie delle donne nella Resistenza sono emerse negli anni novanta grazie alla pubblicazione di autobiografie come Libere sempre di Marisa Ombra, Con cuore di donna di Carla Capponi, Portrait di Joyce Lussu, La ragazza di via Orazio di Marisa Musu, Autobiografia di Maria Teresa Regard.

Solo 19 sono le donne che hanno ricevuto medaglie al valore per le loro azioni durante la guerra partigiana: Irma Bandiera, Ines Bedeschi, Gina Borellini, Livia Bianchi, Carla Capponi, Cecilia Deganutti, Paola Del Din, Anna Maria Enriquez, Gabriella Degli Esposti Reverberi, Norma Pratelli Parenti, Tina Lorenzoni, Ancilla Marighetto, Clorinda Menguzzato, Irma Marchiani, Rita Rosani, Modesta Rossi Polletti, Virginia Tonelli, Vera Vassalle, Iris Versari, Joyce Lussu.

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Ma molte, tante di più, quelle che in realtà ne hanno fatto parte.

Cerchiamole le storie di tutte queste donne, raccontiamole, tramandiamole ai nostri figli, come esempio di coraggio, spirito di sacrificio, amore alla vita, alla libertà. Quella libertà di cui oggi possiamo godere e che troppo spesso diamo per scontata e rischiamo di perdere.

Sussurravano piano piano/ come le giovani fidanzate/ dietro le siepi d’estate/ a far l’amore per la prima volta./ Mormoravano piano piano/ come la sposa che l’uomo bacia/ dopo la firma tremante/sul registro di matrimonio./ Camminavano piano piano/ come le madri che vanno attorno/ che sia la notte o che sia il giorno/ alla culla del loro bambino./ E invece uscivano dalla casa,/ ogni impresa cara era finita./ Andavano fuori dalla vita/ per entrare nella Resistenza./ Fecero maglie e calze partigiane,/ fasciarono ferite partigiane,/ portarono armi e stampe partigiane./ Ma se le agguantavano i tedeschi/ per mezzo di un’anagrafe trista/ redatta da una brigata nera/ questo, voleva dire la morte./ Eppure era bella la sera/ in seno alla dolce stagione!/Il sole, il respiro, il colore dell’aria/ fu per tante l’ultima vista./ Altre caddero al buio, stracciate, / contro le mura del quartiere./ Furono ansiose dell’ultimo istante/per essere buone a tacere./ Furono paghe dell’ultima ora/ per disperdere il nome dei compagni/ nell’urlo della bocca infranta/dal fuoco della tortura./ Donne vive, vite vive:/diritto e promesse d’amante./ Lasciarono amore e passione/per vivere nella Resistenza./ E qualcuna fu portata di peso/ e fucilata da morta./ E qualcuna disse una parola dura/ al plotone d’esecuzione.

(L’anagrafe trista, Renata Viganò)

Per approfondire:

https://www.amazon.it/Partigiane-donne-della-Resistenza-Marina/dp/8842537667/

 

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